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L’anno romano nei fasti giuliani

L’anno romano nei fasti giuliani published on

Al passaggio dal calendario tradizionale repubblicano al nuovo calendario, Cesare introdusse dieci giorni distribuiti tra gennaio, agosto e dicembre (due giorni ciascuno) nonché aprile, giugno, settembre e novembre (un giorno ciascuno). I giorni furono inseriti verso la fine di ogni mese, dopo l’ultima delle festività, in modo da non alterare le tradizioni religiose popolari. A questi giorni fu dato il carattere F = dies fastus e non comiziale, per dare agio al popolo di seguire i propri affari senza incrementare l’attività politica.

Il feriale del vecchio calendario, cioè le festività tradizionali a partire dai giorni “con nome”, fu rigorosamente preservato. A partire da Cesare stesso, peraltro, gli imperatori, con intento propagandistico, cominciarono ad aggiungere al calendario festività legate ai propri successi militari e politici e alle ricorrenze della famiglia imperiale. Di esse, però, soltanto una ebbe l’onore di ricevere il nome, gli Augustalia. Considerato che la lista dei giorni “con nome” era rigidamente immutata da tempo immemorabile, l’aggiunta degli Augustalia ben si configura come uno dei più alti onori concessi ad Augusto.

A tali festività dovette essere ragionevolmente cambiato il carattere del giorno in NP. Tale risulta infatti per esse il carattere in taluni fasti epigrafici, anche se in molti casi risulta invece mantenuto il carattere che il giorno aveva prima dell’istituzione della festa, e ciò talvolta anche quando la festa è citata a lato del giorno. In alcuni casi la ragione del carattere NP, mancante della spiegazione, è ignota, poiché non ci resta evidenza di un possibile evento che giustifichi la festività.

La tabella che segue schematizza il calendario giuliano dei primi anni dell’era volgare come emerge dagli esemplari giunti fino a noi nei fasti epigrafici. Accanto al feriale tradizionale, prtanto, essa include le festività introdotte da Cesare ed Augusto. Per rendere graficamente vicina la rappresentazione all’uso del tempo, è stato usato il colore rosso per identificare la lettera nundinale A e il carattere dei giorni “con nome”, come nell’uso repubblicano testimoniato dai Fasti Antiates Maiores; lo sfondo grigio evidenzia le feste caratteristiche del calendario giuliano, per le quali si è accolto il carattere NP; la prima riga e la prima colonna della tabella sono state ovviamente aggiunte per comodità di lettura.

Una nota a parte meritano i Consualia e i Saturnalia di dicembre, i quali, pur essendo segnati in grigio, non sono inclusi nell’elenco seguente. Nei Fasti Antiates Maiores essi risultano avere il carattere EN; molti studiosi preferiscono assumere un errore in tale testimonianza e lo correggono mutando il carattere in NP, come per la maggior parte delle feste “con nome”. Poiché invece noi accogliamo l’evidenza anziate, abbiamo preferito evidenziare comunque in grigio tale differenza, senza sentire il bisogno di ripetere qui le brevi note sulle festività che il lettore può trovare nel saggio sul calendario repubblicano.

GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE OTTOBRE NOVEMBRE DICEMBRE
1 A K · IAN · F H K · FEB · N D K · MAR · NP C K · APR · F A K · MAI · F H K · IVN · N F K · IVL · N E K · AVG · NP D K · SEP ·
F
B K · OCT · NP A K · NOV ·
F
G K · DEC ·
N
2 B F A N E F D F B F A F G N F NP E NP C F B F H N
3 C C B N F C E C C C B C H N G C F NP D C C C A N
4 D C C N G C F C D C C C A NP H C G C E C D C B C
5 E NON · F D NON · NP H C G NON · N E C D NON · N B POPLIF · NP A NON · NP H NON · F F C E NON · F C NON · F
6 F F E N A NP H NP F C E N C N B NP A F G C F F D F
7 G C F N B NON · F A N G NON · F F N D NON · N C C B C H NON · F G C E C
8 H C G N C F B N H F G N E N D C C C · M A F H C F C
9 A AGON · [NP] H NP D C C N A LEMVR · N H VEST · N F N E NP D C · M B C A C G C
10 B C A N E C D N B C A N G C F NP E C · M C C B C H C
11 C CAR · NP B N F C E N C LEMVR · N B MATR · NP H C G C F C D MEDI · NP C C A AGON · NP
12 D C C N G C F N D NP C N A NP H C G NP E AVGVST · NP D C B EN
13 E EIDVS · NP D EIDVS · NP H EN G EIDVS · NP E LEMVR · N D EIDVS · NP B C A EIDVS · NP H EIDVS · NP F FONT · NP E EIDVS · NP C EIDVS · NP
14 F EN E N A EQVIR · NP H N F C E N C C B F A F G EN F F D F
15 G CAR · NP F LVPER · NP B EIDVS · NP A FORDI · NP G EIDVS · NP F Q · ST · D · F D EIDVS · NP C C B N H EIDVS · NP G C E CONS · NP
16 H NP G EN C F B N H F G C E F D C C C A F H C F C
17 A NP H QVIR · NP D LIBER · NP C N A C H C F C E PORT · NP D NP B C A C G SATVR · NP
18 B C A C E C D N B C A C G C F C E C C C B C H C
19 C C B C F QVIN · NP E CERIAL · NP C C B C H LVCAR · NP G VINAL · FP F C D ARMI · NP C C A OPAL · NP
20 D C C C G C F N D C C C A C H C G C E C D C B C
21 E C D FERAL · F H C G PARIL · NP E AGON · NP D C B LVCAR · NP A CONS · NP H C F C E C C DIVAL · NP
22 F C E C A N H N F N E C C C B EN A C G C F C D C
23 G C F TERM · NP B TVBIL · NP A VINAL · F G TVBIL · NP F C D NEPT · NP C VOLK · NP B NP H C G C E LAREN · NP
24 H C G REGIF · N C Q · R · C · F B C H Q · R · C · F G C E N D C C C A C H C F C
25 A C H C D C C ROBIG · NP A C H C F FVRR · NP E OPIC · NP D C B C A C G C
26 B C A EN E C D F B C A NP G C F C E C C C B C H C
27 C C B EQVIR · NP F NP E C C C B C H C G VOLTV · NP F C D C C C A C
28 D C C C G C F NP D C C C A C H NP G C E C D C B C
29 E F H C G C E C D F B C A F H F F C E F C F
30 F F A C H C F C E C C C B F A C G C F C D F
31 G C B C G C D C C NP H C E C
XXXI XXIIX XXXI XXX XXXI XXX XXXI XXXI XXX XXXI XXX XXXI

Le festività tradizionali rimasero quelle del calendario repubblicano; per esse si rimanda al saggio dedicato a tale calendario. Di seguito si elencano le festività introdotte nel calendario giuliano nella primissima età imperiale.

a.d. XVII Kal. Febr. (16 gennaio)

Fasti Verulani NP Feriae ex s.c. quod eo die Aedis Concordiae in foro dedicata est

a.d. XVI Kal. Febr. (17 gennaio)

Fasti Verulani NP Feriae ex s.c. quod eo die Augusta nupsit divo Augusto

Non. Febr. (5 febbraio)

Fasti Praenestini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imperator Caesar Augustus pontifex maximus trib. potest. XXI cos. XIII a senatu populoque Romano pater patriae appellatur

a.d. V Id. Febr. (9 febbraio)

Fasti Verulani  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Benché non sappiamo il motivo di questa festività, non sembra possa trattarsi di un errore poiché la sigla NP è inserita in una sequenza di N.

pridie Non. Mart. (6 marzo)

Fasti Praenestini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar August. pont. max. factus est Quirinio et Valgo cos. IIviri ob eam rem immolant populus coronatus feriatus agit

a.d. VI Kal. Apr. (27 marzo)

Fasti Verulani  NP Feriae quod eo die C. Caesar Alexandriam recepit

a.d. VIII Id. Apr. (6 aprile)

Fasti Praenestini  NP Feriae quod eo die C. Caesar C. f. in Africa regem Iubam devicit

a.d. IV Kal. Mai. (28 aprile)

Fasti Praenestini  NP Feriae ex s.c. quod eo die signum et ara Vestae in domu Imp. Caesaris Augusti pontif. max. dedicata est Qurinio et Valgio cos.

a.d. IV Id. Mai. (12 maggio)

Fasti Maffeiani  NP Ludi Marti in circo

a.d. VI Kal. Iul. (26 giugno)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar Augustus adoptavit sibi filium Ti. Caesarem Aelio et Sentio cos.

a.d. IV Non. Iul. (4 luglio)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Ara Pacis Augustae in campo Martio constituta est Nerone et Varo cos.

a.d. IV Id. Iul. (12 luglio)

Fasti Amiternini  NP Feriae quod eo die C. Caesar est natus

Secondo Cassio Dione 47,18,6, in realtà Cesare nacque il 13 luglio, nel vecchio calendario repubblicano, ma la memoria fu spostata al 12 perché uno degli oracoli dei Libri Sibillini proibiva nel giorno 13 (ultimo e più importante giorno dei Ludi Apollinares) qualunque celebrazione che non fosse dedicata ad Apollo.

Kal. Aug. (1 agosto)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar Divi f. rem publicam tristissimo periculo liberavit

a.d. IV Non. Aug. (2 agosto)

Fasti Amiternini  NP Feriae quod eo die C. Caesar C. f. in Hispania citeriore et quod in Ponto eodem die regem Pharnacem devicit

Non. Aug. (5 agosto)

Fasti Antiates ministrorum  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Solo i Fasti Antiates ministrorum, notoriamente poco affidabili, dànno questo giorno e il seguente come NP. In altri fasti l’evidenza per il carattere F è schiacciante, per il 5 e soprattutto per il 6 agosto (ma nei casi noti le none e il giorno seguente hanno sempre lo stesso carattere). Può perciò trattarsi di una festa ignota oppure di un errore di trascrizione, facilitato dal fatto che c’è una coppia di NP poco dopo, il 9 e 10 agosto.

a.d. VIII Id. Aug. (6 agosto)

Fasti Antiates ministrorum  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Vedi la spiegazione del 5 agosto. Può trattarsi di una festa ignota oppure di un errore di trascrizione, facilitato dal fatto che c’è una coppia di NP poco dopo, il 9 e 10 agosto.

a.d. V Id. Aug. (9 agosto)

Fasti Amiternini  NP Feriae quod eo die C. Caesar C. f. Pharsali devicit

a.d. IV Id. Aug. (10 agosto)

Fasti Amiternini  NP Feriae quod eo die arae Cereri matri et Opi Augustae ex voto suscepto constitutae sunt Cretico et Longo cos.

a.d. V Kal. Sept. (28 agosto)

Fasti Vaticani  NP Feriae ex s.c. quod eo die ara Victoriae dedicata est

pridie Kal. Sept. (31 agosto)

Fasti Pighiani  NP Natalis Germanici

a.d. IV Non. Sept. (2 settembre)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar Divi f. Augustus apud Actium vicit se et Titio cos.

a.d. III Non. Sept. (3 settembre)

Fasti Amiternini  NP Feriae et supplicationes aput omnia pulvinaria quod eo die Caesar Divi f. vicit in Sicilia Censorino et Calvisio cos.

pridie Id. Sept. (12 settembre)

Fasti Vallenses  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Può trattarsi di una festa ignota o di un errore. Tuttavia, i Fasti Vallenses sono datati prima dei Fasti Amiternini, che qui hanno N, e dei Fasti Antiates Ministrorum, che qui hanno C. Pertanto l’ipotesi della festa si scontra con il doppio errore degli affidabili Amit. e degli inaccurati Ant.min.

a.d. XV Kal. Oct. (17 settembre)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Divo Augusto honores caelestes a senatu decreti Sex. Appuleio Sex Pompeio cos.

a.d. IX Kal. Oct. (23 settembre)

Fasti fratrum Arvalium  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar Augustus pont. max. natus est

Non sembra oggi possibile stabilire l’esatta data di nascita di Augusto. La data ufficiale, ricordata nei calendari epigrafici e nella maggioranza delle fonti letterarie è a.d. IX Kal. Oct., che nel 63 a.C. fu il 22 settembre, mentre nel calendario giuliano è il 23 settembre.

Il fatto che qualche volta le celebrazioni si estendessero al 24 settembre ha fatto pensare che Augusto fosse nato in realtà a.d. VIII Kal. Oct. = 23 settembre (repubblicano) e che abbia mantenuto il giorno 23 al passaggio al calendario giuliano, festeggiando però anche la data originale a.d. VIII Kal. Oct. = 24 settembre (giuliano).

Esistono del resto almeno due iscrizioni (da Forum Clodii e da Narbona CIL 12.4333) che pongono il compleanno di Augusto in a.d. VIII Kal. Oct.

Una spiegazione è stata ricercata nella devozione di Augusto verso il dio Apollo. L’anniversario della dedicazione del tempio di Apollo cadeva il 23 settembre nel calendario giuliano e si pensa che tale dovesse essere la data anche nel calendario repubblicano (infatti con il nuovo calendario tutte le festività dei mesi interessati all’aggiunta giuliana continuarono ad essere celebrate lo stesso giorno “dopo le idi”). Se Augusto fosse nato a.d. VIII Kal. Oct. (anniversario della dedicazione) potrebbe aver preferito spostare il proprio compleanno giuliano al giorno a.d. IX Kal. Oct. pur di mantenerlo nel giorno di Apollo.

Kal. Oct. (1 ottobre)

Fasti fratrum Arvalium  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Si ritiene generalmente che si tratti di un errore, facilitato dal fatto che il suo carattere ordinario è N.

AVGVSTALIA – a.d. IV Id. Oct. (12 ottobre)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caes. Aug. ex transmarinis provinciis urbem intravit araque Fortunae reduci constituta

Questo è l’unico giorno del calendario romano che ricevette un nome in una occasione storicamente accertata, sicuramente dopo secoli di stabilità della lista dei giorni “con nome”, uno dei più grandi onori concessi ad Augusto.

La stella di Cesare

La stella di Cesare published on

Plinio il Vecchio Naturalis Historia 2,93-94:

[2,93] … Cometes in uno totius orbis loco colitur in templo Romae, admodum Faustus Divo Augusto iudicatus ab ipso, qui incipiente eo apparuit ludis, quos faciebat Veneri Genetrici non multo post obitum patris Caesaris in collegio ab eo instituto. [94] Namque his verbis in … gaudium prodit is: Ipsis ludorum meorum diebus sidus crinitum per septem dies in regione caeli sub septemtrionibus est conspectum. Id oriebatur circa undecimam horam diei clarumque et omnibus e terris conspicuum fuit. Eo sidere significari vulgus credidit Caesaris animam inter deorum inmortalium numina receptam, quo nomine id insigne simulacro capitis eius, quod mox in foro consecravimus, adiectum est. Haec ille in publicum; interiore gaudio sibi illum natum seque in eo nasci interpretatus est. Et, si verum fatemur, salutare id terris fuit.

Cassio Dione Historia Romana 45,6,4-45,7,2:

[6,4] καὶ μετὰ τοῦτο τὴν πανήγυριν τὴν ἐπὶ τῇ τοῦ Ἀφροδισίου ἐκποιήσει καταδειχθεῖσαν, ἣν ὑποδεξάμενοί τινες ζῶντος ἔτι τοῦ Καίσαρος ἐπιτελέσειν ἐν ὀλιγωρίᾳ, ὥσπερ που καὶ τὴν τῶν Παριλίων ἱπποδρομίαν, ἐποιοῦντο, αὐτὸς ἐπὶ τῇ τοῦ πλήθους θεραπείᾳ, ὡς καὶ προσήκουσαν διὰ τὸ γένος, τοῖς οἰκείοις τέλεσι διέθηκε. [5] καὶ τότε μὲν οὔτε τὸν δίφρον τὸν τοῦ Καίσαρος τὸν ἐπίχρυσον οὔτε τὸν στέφανον τὸν διάλιθον ἐς τὸ θέατρον ἐσήγαγεν ὥσπερ ἐψήφιστο, φοβηθεὶς τὸν Ἀντώνιον: [7,1] ἐπεὶ μέντοι ἄστρον τι παρὰ πάσας τὰς ἡμέρας ἐκείνας ἐκ τῆς ἄρκτου πρὸς ἑσπέραν ἐξεφάνη, καὶ αὐτὸ κομήτην τέ τινων καλούντων καὶ προσημαίνειν οἷά που εἴωθε λεγόντων οἱ πολλοὶ τοῦτο μὲν οὐκ ἐπίστευον, τῷ δὲ δὴ Καίσαρι αὐτὸ ὡς καὶ ἀπηθανατισμένῳ καὶ ἐς τὸν τῶν ἄστρων ἀριθμὸν ἐγκατειλεγμένῳ ἀνετίθεσαν, θαρσήσας χαλκοῦν αὐτὸν ἐς τὸ Ἀφροδίσιον, ἀστέρα ὑπὲρ τῆς κεφαλῆς ἔχοντα, ἔστησεν. [2] ἐπειδή τε οὐδὲ τοῦτό τις φόβῳ τοῦ ὁμίλου ἐκώλυσεν, οὕτω δὴ καὶ ἄλλα τινὰ τῶν ἐς τὴν τοῦ Καίσαρος τιμὴν προδεδογμένων ἐγένετο: τόν τε γὰρ μῆνα τὸν Ἰούλιον ὁμοίως ἐκάλεσαν, καὶ ἱερομηνίαις τισὶν ἐπινικίοις ἰδίαν ἡμέραν ἐπὶ τῷ ὀνόματι αὐτοῦ ἐβουθύτησαν.

Nei mesi che seguirono la morte di Cesare, Ottaviano, durante il lungo duello che egli sostenne con l’arrogante Antonio per veder riconosciuti i propri diritti d’eredità, decise tra l’altro di far svolgere a sue spese quei ludi previsti per il completamento del tempio di Venere Genitrice che altri aveva promesso di organizzare, quando Cesare l’aveva dedicato il 26 settembre del 46 a.C., però tirandosi indietro dopo la morte di lui.

Mentre si svolgevano le celebrazioni accadde un fatto astronomico prodigioso, tanto nell’interpretazione del popolo, quanto negli effetti che produsse: nel cielo comparve un astro, o meglio, dicono Plinio il Vecchio e Cassio Dione, una cometa, a settentrione (secondo Plinio) nella costellazione dell’Orsa Maggiore (secondo Dione); l’astro sorse verso sera (Dione) e più precisamente verso l’undicesima ora del giorno (Plinio), per sette giorni (Plinio) e per tutta la durata dei ludi (Dione).

Secondo le nostre fonti, il popolo non diede ascolto a coloro che dicevano di poter predire simili fenomeni e lo interpretò come segno certo che Cesare fosse stato fatto immortale e assurto tra le stelle del cielo. Ottaviano non se lo fece dire due volte e, rallegrandosi in cuor suo di ciò che la sorte gli elargiva (Plinio), prontamente innalzò nel tempio di Venere una statua bronzea del padre adottivo con una stella sulla testa (Dione). Fu soprattutto per questo, aggiunge Dione, che il popolo e i soldati, già beneficati in denaro alla morte di Cesare, presero le parti di Ottaviano e che fu possibile rendere effettivi taluni decreti in onore di Cesare già votati ma rimasti lettera morta, tra i quali la ridenominazione del mese quintile in luglio.

Questi fatti sono confermati anche dal ritrovamento di denari di Augusto sui quali compare il sidus Iulium sul frontone di un tempio (si ritiene fosse il tempio del Divum Iulium, sebbene Cassio Dione nomini quello di Venere) e la statua di Cesare tra le colonne. La medesima forma di divinizzazione era del resto diffusa nell’antichità e soprattutto in oriente; nell’ambito del culto imperiale romano, diverrà più tardi celebre il catasterismo di Antinoo, favorito di Adriano. Tuttavia, nei pressi dell’Orsa Maggiore non è ancora stato possibile rintracciare l’astro di Cesare: se è noto che le registrazioni di fenomeni come le comete sono piuttosto rari nell’antichità (Halley nel corso dei suoi studi ebbe a lamentarsi di non trovare utili informazioni anteriori al XIV secolo), in questo caso non soccorrono nemmeno le registrazioni eseguite in Cina (“The comet of 44 B.C. and Ceasar’s funeral games” J.T. Ramsey & A.L. Licht, The American Philological Society, 1997).

L’anno romano nei fasti repubblicani

L’anno romano nei fasti repubblicani published on
Indice delle fonti utilizzate
  • Varrone De lingua Latina 6,3
  • Ovidio Fasti libri I-VI
  • Agnes Kirsopp Michels The Calendar of the Roman Republic Princeton University Press 1967

 

 

Varrone De lingua Latina 6,3:

Ad naturale discrimen civilia vocabula dierum accesserunt. Dicam prius qui deorum causa, tum qui hominum sunt instituti.

Dies Agonales per quos rex in Regia arietem immolat, dicti ab “agon,” eo quod interrogat minister sacrificii “agone?”: nisi si a Graeca lingua, ubi agon princeps, ab eo quod immolatur a principe civitatis et princeps gregis immolatur. Carmentalia nominantur quod sacra tum et feriae Carmentis.

Lupercalia dicta, quod in Lupercali Luperci sacra faciunt. Rex cum ferias menstruas Nonis Februariis edicit, hunc diem februatum appellat; februm Sabini purgamentum, et id in sacris nostris verbum non ignotum: nam pellem capri, cuius de loro caeduntur puellae Lupercalibus, veteres februm vocabant, et Lupercalia Februatio, ut in Antiquitatum libris demonstravi.

Quirinalia a Quirino, quod ei deo feriae et eorum hominum, qui Furnacalibus suis non fuerunt feriati. Feralia ab inferis et ferendo, quod ferunt tum epulas ad sepulcrum quibus ius ibi parentare. Terminalia, quod is dies anni extremus constitutus: duodecimus enim mensis fuit Februarius et cum intercalatur inferiores quinque dies duodecimo demuntur mense. Ecurria ab equorum cursu: eo die enim ludis currunt in Martio Campo.

Liberalia dicta, quod per totum oppidum eo die sedent ut sacerdotes Liberi anus hedera coronatae cum libis et foculo pro emptore sacrificantes. In libris Saliorum quorum cognomen Agonensium, forsitan hic dies ideo appelletur potius Agonia. Quinquatrus: hic dies unus ab nominis errore observatur proinde ut sint quinque; dictus, ut ab Tusculanis post diem sextum Idus similiter vocatur Sexatrus et post diem septimum Septimatrus, sic hic, quod erat post diem quintum Idus, Quinquatrus. Dies Tubulustrium appellatur, quod eo die in Atrio Sutorio sacrorum tubae lustrantur.

Megalesia dicta a Graecis, quod ex Libris Sibyllinis arcessita ab Attalo rege Pergama; ibi prope murum Megalesion, id est templum eius deae, unde advecta Romam. Fordicidia a fordis bubus; bos forda quae fert in ventre; quod eo die publice immolantur boves praegnantes in curiis complures, a fordis caedendis Fordicidia dicta. Palilia dicta a Pale, quod ei feriae, ut Cerialia a Cerere.

Vinalia a vino; hic dies Iovis, non Veneris. Huius rei cura non levis in Latio: nam aliquot locis vindemiae primum ab sacerdotibus publice fiebant, ut Romae etiam nunc: nam flamen Dialis auspicatur vindemiam et ut iussit vinum legere, agna Iovi facit, inter cuius exta caesa et porrecta flamen primus vinum legit. In Tusculanis portis est scriptum:

Vinum novum ne vehatur in urbem ante quam Vinalia kalentur.

Robigalia dicta ab Robigo; secundum segetes huic deo sacrificatur, ne robigo occupet segetes. Dies Vestalia ut virgines Vestales a Vesta. Quinquatrus minusculae dictae Iuniae Idus ab similitudine maiorum, quod tibicines tum feriati vagantur per urbem et conveniunt ad Aedem Minervae. Dies Fortis Fortunae appellatus ab Servio Tullio rege, quod is fanum Fortis Fortunae secundum Tiberim extra urbem Romam dedicavit Iunio mense.

Dies Poplifugia videtur nominatus, quod eo die tumultu repente fugerit populus: non multo enim post hic dies quam decessus Gallorum ex Urbe, et qui tum sub Urbe populi, ut Ficuleates ac Fidenates et finitimi alii, contra nos coniurarunt. Aliquot huius diei vestigia fugae in sacris apparent, de quibus rebus Antiquitatum Libri plura referunt. Nonae Caprotinae, quod eo die in Latio Iunoni Caprotinae mulieres sacrificant et sub caprifico faciunt; e caprifico adhibent virgam. Cur hoc, toga praetexta data eis Apollinaribus Ludis docuit populum.

Neptunalia a Neptuno: eius enim dei feriae. Furrinalia a Furrina, quod ei deae feriae publicae, dies is; cuius deae honos apud antiquos: nam ei sacra instituta annua et flamen attributus; nunc vix nomen notum paucis. Portunalia dicta a Portuno, cui eo die aedes in portu Tiberino facta et feriae institutae.

Vinalia rustica dicuntur ante diem XIIII Kalendas Septembres, quod tum Veneri dedicata aedes et horti ei deae dicantur ac tum sunt feriati holitores. Consualia dicta a Conso, quod tum feriae publicae ei deo et in Circo ad aram eius ab sacerdotibus ludi illi, quibus virgines Sabinae raptae. Volcanalia a Volcano, quod ei tum feriae et quod eo die populus pro se in ignem animalia mittit.

Opeconsiva dies ab dea Ope Consiva, cuius in Regia sacrarium quod adeo artum, eo praeter virgines Vestales et sacerdotem publicum introeat nemo. “Is cum eat, suffibulum ut habeat,” scriptum: id dicitur ab suffigendo subfigabulum. Volturnalia a deo Volturno, cuius feriae tum. Octobri mense Meditrinalia dies dictus a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc die solitum vinum novum et vetus libari et degustari medicamenti causa; quod facere solent etiam nunc multi cum dicunt:

Novum vetus vinum bibo: novo veteri morbo medeor.

Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae eius; ab eo tum et in fontes coronas iaciunt et puteos coronant. Armilustrium ab eo quod in Armilustrio armati sacra faciunt, nisi locus potius dictus ab his; sed quod de his prius, id ab ludendo aut lustro, id est quod circumibant ludentes ancilibus armati. Saturnalia dicta ab Saturno, quod eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia Opis.

Angeronalia ab Angerona, cui sacrificium fit in Curia Acculeia et cuius feriae publicae is dies. Larentinae, quem diem quidam in scribendo Larentalia appellant, ab Acca Larentia nominatus, cui sacerdotes nostri publice parentant e sexto die, qui ab ea dicitur dies Parentalium Accas Larentinas.

Hoc sacrificium fit in Velabro, qua in Novam Viam exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae, ut quod ibi prope faciunt diis Manibus servilibus sacerdotes; qui uterque locus extra urbem antiquam fuit non longe a Porta Romanula, de qua in priore libro dixi. Dies Septimontium nominatus ab his septem montibus, in quis sita Urbs est; feriae non populi, sed montanorum modo, ut Paganalibus, qui sunt alicuius pagi.

De statutis diebus dixi; de annalibus nec die statutis dicam. Compitalia dies attributus Laribus vialibus: ideo ubi viae competunt tum in competis sacrificatur. Quotannis is dies concipitur. Similiter Latinae Feriae dies conceptivus dictus a Latinis populis, quibus ex Albano Monte ex sacris carnem petere fuit ius cum Romanis, a quibus Latinis Latinae dictae. Sementivae Feriae dies is, qui a pontificibus dictus, appellatus a semente, quod sationis causa susceptae. Paganicae eiusdem agriculturae causa susceptae, ut haberent in agris omnis pagus, unde Paganicae dictae. Sunt praeterea feriae conceptivae quae non sunt annales, ut hae quae dicuntur sine proprio vocabulo aut cum perspicuo, ut Novendiales sunt.

Non è al momento possibile ricostruire l’evoluzione del calendario repubblicano. Attraverso le notizie letterarie e il ritrovamento dei Fasti Antiates Maiores, ancora un unico del suo genere, possiamo invece ricostruire con ragionevole sicurezza molti particolari del calendario repubblicano in uso nella prima metà del primo secolo a.C., nel periodo immediatamente precedente l’inizio dell’era giuliana. Ne riportiamo in tabella una versione completa di lettere nundinali, delle note caratteristiche del giorno e delle festività (la prima riga con i nomi dei mesi in italiano e la prima colonna col numero arabo del giorno sono ovviamente aggiunte per comodità del lettore). Come d’uso, tra parentesi quadre si trovano le più probabili ricostruzioni per quegli elementi d’informazione per i quali allo stato permane incertezza.

GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE OTTOBRE NOVEMBRE DICEMBRE INTERCALARE
1 A K · IAN · F F K · FEB · N B K · MAR · NP A K · APR · F F K · MAI · F E K · IVN · N B K · QVI · N A K · SEX · F F K · SEP · F C K · OCT · N B K · NOV · F G K · DEC · N G K · INTER · [F]
2 B F G N C F B F G F F F C N B F G F D F C F H N H [F]
3 C C H N D C C C H C G C D N C C H C E C D C A N A [C]
4 D C A N E C D C A C H C E N D C A C F C E C B C B [C]
5 E NON · F B NON · N F C E NON · N B C A NON · N F POPLIF · NP E NON · F B NON · F G C F NON · F C NON · F C NON · [F]
6 F F C N G C F N C C B N G N F F C F H C G F D F D [F]
7 G C D N H NON · F G N D NON · F C N H NON · N G C D C A NON · F H C E C E [C]
8 H C E N A F H N E F D N A N H C E C · M B F A C F C F [C]
9 A AGON · [NP] F N B C A N F LEMVR · N E VEST · N B N A C F C · M C C B C G C G [C]
10 B C G N C C B N G C F N C C B C G C · M D C C C H C H [C]
11 C CAR · NP H N D C C N H LEMVR · N G MATR · NP D C C C H C E MEDI · NP D C A AGON · NP A [C]
12 D C A N E C D N A C H N E C D C A N F C E C B EN B [C]
13 E EIDVS · NP B EIDVS · NP F EN E EIDVS · NP B LEMVR · N A EIDVS · NP F C E EIDVS · NP B EIDVS · NP G FONT · NP F EIDVS · NP C EIDVS · NP C EIDVS · [NP]
14 F EN C N G EQVIR · NP F N C C B N G C F F C F H EN G F D F D F
15 G CAR · NP D LVPER · NP H EIDVS · NP G FORDI · NP D EIDVS · NP C Q · ST · D · F H EIDVS · NP G C D N A EIDVS · NP H C E CONS · EN E [C]
16 H C E EN A F H N E F D C A F H C E C B F A C F C F [C]
17 A C F QVIR · NP B LIBER · NP A N F C E C B C A PORT · NP F C C C B C G SATVR · EN G [C]
18 B C G C C C B N G C F C C C B C G C D C C C H C H [C]
19 C C H C D QVIN · NP C CERIAL · NP H C G C D LVCAR · NP C VINAL · F[P] H C E ARMI · NP D C A OPAL · NP A [C]
20 D C A C E C D N A C H C E C D C A C F C E C B C B [C]
21 E C B FERAL · F F C E PARIL · NP B AGON · NP A C F LVCAR · NP E CONS · NP B C G C F C C DIVAL · NP C [C]
22 F C C C G N F N C N B C G C F EN C C H C G C D C D [C]
23 G C D TERM · NP H TVBIL · NP G VINAL · F D TVBIL · NP C C H NEPT · NP G VOLK · NP D C A C H C E LAREN · NP E REGIF · [N]
24 H C E REGIF · N A Q · R · C · F H C E Q · R · C · F D C A N H C E C B C A C F C F [C]
25 A C F C B C A ROBIG · NP F C E C B FVRR · NP A OPIC · NP F C C C B C G C G [EN]
26 B C G EN C C B C G C F C C C B C G C D C C C H C H [EQVIR · NP]
27 C C H EQVIR · NP D C C C H C G C D C C VOLTV · NP H C E C D C A C A [C]
28 D C A C E C D C A C H C E C D C A C F C E C B C
29 E C F C E C B C A C F C E C B C G C F C C C
30 G C C C G C H C
31 H C D C H C A C
XXIX XXIIX XXXI XXIX XXXI XXIX XXXI XXIX XXIX XXXI XXIX XXIX XXVII

L’anno repubblicano comprendeva, negli anni ordinari, dodici mesi per un totale di 355 giorni. Ad essi, negli anni intercalari, era aggiunto il mese intercalare (popolarmente noto come mercedonio) di 22 o 23 giorni, portando il totale dell’anno a 377 o 378 giorni. I dettagli dell’intercalazione non sono noti.

In base alla ricomposizione dei frammenti dei Fasti Antiates Maiores emerge un calendario ricostruito analogo nel suo aspetto generale alle numerose successive rappresentazioni dei fasti giuliani a noi giunte. Qui i mesi affiancati, però, sono tredici, con l’intercalare all’ultima colonna; per ognuno di essi sono specificati i giorni fissi (calendae, nonae e idus) sui quali sono espresse le date; ogni giorno è affiancato dalla littera nundinalis a sinistra e dal carattere del giorno (N = nefastus, F = fastus, C = comitialis, etc.) a destra; quando è prevista una delle festività tradizionali, il carattere del giorno è preceduto dall’abbreviazione del nome della festa stessa. Questi giorni “con nome” o “nominati” si ritrovano anche nei primi fasti giuliani, confermando l’intenzione di Cesare di garantire la continuità delle abitudini religiose.

Di tutte le numerose festività che ci sono note, il cui complesso è il cosiddetto feriale, soltanto trentacinque sono segnate, con il rispettivo nome abbreviato, nel calendario (l’elenco di Varrone supra, ad esempio, cita solo alcune delle 35 assieme a diverse altre); talune sono ripetute, per un totale di 45 giorni nominati in corso d’anno. Essi riflettono forse la decisione, intervenuta in un’epoca e per ragioni oggi sconosciute, di cristallizzare il feriale, cioè di non aggiungervi le feste di nuova istituzione; o forse si trattò d’una scelta d’importanza, per motivi altrettanto sconosciuti.

Ai giorni nominati vanno aggiunte le calende di marzo, nel quale avevano luogo i riti di inizio d’anno, probabile vestigia di quando l’anno iniziava appunto in tale data. Inoltre, tutte le idi erano feriae Iovis e in esse avevano luogo i sacra Idulia, al cui centro era il sacrificio di un capro al dio ottimo massimo.

Secondo una schematizzazione antiquaria elaborata da Macrobio nel IV-V secolo, le festività erano caratterizzate in base al tipo di celebrazione, potremmo dire di liturgia, che vi era stabilito avvenisse. Così si potevano avere l’immolazione di vittime animali (sacrificia), la consumazione di pranzi sacri (epula), la celebrazione di giochi (ludi), oppure la prescrizione del riposo dalle ordinarie attività, le cosiddette feriae, parola che è però spesso usata in senso estensivo per indicare tutte le festività.

La gran parte di queste festività, nonché le calende di marzo e tutte le idi, ricevevano il carattere NP. Una importante eccezione sono i Lemuria, che avevano come carattere la lettera N, forse perché si trattava di celebrazioni legate al mondo dei morti; le altre sono i Feralia e i due Vinalia, che ricevono il carattere F; ignoto è il carattere degli Agonalia di gennaio, non reperibile in alcuna fonte. Purtroppo non è sopravvissuta la definizione del carattere NP (per il quale fu appositamente creato un digramma che lega la gamba destra della N con la gamba della P) né è stato finora possibile scoprirne il significato con sufficiente sicurezza.

Si ha l’impressione che i giorni di calende e none fossero originariamente fasti tranne che nei mesi di febbraio, aprile, giugno, luglio, nei quali la prima parte del mese è generalmente occupata da una sequenza di giorni nefasti (questi blocchi sono anche la principale occorrenza di giorni nefasti). Primenti dovevano essere in generale fasti i dies postriduani, cioè i giorni che seguivano calende, none e idi. Vi sono in totale quaranta giorni fasti nell’anno; ai fini della possibilità di promuovere azioni giudiziarie di diritto civile, erano comunque disponibili anche i giorni comiziali nei quali non si tenevano comizi. La C è in generale il carattere dei giorni nella seconda parte dei mesi, dopo le idi od eventualmente dopo i giorni nominati.

Nelle none di ogni mese avveniva tradizionalmente l’annuncio delle feste del mese da parte dei pontefici; coerentemente con ciò, tutte le feste sono successive alle none, con l’unica eccezione dei Poplifugia. Secondo Macrobio (Saturnalia 3,2) il Poplifugium sarebbe stato introdotto tardi, per commemorare la fuga del popolo quando, dopo il sacco della città ad opera dei Galli, i Romani furono assaliti da Fidenati e Ficulei. Tale festa era strettamente legata a quella che si teneva due giorni dopo nelle none a ricordo della vittoria sugli stessi Galli di Brenno (le cosiddette Nonae Caprotinae, poiché vi avveniva un sacrifico nella palude Capra a Giunone detta Caprotina). Altre tradizioni la svincolano però da un evento storico definito, ponendola alla morte di Romolo (Dionigi 2,76) oppure a una non meglio specificata battaglia contro gli Etruschi (Macrobio 3,2).

Quanto al resto, sembra che i giorni nominati abbiano ricevuto questo carattere fortemente distintivo in epoca assai remota. Si conosce una sola aggiunta in epoca storica, l’ultima e assai tarda, tanto da essere in realtà relativa al calendario giuliano: si tratta dell’introduzione degli Augustalia. Rompendo una tradizione così radicata ad antica, sono forse da considerarsi il più grande onore concesso ad Augusto. Gli Augustalia cadono in giorno pari (12 ottobre), ma è notevole che le feste tradizionali nel calendario repubblicano cadono generalmente in giorno dispari, con due sole eccezioni: il Regifugium il 24 febbraio (ma nel mese intercalare cadeva il 23) e gli Equirria del 14 marzo (oppure del 26 intercalare).

Di seguito l’elenco in ordine alfabetico delle festività presenti nella tabella; per ognuna, sono riportate le informazioni essenziali che la riguardano. Si avverte che le date delle festività successive alle idi, in latino, sono espresse rispetto alle idi stesse piuttosto che, come più usuale, rispetto alle calende del mese successivo; ciò per rimuovere l’ambiguità che sorge nel calendario giuliano, nel quale le medesime feste continuarono ad essere osservate ancora per lungo tempo. Questa scelta, del resto, è in linea con quanto, secondo Macrobio Saturnalia 1,14,11, stabilì lo stesso Cesare al fine di preservare la posizione dei giorni festivi e la distanza tra essi.

AGONALIA

Nei dies Agonales il rex sacrificulum immolava un ariete a Giove nella Regia. Questa festa cadeva quattro volte l’anno:

  1. a.d. V Idus Ianuarias (9 gennaio) in onore di Ianus (Agonalia Iani);
  2. p.d. III Idus Martias (17 marzo) in onore di Mars (Agonalia Martis);
  3. p.d. VII Idus Maias (21 maggio) in onore di Veiovis (Agonalia Veiovis);
  4. a.d. III Idus Decembres (11 dicembre) in onore del Sol Indiges (Agonalia Solis Indigetis).

Varrone 6,3: Dies Agonales per quos rex in Regia arietem immolat, dicti ab “agon,” eo quod interrogat minister sacrificii “agone?”: nisi si a Graeca lingua, ubi agon princeps, ab eo quod immolatur a principe civitatis et princeps gregis immolatur.

ARMILVSTRIVM

Festa in onore di Marte, era celebrata p.d. V Idus Octobres (19 ottobre) in occasione del termine tradizionale della stagione bellica (il cui inizio primaverile era marcato dal Tubilustrium il 23 marzo). La festa prevedeva la purificazione rituale delle armi, da cui il nome. La cerimonia, cui prendevano parte i Salii, i sacerdoti danzanti del culto di Marte, aveva luogo sull’Aventino.

Varrone 6,3: Armilustrium ab eo quod in Armilustrio armati sacra faciunt, nisi locus potius dictus ab his; sed quod de his prius, id ab ludendo aut lustro, id est quod circumibant ludentes ancilibus armati.

CARMENTALIA

Festa in onore di Carmentis (Varrone 6,3: Carmentalia nominantur quod sacra tum et feriae Carmentis), una delle Camene, ninfa protettrice delle nascite e patrona delle levatrici. Al suo culto era addetto un flamine minore, il flamen Carmentalis.

Alla celebrazione originaria dell’11 gennaio (a.d. III Iduas Ianuarias) si aggiunse successivamente quella del 15 gennaio (p.d. III Idus Ianuarias), quando le matrone romane vollero così onorare la dea che le aveva aiutate nella battaglia contro il provvedimento del senato che vietava loro l’uso delle carrozze. Il tempio di Carmenta era presso il luogo ove poi fu costruita la porta Carmentalis delle mura serviane, accesso alla città del vico Iugario, la via tra il Campidoglio e il Palatino (la Porta Carmentalis fu chiamata poi porta scellerata perché da essa uscirono i Fabii per ingaggiare battaglia contro i Veienti prima delle disfatta del Cremera nel 477 a.C.).

CERIALIA

Festa in onore di Cerere, celebrata a pridie Idus Apriles usque ad p.d. VII Idus Apriles (12-19 aprile) a partire dall’anno 202 a.C. (Varrone 6,3: Palilia dicta a Pale, quod ei feriae, ut Cerialia a Cerere). Erano noti anche i Ludi Ceriales.

CONSVALIA

Giochi e gare di corsa in onore di Conso (Varrone 6,3: Consualia dicta a Conso, quod tum feriae publicae ei deo et in Circo ad aram eius ab sacerdotibus ludi illi, quibus virgines Sabinae raptae). Si svolgevano p.d. IX Idus Sextiles (21 agosto).

DIVALIA

Festa in onore di Angerona (Varrone 6,3: Angeronalia ab Angerona, cui sacrificium fit in Curia Acculeia et cuius feriae publicae is dies; Solino De mirabilibus mundi 1: Inter antiquissimas sane religiones sacellum colitur Angeronae, cui sacrificatur ante diem duodecimum Kalendarum Ianuariarum: quae diva praesul silentii istius praenexo obsignatoque ore simulachrum habet). Aveva luogo p.d. IX Idus Decembres (21 dicembre).

EQVIRRIA

Corsa equestre in onore di Marte (Varrone 6,3: Ecurria ab equorum cursu: eo die enim ludis currunt in Martio Campo) che si teneva a.d. III Kalendas Martias (27 febbraio).

FERALIA

Festa in onore delle divinità infere (Varrone 6,3: Feralia ab inferis et ferendo, quod ferunt tum epulas ad sepulcrum quibus ius ibi parentare). Aveva luogo p.d. IX Idus Februarias (21 febbraio).

FONTANALIA

Festa in onore di Fons (Varrone 6,3: Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae eius; ab eo tum et in fontes coronas iaciunt et puteos coronant). Aveva luogo a.d. III Idus Octobres (13 ottobre).

FORDICIDIA

Festa in onore di Tellus, divinità della madre terra, nella quale si immolavano vacche gravide (Varrone 6,3: Fordicidia a fordis bubus; bos forda quae fert in ventre; quod eo die publice immolantur boves praegnantes in curiis complures, a fordis caedendis Fordicidia dicta). Si teneva p.d. III Idus Apriles (15 aprile).

FVRRINALIA

Festa in onore di Furina (Varrone 6,3: Furrinalia a Furrina, quod ei deae feriae publicae, dies is; cuius deae honos apud antiquos: nam ei sacra instituta annua et flamen attributus; nunc vix nomen notum paucis). Aveva luogo il 25 luglio, p.d. XI Idus Quintiles.

IDVLIA

Come a Giunone erano sacre tutte le calende, a Giove erano sacre tutte le idi (feriae Iovis). In esse, il flamen Dialis immolava una pecora bianca (ovis Idulis). La dedicazione del tempio di Giove in Campidoglio cadeva alle idi di settembre e i Ludi Capitolini, in onore di Giove, erano celebrati alle idi di ottobre.

KALENDIS MARTIIS

Il primo giorno di marzo fu il capodanno del primo calendario romano. Vi si volgevano le Feriae Martis o Saliaria in onore di Marte, nelle quali si rinnovava il fuoco di Vesta.

Forse nel IV secolo a.C. vi si aggiunsero le Feriae matronales, festa in onore di Giunone Lucina protettrice delle nascite. Il cerimoniale prevedeva che le donne romane portassero fiori e incenso al tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino, dedicato secondo la tradizione il 1 marzo 375 a.C. e rifatto nel 268 a.C. Nel tempio, ove si dovevano recare con i capelli sciolti e con la veste priva di cintura e di nodi, esse facevano voti per la gloria e la salvezza dei loro mariti. Terminata la cerimonia pubblica, nella propria casa secondo l’uso le matrone ricevevano doni dai propri mariti e dai figli, i quali offrivano preghiere per le proprie spose e madri, infine servivano il pranzo ai loro schiavi proprio come gli uomini facevano nelle festa dei Saturnalia. Le calende di marzo erano perciò anche dette Kalendae femineae.

LARENTALIA

Festa in onore di Larenta, nota anche come Larentinae (Varrone 6,3: Larentinae, quem diem quidam in scribendo Larentalia appellant, ab Acca Larentia nominatus, cui sacerdotes nostri publice parentant e sexto die, qui ab ea dicitur dies Parentalium Accas Larentinas. Hoc sacrificium fit in Velabro, qua in Novam Viam exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae, ut quod ibi prope faciunt diis Manibus servilibus sacerdotes; qui uterque locus extra urbem antiquam fuit non longe a Porta Romanula, de qua in priore libro dixi). Si svolgeva p.d. XI Idus Decembres (23 dicembre).

LEMVRIA

Erano cerimonie di esorcismo contro lo spirito dei morti di morte violenta, i cosiddetti lemures. La credenza popolare asseriva infatti che questi spiriti, come i più moderni fantasmi, tornassero sulla terra per tormentare i vivi. Il rituale prevedeva che il pater familias gettasse alcune fave nere dietro di sé per nove volte, recitando formule propiziatorie. La tradizione antica ne faceva risalire l’istituzione a Romolo, oggi si ritiene possano essere state le più antiche festività dei morti a Roma (Ovidio Fasti 5,419 segg.). Note anche come Lemuralia o Lemures, si tenevano il 9, 11 e 13 maggio, a.d. VII V et III Idus Maias.

LIBERALIA

Festa in onore di Bacco equiparato al latino Liber (Varrone 6,3: Liberalia dicta, quod per totum oppidum eo die sedent ut sacerdotes Liberi anus hedera coronatae cum libis et foculo pro emptore sacrificantes. In libris Saliorum quorum cognomen Agonensium, forsitan hic dies ideo appelletur potius Agonia). Note anche come Bacchanalia, avevano luogo ab Idibus Martiis per II dies (15-16 marzo).

LVCARIA

Feste in onore di una divinità boschiva di cui non conosciamo il nome. Avevano luogo p.d. V et VII Idus Quintiles (19 e 21 luglio).

LVPERCALIA

Festa in onore di Fauno (Varrone 6,3: Lupercalia dicta, quod in Lupercali Luperci sacra faciunt. Rex cum ferias menstruas Nonis Februariis edicit, hunc diem februatum appellat; februm Sabini purgamentum, et id in sacris nostris verbum non ignotum: nam pellem capri, cuius de loro caeduntur puellae Lupercalibus, veteres februm vocabant, et Lupercalia Februatio, ut in Antiquitatum libris demonstravi). Si teneva per tre giorni dal 13 al 15 febbraio, ab Idibus Februariis per III dies.

MATRONALIA

Festa in onore di Giunone Lucina, protettrice delle nascite. Il cerimoniale prevedeva che le donne romane portassero fiori e incenso al tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino, dedicato secondo la tradizione il 1 marzo 375 a.C. e rifatto nel 268 a.C. Le calende di marzo, inizio d’anno nell’antico calendario romano, erano perciò anche dette Kalendae femineae. Nel tempio, ove si dovevano recare con i capelli sciolti e con la veste priva di cintura e di nodi, esse facevano voti per la gloria e la salvezza dei loro mariti. Terminata la cerimonia pubblica, nella propria casa secondo l’uso le matrone ricevevano doni dai propri mariti e dai figli, i quali offrivano preghiere per le proprie spose e madri, infine servivano il pranzo ai loro schiavi proprio come gli uomini facevano nelle festa dei Saturnalia.

MEDITRINALIA

Festa in onore di Meditrina (Varrone 6,3: Octobri mense Meditrinalia dies dictus a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc die solitum vinum novum et vetus libari et degustari medicamenti causa; quod facere solent etiam nunc multi cum dicunt: novum vetus vinum bibo: novo veteri morbo medeor). Si teneva l’11 ottobre, a.d. V Idus Octobres.

NEPTVNALIA

Festa in onore di Nettuno (Varrone 6,3: Neptunalia a Neptuno: eius enim dei feriae). Avevano luogo il 23 luglio, p.d. IX Idus Quintiles.

OPALIA et OPECONSIVIA

In onore della dea Opi, la dea dell’abbondanza, si teneva la festa detta Opeconsivia (anche Opiconsivia) al termine della raccolta del grano, il 25 agosto (p.d. XIII Idus Sextiles) e la festa detta Opalia, connessa con la reposizione del grano nei granai, il 19 dicembre (p.d. VII Idus Decembres).

Varrone 6,3: Saturnalia dicta ab Saturno, quod eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia Opis. Varrone 6,3: Opeconsiva dies ab dea Ope Consiva, cuius in Regia sacrarium quod adeo artum, eo praeter virgines Vestales et sacerdotem publicum introeat nemo. “Is cum eat, suffibulum ut habeat,” scriptum: id dicitur ab suffigendo subfigabulum.

Entrambe le feste avevano una connessione con i Consualia, le feste di Conso che si tenevano il 21 agosto e il 15 dicembre, cioè quattro giorni prima di Opeconsivia ed Opalia.

PARILIA (Dies natalis Urbis)

Festa in onore di Pales (Varrone 6,3: Palilia dicta a Pale, quod ei feriae, ut Cerialia a Cerere), derivante da Palilia, celebrata p.d. IX Idus Apriles (21 aprile).

POPLIFVGIA

Festa in onore di Giove (Dionigi di Alicarnasso Antiquitates Romanae II,56,5; Varrone 6,3: Dies Poplifugia videtur nominatus, quod eo die tumultu repente fugerit populus: non multo enim post hic dies quam decessus Gallorum ex Urbe, et qui tum sub Urbe populi, ut Ficuleates ac Fidenates et finitimi alii, contra nos coniurarunt. Aliquot huius diei vestigia fugae in sacris apparent, de quibus rebus Antiquitatum Libri plura referunt). Era celebrata a.d. III Nonas Quintiles (5 luglio).

PORTVNALIA

Festa in onore di Portuno (Varrone 6,3: Portunalia dicta a Portuno, cui eo die aedes in portu Tiberino facta et feriae institutae). Cadeva p.d. V Idus Sextiles (17 agosto).

QVINQVATRVS

Varrone 6,3: Quinquatrus: hic dies unus ab nominis errore observatur proinde ut sint quinque; dictus, ut ab Tusculanis post diem sextum Idus similiter vocatur Sexatrus et post diem septimum Septimatrus, sic hic, quod erat post diem quintum Idus, Quinquatrus.

Festa in onore di Minerva nota anche come Quinquatria e celebrata su cinque giorni ab p.d. V Idus usque ad p.d. IX Idus (19-23 marzo). In origine era probabilmente celebrata il solo 19 marzo: secondo Varrone 6,14 il nome derivava dal fatto che la festa aveva luogo il quinto giorno dopo le idi. Qualche decennio più tardi, Ovidio (Fasti 3,809segg.) affermava invece che il nome derivasse dalla durata, di cinque giorni. Si ritiene che l’estensione ai giorni seguenti sia dell’età di Cesare. Se così è, l’ultimo giorno, il 23 marzo, venne a coincidere col Tubilustrium, che è quindi in origine una festa indipendente.

QVRINALIA

Festa in onore di Quirino (Varrone 6,3: Quirinalia a Quirino, quod ei deo feriae et eorum hominum, qui Furnacalibus suis non fuerunt feriati). Cadeva p.d. V Idus Februarias (17 febbraio).

REGIFVGIVM

Secondo Varrone e Ovidio, la festa ricordava la fuga da Roma dell’ultimo re, Tarquinio il superbo. Secondo Plutarco, invece, era il nome del curioso rituale che concludeva il sacrificio pubblico che si teneva nei Comitia il 24 febbraio: tale sacrificio era celebrato da un sacerdote noto come rex sacrorum o rex sacrificulus; al termine del sacrificio, il rex sacrorum fuggiva letteralmente dalla piazza. Alcuni sostengono l’ovvia riconciliazione delle due versioni, che cioè il rex sacrorum, carica puramente religiosa senza attribuzioni di natura civile o militare, sia stato introdotto dopo la proclamazione della repubblica per raffigurare il re nell’esercizio delle sue funzioni sacerdotali (addirittura come sostituto del re, se il sacrificio di cui si parla ebbe radici nel periodo regio) e quindi per ricordarne la fuga con il gusto beffardo tipico del popolo romano. Cadeva a.d. VI Kalendas Martias (24 febbraio), primo giorno successivo al mese intercalare nel caso di intercalazione.

ROBIGALIA

Gara di corsa a piedi in onore di Robigus (Varrone 6,3: Robigalia dicta ab Robigo; secundum segetes huic deo sacrificatur, ne robigo occupet segetes). Celebrata p.d. XIII Idus Apriles (25 aprile).

SATVRNALIA

Festa in onore di Saturno (Livio 2,21: His [scil. A. Sempronio et M. Minucio = 497 a.Chr.n.] consulibus aedis Saturno dedicata, Saturnalia institutus festus dies. Varrone 6,3: Saturnalia dicta ab Saturno, quod eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia Opis). Celebrata su cinque giorni ab p.d. V Idus Decembres usque ad p.d. IX Idus Decembres (17-21 dicembre).

TERMINALIA

Festa in onore del dio Termine (Varrone 6,3: Terminalia, quod is dies anni extremus constitutus: duodecimus enim mensis fuit Februarius et cum intercalatur inferiores quinque dies duodecimo demuntur mense). Cadeva p.d. XI Idus Februarias (23 febbraio), ultimo giorno prima del mese intercalare nel caso di intercalazione.

TVBILVSTRIVM

Festa in onore di Marte, coincidente con l’ultimo giorno dei Quinquatrus. Il nome deriva dalla cerimonia del lavaggio rituale delle tubae, trombe da guerra, con il quale si inaugurava la stagione bellica p.d. IX Idus Martias (23 marzo). In questa occasione i Salii, i sacerdoti danzanti del culto di Marte, andavano in processione per la città. Una seconda celebrazione aveva luogo il 23 maggio in onore di Vulcano. Varrone 6,3: Dies Tubulustrium appellatur, quod eo die in Atrio Sutorio sacrorum tubae lustrantur.

VESTALIA

Festa di Vesta, la dea del focolare, nel tempio della quale ardeva il sacro fuoco perenne. Ricordata sui calendari a.d. V Idus Iunias (9 giugno), in tarda età repubblicana ed età imperiale era celebrata su nove giorni, dal 7 al 15 giugno. L’ultimo giorno era uno dei due giorni fissi del calendario, marcato quando stercum delatum fas, sembra faccia riferimento all’epoca antichissima, precedente la formazione della città, nella quale il tempio doveva essere ripulito non dalle immondizie, come in epoca storica, ma dagli escrementi degli animali di una società schiettamente pastorale.

VINALIA

Con questo nome si indicavano due feste: i Vinalia Urbana o Priora festeggiavano p.d. XI Idus Apriles (23 aprile) la vendemmia e il vino dell’anno precedente con l’offerta di libagioni di vino novello a Giove e a Venere; i Vinalia Rustica o Altera o Posteriora servivano a propiziare Giove e Venere per una vendemmia abbondante con l’offerta p.d. VII Idus Sextiles (19 agosto) di un agnello sacrifiato dal flamen Dialis. Varrone 6,3: Vinalia a vino; hic dies Iovis, non Veneris. Huius rei cura non levis in Latio: nam aliquot locis vindemiae primum ab sacerdotibus publice fiebant, ut Romae etiam nunc: nam flamen Dialis auspicatur vindemiam et ut iussit vinum legere, agna Iovi facit, inter cuius exta caesa et porrecta flamen primus vinum legit. In Tusculanis portis est scriptum:Vinum novum ne vehatur in urbem ante quam Vinalia kalentur.

VOLCANALIA

Festa in onore di Vulcano (Varrone 6,3: Volcanalia a Volcano, quod ei tum feriae et quod eo die populus pro se in ignem animalia mittit). Cadeva p.d. XI Idus Sextiles (23 agosto).

VOLTVRNALIA

Festa in onore di Volturno (Varrone 6,3: Volturnalia a deo Volturno, cuius feriae tum). Era celebrata p.d. XV Idus Sextiles (27 agosto) dal flamine minore Volturnalis.

La cronologia romana di Diororo Siculo

La cronologia romana di Diororo Siculo published on

Lo storico siciliano Diodoro, nativo di Agyrium (oggi Agira in provincia di Enna), città dei Siculi che divenne poi colonia greca dei Corinzi, visse probabilmente tra il 90 e il 30 a.C. circa (il Chronicon di San Girolamo nel pone il floruit nel 49 a.C.). Egli stesso dice di aver dedicato alla sua monumentale Bibliotheca historica, una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia, trent’anni della sua vita; ed in effetti vi si incontrano notizie autobiografiche o contemporanee dal 60 al 30 a.C. circa. Dei quaranta libri che la componevano, a noi sono giunti la prima pentade e la decade dall’XI al XX.

I libri XI-XX contengono la sequenza consolare dal 268 = 486(V) al 452 = 302(V), che secondo Diodoro occupò gli anni da a.Ol. 75.1 = 480/479 ad a.Ol. 119.3 = 302/301. Essa presenta numerose divergenze da quella stabilita da Varrone, seguita da Livio e dagli altri storici superstiti latini e greci e canonizzata nei Fasti Capitolini.

Nel tentativo di spiegare le differenze, in alcuni casi gioca un ruolo importante la manifesta incapacità di Diodoro di comprendere e trascrivere intelligibilmente i nomi romani (un esempio eclatante: spesso nei tribunati è dichiarato un numero di magistrati superiore a quello dei nomi poi effettivamente trascritti). Al di là di questo elemento, non rimane che accettare il fatto che egli è l’unico rappresentante giunto sino a noi di una tradizione consolare radicalmente diversa dalle altre. Anche se non siamo in grado di valutare criticamente la bontà delle fonti dell’Autore Greco, e tanto meno di confrontarla con quella delle fonti varroniane, poco meno ignote, è in questo che sta il maggiore interesse per l’opera di Diodoro.

a.Ol. ἐν Ῥώμῃ τὴν ὑπατικὴν ἀρχὴν διεδέξαντο vel Ῥωμαῖοι κατέστησαν ὑπάτους vel Ῥωμαῖοι τὴν ὕπατον ἀρχὴν παρέδοσαν τῷ Ἀθήνησι ἄρχων vel ἐπ᾽ ἄρχοντος δ᾽ Ἀθήνησι vel Ἀθηναῖοι παρέδωκαν τὴν ἀρχήν τῷ ὀλυμπιὰς ἤχθη παρὰ τοῖς Ἠλείοις καθ᾽ ἣν ἐνίκα στάδιον Passus
75.1 = 480/479 Σπόριος Κάσσιος Πρόκλος Οὐεργίνιος Τρίκοστος Καλλιάδου Ἀστύλος Συρακόσιος 11,1,2
Κόϊντος Φάβιος Σιλουανὸς Σερούιος Κορνήλιος Τρίκοστος Ξανθίππου 11,27,1
Καίσων Φάβιος Λεύκιος Αἰμίλιος Μάμερκος Τιμοσθένους 11,38,1
Μάρκος Φάβιος Οὐιβλανὸς Λεύκιος Οὐαλέριος Πόπλιος Ἀδείμαντος 11,41,1
76.1 = 476/475 Καίσων Φάβιος Σπόριος Φούριος Μενέλλαιος Φαίδωνος Σκαμάνδριος Μυτιληναῖος 11,48,1
Μάρκον Φάβιον Γναῖον Μάλλιον Δρομοκλείδου 11,50,1
Καίσων Φάβιος Τίτος Οὐεργίνιος Ἀκεστορίδου 11,51,1
Λεύκιον Αἰμίλιον Μάμερκον Γάιον Κορνήλιον Λέντουλον Μένωνος 11,52,1
77.1 = 472/471 Τίτος Μινούνιος Γάιος Ὁράτιος Πολύειδος Χάρης Δάνδης Ἀργεῖος 11,53,1
Αὖλον Οὐεργίνιον Τρίκοστον Γάιον Σερουίλιον Στροῦκτον Πραξιέργου 11,54,1
Πούπλιον Οὐαλέριον Ποπλικόλαν Γάιον Ναύτιον Ῥοῦφον Δημοτίωνος 11,60,1
Λεύκιος Φούριος Μεδιολανὸς Μάρκος Μανίλιος Οὐάσων Φαίωνος 11,63,1
78.1 = 468/467 Λεύκιος Αἰμίλιος Μάμερκος Λεύκιος Ἰούλιος Ἴουλος Θεαγενείδης Παρμενίδης Ποσειδωνιάτης 11,65,1
Λεύκιον Πινάριον Μαμερτῖνον Πούπλιον Φούριον Φίφρωνα Λυσιστράτου 11,66,1
Ἄππιον Κλαύδιον Τίτον Κοΐντιον Καπιτώλιον Λυσανίου 11,67,1
Λεύκιος Οὐαλέριος Ποπλικόλας Τίτος Αἰμίλιος Μάμερκος Λυσίθεος 11,69,1
79.1 = 464/463 Αὖλον Οὐεργίνιον Τίτον Μινούκιον Ἀρχεδημίδου Ξενοφῶν Κορίνθιος 11,70,1
Τίτον Κοΐντιον Κόιντον Σερουίλιον Στροῦκτον Τληπολέμου 11,71,1
Κόιντος Φάβιος Οὐιβουλανὸς Τιβέριος Αἰμίλιος Μάμερκος Κόνωνος 11,74,1
Κόιντον Σερουίλιον Σπόριον Ποστούμιον Ἀλβῖνον Εὐθίππου 11,75,1
80.1 = 460/459 Κόιντον Φάβιον Τίτον Κοίντιον Καπιτωλῖνον Φρασικλείδου Τορύλλας Θετταλός 11,77,1
Αὖλος Ποστούμιος Ῥηγοῦλος Σπόριος Φούριος Μεδιολανός Φιλοκλῆς 11,78,1
Πούπλιος Σερουίλιος Στροῦκτος Λεύκιος Αἰβούτιος Ἄλβας Βίων 11,79,1
Λούκιος Λουκράτιος Τίτος Οὐετούριος Κιχωρῖνος Μνησιθείδης 11,81,1
81.1 = 456/455 Σερούιος Σουλπίκιος Πούπλιος Οὐολούμνιος Ἀμεντῖνος Καλλίου Πολύμναστος Κυρηναῖος 11,84,1
Πούπλιον Οὐαλέριον Ποπλικόλαν Γάιον Κλώδιον Ῥήγιλλον Σωσιστράτου 11,85,1
Κόιντον Φάβιον Οὐιβουλανὸν Λεύκιον Κορνήλιον Κουριτῖνον Ἀρίστωνος 11,86,1
Γάιος Ναύτιος Ῥούτιλος Λεύκιος Μινούκιος Καρουτιανός Λυσικράτους 11,88,1
(82.1 = 452/451)
Λεύκιον Ποστούμιον Μάρκον Ὁράτιον Ἀντιδότου 11,91,1
Λεύκιον Κοΐντιον Κικιννᾶτον Μάρκον Φάβιον Οὐιβουλανόν Εὐθυδήμου 12,3,1
Μάρκον Οὐαλέριον Λακτοῦκαν Σπόριον Οὐεργίνιον Τρίκοστον Πεδιέως 12,4,1
83.1 = 448/447 Τίτον Ῥωμίλιον Οὐατικανὸν Γάιον Οὐετούριον Κιχώριον Φιλίσκου Κρίσων Ἱμεραῖος 12,5,1
Σπόριον Ταρπήιον Αὖλον Ἀστέριον Φοντίνιον Τιμαρχίδου 12,6,1
Σέξτον Κοΐντιον… … Τριγέμινον Καλλιμάχου 12,7,1
Τίτον Μενήνιον Πόπλιον Σήστιον Καπετωλῖνον Λυσιμαχίδου 12,22,1
84.1 = 444/443 δέκα ἄνδρες νομογράφοι: Πόπλιος Κλώδιος Ῥηγιλλανός, Τίτος Μινύκιος, Σπόριος Οὐετούριος, Γάιος Ἰούλιος, Γάιος Σουλπίκιος, Πόπλιος Σήστιος, Ῥωμύλος, Σπόριος Ποστούμιος Καλβίνιος Πραξιτέλους Κρίσων Ἱμεραῖος 12,23,1
πάλιν δέκα ἄνδρες νομοθέται:  Ἄππιον Κλώδιον, Μάρκον Κορνήλιον, Λεύκιον Μινύκιον, Γάιον Σέργιον, Κόιντον Πόπλιον, Μάνιον Ῥαβολήιον, Σπόριον Οὐετούριον Λυσανίου 12,24,1
Μάρκον Ὁράτιον Λεύκιον Οὐαλέριον Τούρπινον Διφίλου 12,26,1
Λαρῖνον Ἑρμίνιον Τίτον Στερτίνιον Στρούκτορα Τιμοκλέους 12,27,1
85.1 = 440/439 Λεύκιον Ἰούλιον Μάρκον Γεγάνιον Μυριχίδου Κρίσων Ἱμεραῖος τὸ δεύτερον 12,29,1
Τίτον Κοΐντιον Ἀγρίππαν Φούριον Γλαυκίδου 12,30,1
Μάρκον Γενύκιον Ἀγρίππαν Κούρτιον Χίλωνα Θεοδώρου 12,31,1
χιλίαρχοι τρεῖς, Αὖλος Σεμπρώνιος, Λεύκιος Ἀτίλιος, Τίτος Κόιντος Εὐθυμένης 12,32,1
86.1 = 436/435 Τίτον Κοΐντιον Μάρκον Γεγάνιον Μακερῖνον Λυσιμάχου Θεόπομπος Θετταλός 12,33,1
Μάρκον Φάβιον Πόστουμον Αἰβούτιον Οὔλεκον Ἀντιοχίδου 12,34,1
Κόιντον Φούριον Φοῦσον Μάνιον Παπίριον Κράσσον Κράτητος 12,35,1
Τίτον Μενήνιον Πρόκλον Γεγάνιον Μακερῖνον Ἀψεύδους 12,36,1
87.1 = 432/431 Τίτον Κοΐντιον Νίττον Μενήνιον Πυθοδώρου Σώφρων Ἀμπρακιώτης 12,37,1
τρεῖς χιλιάρχους, Μάνιον Αἰμιλιανὸν Μάμερκον, Γάιον Ἰούλιον, Λεύκιον Κοΐντιον Εὐθυδήμου 12,38,1
Μάρκον Γεγάνιον Λούκιον Σέργιον Ἀπολλοδώρου 12,43,1
Λεύκιον Παπίριον Αὖλον Κορνήλιον Μακερῖνον Ἐπαμείνονος 12,46,1
88.1 = 428/427 Γάιον Ἰούλιον Πρόκλον Οὐεργίνιον Τρίκοστον Διοτίμου Σύμμαχος Μεσσήνιος ἀπὸ Σικελίας 12,49,1
χιλιάρχους τρεῖς, Μάρκον Μάνιον, Κόιντον Σουλπίκιον Πραιτέξτατον, Σερούιον Κορνήλιον Κόσσον Εὐκλείδου 12,53,1
χιλιάρχους τρεῖς, Μάρκον Φάβιον, Μάρκον Φαλίνιον, Λεύκιον Σερουίλιον Εὐθύνου 12,58,1
χιλίαρχοι τρεῖς, Λεύκιος Φούριος, Σπόριος Πινάριος καὶ Γάιος Μέτελλος Στρατοκλέους 12,60,1
89.1 = 424/423 Τίτος Κοΐντιος Γάιος Ἰούλιος Ἴσαρχος Σύμμαχος τὸ δεύτερον 12,65,1
Γάιον Παπίριον Λεύκιον Ἰούνιον Ἀμεινίου 12,72,1
Ὀπίτερος Λουκρήτιος Λεύκιος Σέργιος Φιδηνιάτης Ἀλκαῖος 12,73,1
Τίτον Κοΐντιον Αὖλον Κορνήλιον Κόσσον Ἀριστίωνος 12,75,1
90.1 = 420/419 Λεύκιον Κοΐντιον Αὖλον Σεμπρώνιον Ἀστυφίλου Ὑπέρβιος Συρακόσιος 12,77,1
Λεύκιον Παπίριον Μουγιλανὸν Γάιον Σερουίλιον Στροῦκτον Ἀρχίου 12,78,1
χιλίαρχοι τέτταρες, Γάιος Φούριος καὶ Τίτος Κοΐντιος, ἔτι δὲ Μάρκος Ποστούμιος καὶ Αὖλος Κορνήλιος Ἀντιφῶν 12,80,1
χιλίαρχοι Λεύκιος Φούριος, Λεύκιος Κοΐντιος, Αὖλος Σεμπρώνιος Εὐφήμου 12,81,1
91.1 = 416/415 χιλίαρχοι τέτταρες, Τίτος Κλαύδιος καὶ Σπόριος Ναύτιος, ἔτι δὲ Λούκιος Σέντιος καὶ Σέξτος Ἰούλιος Ἀρίμνηστος Ἐξαίνετος Ἀκραγαντῖνος 12,82,1
χιλιάρχους τρεῖς, Λεύκιον Σέργιον, Μάρκον Παπίριον, Μάρκον Σερουίλιον Χαβρίου 13,2,1
χιλιάρχους τέτταρας, Πόπλιον Λουκρήτιον, Γάιον Σερουίλιον, Ἀγρίππαν Μενήνιον, Σπούριον Οὐετούριον Τισάνδρου 13,7,1
χιλίαρχοι τέτταρες, Αὖλος Σεμπρώνιος καὶ Μάρκος Παπίριος, Κόιντος Φάβιος, Σπόριος Ναύτιος Κλεόκριτος 13,9,1
92.1 = 412/411 χιλιάρχους τέτταρας, Πόπλιον Κορνήλιον … Γάιον Φάβιον Καλλίου Ἐξαίνετος Ἀκραγαντῖνος 13,34,1
τέτταρας χιλιάρχους, Τιβέριον Ποστούμιον καὶ Γάιον Κορνήλιον, πρὸς δὲ τούτοις Γάιον Οὐαλέριον καὶ Καίσωνα Φάβιον Θεόπομπος 13,38,1
Μάρκος Κορνήλιος Λεύκιος Φούριος Γλαύκιππος 13,43,1
Κόιντος Φάβιος Γάιος Φούριος Διοκλῆς 13,54,1
93.1 = 408/407 Μάρκον Παπίριον Σπόριον Ναύτιον Εὐκτήμονι Εὔβατος Κυρηναῖος 13,68,1
Γάιον Μάνιον Αἰμίλιον Γάιον Οὐαλέριον Ἀντιγένης 13,76,1
Λεύκιος Φούριος Γναῖος Πομπήιος Καλλίας 13,80,1
τρεῖς χιλίαρχοι, Γάιος Ἰούλιος, Πούπλιος Κορνήλιος, Γάιος Σερουίλιος Ἀλεξίας 13,104,1
94.1 = 404/403 χιλίαρχοι τέτταρες, Γάιος Φολούιος καὶ Γάιος Σερουίλιος καὶ Γάιος Οὐαλέριος καὶ Νουμέριος Φάβιος ἀναρχίας οὔσης Ἀθήνησι Κορκίνας Λαρισαῖος 14,3,1
χιλίαρχοι τέσσαρες, Πόπλιος Κορνήλιος, Νουμέριος Φάβιος, Λεύκιος Οὐαλέριος Εὐκλείδης 14,12,1
χιλίαρχοι τρεῖς, Τίτος Κοΐντιος καὶ Γάιος Ἰούλιος καὶ Αὖλος Μαμίλος Μικίων 14,17,1
χιλίαρχοι ἕξ, Πόπλιος Κορνήλιος, Καίσων Φάβιος, Σπόριος Ναύτιος, Γάιος Οὐαλέριος, Μάνιος Σέργιος (et Iunius Lucullus) Ἐξαίνετος 14,19,1
95.1 = 400/399 χιλίαρχοι, Μάνιος Κλώδιος, Μάρκος Κοΐντιος, Λεύκιος Ἰούλιος, Μάρκος Φούριος, ΛεύκιοσΟὐαλέριος Λάχης Μίνως Ἀθηναῖος 14,35,1
ἓξ χιλίαρχοι, Γάιος Σερουίλιος καὶ Λούκιος Οὐεργίνιος, Κόιντος Σουλπίκιος, Αὖλος Μουτίλιος, Μάνιος Σέργιος Ἀριστοκράτης 14,38,1
χιλίαρχοι πέντε, Λεύκιος Ἰούλιος, Μάρκος Φούριος, Μάρκος Αἰμίλιος, Γάιος Κορνήλιος, Καίσων Φάβιος Ἰθυκλῆς 14,44,1
χιλίαρχοι ἕξ, Πόπλιος Μάλλιος, Πούπλιος Μαίλιος, Σπόριος Φούριος, Λεύκιος Πούπλιος Λυσιάδης 14,47,1
96.1 = 396/395 χιλίαρχοι ἕξ, Γναῖος Γενούκιος καὶ Λεύκιος Ἀτίλιος, Μάρκος Πομπώνιος, Γάιος Δυίλιος, Μάρκος Οὐετούριος, Οὐαλέριος Ποπλίλιος Φορμίων Εὔπολις Ἠλεῖος 14,54,1
ἓξ χιλίαρχοι τὴν ὑπατικὴν ἀρχὴν διῴκουν, Λεύκιος Οὐαλέριος, Μάρκος Φούριος, Κόιντος Σερουίλιος, Κόιντος Σουλπίκιος Διόφαντος 14,82,1
χιλίαρχοι ἕξ, Λεύκιος Σέργιος, Αὖλος Ποστούμιος, Πόπλιος Κορνήλιος, Κόιντος Μάνλιος Εὐβουλίδης 14,85,1
χιλίαρχοι ἕξ, Λεύκιος Τιτίνιος, [2] Πόπλιος Λικίνιος, Πόπλιος Μελαῖος, Κόιντος Μάλλιος, Γναῖος Γενύκιος, Λεύκιος Ἀτίλιος Δημόστρατος 14,90,1
97.1 = 392/391 ἓξ χιλίαρχοι, Πόπλιος καὶ Κορνήλιος, Καίσων Φάβιος, Λεύκιος Φούριος, Κόιντος Σερουίλιος, Μάρκος Οὐαλέριος Φιλοκλῆς Τερίρης 14,94,1
χιλίαρχοι τρεῖς, Μάρκος Φούριος, Γάιος Αἰμίλιος Νικοτέλης 14,97,1
Λεύκιος Λουκρήτιος Σερουίλιος Δημόστρατος 14,99,1
Λεύκιος Οὐαλέριος Αὖλος Μάλλιος Ἀντίπατρος 14,103,1
98.1 = 388/387 χιλίαρχοι τέσσαρες, Λεύκιος Λουκρήτιος, Σερούιος Σουλπίκιος, Γάιος Αἰμίλιος καὶ Γάιος Ῥοῦφος Πυργίων Σώσιππος Ἀθηναῖος 14,107,1
χιλίαρχοι ἕξ, Κόιντος Καίσων Σουλπίκιος, Αἶνος Καίσων Φάβιος, Κόιντος Σερουίλιος, Πόπλιος Κορνήλιος Θεόδοτος 14,110,1
χιλιάρχους τρεῖς, Μάρκον Φούριον, ἔτι δὲ Γάιον καὶ Αἰμίλιον Μυστιχίδου 15,2,1
Λεύκιον Λουκρήτιον Σερούιον Σουλπίκιον Δεξιθέου 15,8,1
99.1 = 384/383 Λεύκιος Οὐαλέριος Αὖλος Μάλλιος Διοτρέφης Δίκων Συρακόσιος 15,14,1
χιλιάρχους τέτταρας, Λεύκιον Λοκρήτιον, Σέντιον Σολπίκιον, Λεύκιον Αἰμίλιον, Λεύκιον Φούριον Φανοστράτου 15,15,1
χιλιάρχους ἕξ, Κόιντον Σολπίκιον, Γάιον Φάβιον, Κόιντον Σερουίλιον, Πόπλιον Κορνήλιον Εὐάνδρου 15,20,1
χιλιάρχους Πόπλιον Κορνήλιον, Λεύκιον Οὐεργίνιον, Λεύκιον Παπίριον, Μάρκον Φούριον, Οὐαλέριον, Αὖλον Μάλλιον, Λεύκιον καὶ Ποστούμιον Δημοφίλου 15,22,1
100.1 = 380/379 χιλίαρχοι ἓξ, Τίτος Κοΐνκτιος, Λεύκιος Σερουίλιος, Λεύκιος Ἰούλιος, Ἀκύλλιος, Λεύκιος Λοκρήτιος, Σερούιος Σουλπίκιος Πυθέας Διονυσόδωρος Ταραντῖνος 15,23,1
χιλιάρχους ἓξ, Λεύκιον Παπίριον, Γάιον Σερουίλιον, Λεύκιον Κοΐνκτιον, Λεύκιον Κορνήλιον, Λεύκιον Οὐαλέριον, Αὖλον Μάλλιον Νίκωνος 15,24,1
χιλιάρχους τέσσαρας, Μάρκον Κορνήλιον καὶ Κόιντον Σερουίλιον, Μάρκον Φούριον καὶ Λεύκιον Κοΐνκτιον Ναυσινίκου 15,25,1
χιλιάρχους τέτταρας, Λεύκιον Παπίριον, Μάρκον Πόπλιον, Τίτον Κορνήλιον, Κόιντον Λεύκιον Καλλέου 15,28,1
101.1 = 376/375 χιλιάρχους τέτταρας, Σερούιον Σουλπίκιον, Λεύκιον Παπίριον, Τίτον Κοΐνκτιον Χαρισάνδρου Δάμων Θούριος 15,36,1
χιλιάρχους τέτταρας, Λεύκιον Οὐαλέριον, Λεύκιον Μάλλιον, Σερούιον Σουλπίκιον, Λοκρήτιον Ἱπποδάμου 15,38,1
χιλιάρχους τέτταρας, Κόιντον Σερουίλιον, Σερούιον Κορνήλιον, ἔτι δὲ Σπόριον Παπίριον Σωκρατίδου 15,41,1
χιλιάρχους ἕξ, Μάρκον Φούριον καὶ Λεύκιον Φούριον, ἔτι δὲ Αὖλον Ποστόμιον καὶ Λεύκιον Λοκρήτιον καὶ Μάρκον Φάβιον καὶ Λεύκιον Ποστόμιον Ἀστείου 15,48,1
102.1 = 372/371 χιλιάρχους ὀκτώ, Λεύκιον Οὐαλέριον καὶ Πόπλιον, ἔτι δὲ Γάιον Τερέντιον καὶ Λεύκιον Μενήνιον, πρὸς δὲ τούτοις Γάιον Σολπίκιον καὶ Τίτον Παπίριον καὶ Λεύκιον Αἰμίλιον Ἀλκισθένους Δάμων Θούριος 15,50,1
χιλιάρχους ὀκτώ, Πόπλιον Μάνιον καὶ Γάιον, Ἐρενούκιον καὶ Γάιον Σέστον καὶ Τιβέριον Ἰούλιον, ἔτι δὲ Λεύκιον Λαβίνιον καὶ Πόπλιον Τριβώνιον καὶ Γάιον Μάλλιον, πρὸς δὲ τούτοις Λεύκιον Ἀνθέστιον Φρασικλείδου 15,51,1
χιλίαρχοι τέτταρες, Κόιντος Σερουίλιος καὶ Λεύκιος Φούριος, ἔτι δὲ Γάιος Λικίνιος καὶ Πόπλιος Κοίλιος Δυσνίκητος 15,57,1
χιλιάρχους ἕξ: Λεύκιος Αἰμίλιος καὶ Γάιος Οὐεργίνιος καὶ Σερούιος Σουλπίκιος, πρὸς δὲ τούτοις Λεύκιος Κοΐντιος καὶ Γάιος Κορνήλιος, ἔτι δὲ Γάιος Οὐαλέριος Λυσιστράτου 15,61,1
103.1 = 368/367 χιλίαρχοι τέτταρες, Λεύκιος Παπίριος, Λεύκιος Μενήνιος, Σερούιος Κορνήλιος, Σερούιος Σολπίκιος Ναυσιγένους Πυθόστρατος Ἀθηναῖος 15,71,1
κατὰ τὴν Ῥώμην ἀναρχία διά τινας πολιτικὰς στάσεις ἐγένετο Πολυζήλου 15,75,1
χιλιάρχους τέσσαρας, Λεύκιον Φούριον, Παῦλον Μάλλιον, Σερούιον Σουλπίκιον, Σερούιον Κορνήλιον Κηφισόδωρος 15,76,1
χιλίαρχοι Κόιντος Σερουίλιος καὶ Γάιος Οὐετόριος καὶ Αὖλος Κορνήλιος, πρὸς δὲ τούτοις Μάρκος Κορνήλιος καὶ Μάρκος Φάβιος Χίωνος 15,77,1
104.1 = 364/363 χιλίαρχοι τρεῖς, Τίτος Κοΐνκτιος καὶ Σερούιος Κορνήλιος καὶ Σερούιος Σουλπίκιος Τιμοκράτους Φωκίδης Ἀθηναῖος 15,78,1
Λεύκιος Αἰμίλιος Μάμερκος Λεύκιος Σέξτιος Λατερίας Χαρικλείδης 15,82,1
Λεύκιος Γενούκιος Κόιντος Σερουίλιος Μόλωνος 15,90,1
Γάιος Σολπίκιος Γάιος Λικίνιος Νικοφήμου 15,95,1
105.1 = 360/359 Γναῖον Γενύκιον Λεύκιον Αἰμίλιον Καλλιμήδους Πῶρος Κυρηναῖος 16,2,1
Κόιντον Σερουίλιον Κόιντον Γενούκιον Εὐχαρίστου 16,4,1
Γάιον Λικίνιον Γάιον Σουλπίκιον Κηφισοδότου 16,6,1
Μάρκον Φάβιον Γάιον Πόπλιον Ἀγαθοκλέους 16,9,1
106.1 = 356/355 Μάρκον Πόπλιον Λαινάτην Γναῖον Μαιμίλιον Ἰμπεριῶσον Ἐλπίνου Πῶρος Μαλιεύς 16,15,1
Μάρκον Φάβιον Γάιον Πλώτιον Καλλιστράτου 16,23,1
Γάιον Μάρκιον Γναῖον Μάλλιον Διοτίμου 16,28,1
Μάρκον Πόπλιον Μάρκον Φάβιον Θουδήμου 16,32,1
107.1 = 352/351 Γάιον Σολπίκιον Μάρκον Οὐαλέριον Ἀριστοδήμου Μικρίνας Ταραντῖνος 16,37,1
Μάρκον Φάβιον Τίτον Κοΐντιον Θεέλλου 16,40,1
Μάρκον Οὐαλέριον Γάιον Σουλπίκιον Ἀπολλοδώρου 16,46,1
Μάρκιον Γάιον Πόπλιον Οὐαλέριον Καλλιμάχου 16,52,1
108.1 = 348/347 Γάιος Σουλπίκιος Γάιος Κοΐντιος Θεόφιλος Πολυκλῆς Κυρηναῖος 16,53,1
Γάιος Κορνήλιος Μάρκος Ποπίλιος Θεμιστοκλέους 16,56,1
Μάρκον Αἰμίλιον Τίτον Κοΐνκτιον Ἀρχίου 16,59,1
Μάρκον Φάβιον Σερούιον Σουλπίκιον Εὐβούλου 16,66,1
109.1 = 344/343 Μάρκον Οὐαλέριον Μάρκον Ποπίλιον Λυκίσκου Ἀριστόλοχος Ἀθηναῖος 16,69,1
Γάιον Πλαύτιον Τίτον Μάλλιον Πυθοδότου 16,70,1
Μάρκον Οὐαλέριον Μάρκον Γναῖον Πόπλιον Σωσιγένους 16,72,1
Γάιον Μάρκιον Τίτον Μάλλιον Τορκουᾶτον Νικομάχου 16,74,1
110.1 = 340/339 Μάρκον Οὐαλέριον Αὖλον Κορνήλιον Θεοφράστου Ἀντικλῆς Ἀθηναῖος 16,77,1
Κόιντος Σερουίλιος Μάρκος Ῥουτίλιος Λυσιμαχίδης 16,82,1
Λεύκιος Αἰμίλιος Γάιος Πλώτιος Χαρώνδου 16,84,1
Τῖτον Μάλλιον Τορκουᾶτον Πόπλιον Δέκιον Φρυνίχου 16,89,1
111.1 = 336/335 Κόιντον Πόπλιον Τιβέριον Αἰμίλιον Μάμερκον Πυθοδώρου Κλεόμαντις Κλειτόριος 16,91,1
Λεύκιον Φούριον Γάιον Μάνιον Εὐαινέτου 17,2,1
Γάιον Σουλπίκιον Λεύκιον Παπίριον Κτησικλέους 17,17,1
Καίσων Οὐαλλέριος Λεύκιος Παπίριος Νικοκράτους 17,29,1
112.1 = 332/331 Μάρκον Ἀτίλιον Μάρκον Οὐαλέριον Νικηράτου Γρύλος Χαλκιδεύς 17.40.1
Σπούριος Ποστόμιος Τῖτος Οὐετούριος Ἀριστοφάνους 17,49,1
Γάιος Δομέττιος Αὖλος Κορνήλιος Ἀριστοφῶντος 17,62,1
Γάιος Οὐαλλέριος Μάρκος Κλώδιος Κηφισοφῶν 17,74,1
113.1 = 328/327 Λεύκιος Πλάτιος Λεύκιος Παπίριος Εὐθύκριτος Κλείτων Μακεδών 17,82,1
Πόπλιον Κορνήλιον Αὖλον Ποστούμιον Χρέμητος 17,87,1
Λεύκιον Κορνήλιον Κόιντον Ποπίλλιον Ἀντικλέους 17,110,1
114.1 = 324/323 Γάιον Πόπλιον Παπίριον Ἀγησίου Μικίνας Ῥόδιος 17,113,1
Λεύκιον Φρούριον Δέκιον Ἰούνιον Κηφισοδώρου 18,2,1
Γάιος Σολπίκιος Γάιος Αἴλιος Φιλοκλέους 18,26,1
(115.1 = 320/319)
Κόιντον Ποπίλλιον Κόιντον Πόπλιον Ἀπολλοδώρου 18,44,1
Κόιντον Αἴλιον Λεύκιον Παπίριον Ἀρχίππου 18,58,1
Λεύκιον Πλώτιον Μάνιον Φούλβιον Δημογένους 19,2,1
116.1 = 316/315 Γάιον Ἰούνιον Κόιντον Αἰμίλιον Δημοκλείδου Δεινομένης Λάκων 19,17,1
Ναύτιος Σπόριος Μάρκος Πόπλιος Πραξίβουλος 19,55,1
Λεύκιος Παπείριος τὸ τέταρτον Κόιντος Πόπλιος τὸ δεύτερον Νικόδωρος 19,66,1
Μάρκος Πόπλιος Γάιος Σουλπίκιος Θεόφραστος 19,73,1
117.1 = 312/311 Λεύκιος Παπείριος τὸ πέμπτον Γάιος Ἰούνιος Πολέμων Παρμενίων Μιτυληναῖος 19,77,1
Μάρκον Οὐαλλέριον Πόπλιον Δέκιον Σιμωνίδου 19,105,1
Γάιον Ἰούλιον Κόιντον Αἰμίλιον Ἱερομνήμονος 20,3,1
Κόιντος Φάβιος τὸ δεύτερον Γάιος Μάρκιος Δημητρίου τοῦ Φαληρέως 20,27,1
118.1 = 308/307 Ποπλίῳ Δεκίῳ Κοΐντῳ Φαβίῳ Χαρίνου Ἀπολλωνίδης Τεγεάτης 20,37,1
Ἄππιος Κλαύδιος Λεύκιος Οὐολόμνιος Ἀναξικράτης 20,45,1
Κόιντος Μάρκιος Πόπλιος Κορνήλιος Κόροιβος 20,73,1
Λεύκιος Ποστούμιος Τιβέριος Μινούκιος Εὐξένιππος 20,81,1
119.1 = 304/303 Πόπλιος Σεμπρώνιος Πόπλιος Σολπίκιος Φερεκλῆς Ἀνδρομένης Κορίνθιος 20,91,1
Σερούιος Κορνήλιος Λεύκιος Γενούκιος Λεώστρατος 20,102,1
Μάρκος Λίβιος Μάρκος Αἰμίλιος Νικοκλῆς 20,106,1

Oltre alle differenze sui nomi e sulla sequenza, è da notare che Diodoro non contempla anni dittatoriali e che riduce il periodo dell’anarchia, di durata quinquennale in Livio e Varrone, ad un solo anno. Tuttavia, potrebbe non essere privo di significato il fatto che, nel periodo nel quale Diodoro nomina 179 collegi (dei quali quattro non sopravvivono nei manoscritti, ma sono implicati dal quadriennio olimpico), Livio ne pone 182 (dei quali due sono omessi).

Anche Diodoro (14,110-segg.), come tutti gli storici greci, accetta il sincronismo tra questi tre eventi: 1) la conclusione della pace di Antalcida con il re Artaserse; 2) la conclusione dell’assedio di Reggio da parte di Dionisio, 3) il saccheggio di Roma da parte dei Galli; essi avvennero tutti in a.Ol. 98.2 = 387/386.

Aspetti cronologici nell’opera di Livio

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La sequenza consolare di Livio coincide sostanzialmente con quella di Varrone, ma con due importanti eccezioni che toccano entrambe le caratteristiche più proprie e controverse della cronologia del Reatino: gli anni dittatoriali e il periodo dell’anarchia.

In relazione agli anni dittatoriali, l’Autore Patavino non considera esplicitamente nessuno dei quattro che il Reatino introdusse nella propria sequenza consolare. Dall’analisi del testo liviano emergono tuttavia differenze nei quattro casi, che devono pertanto essere trattati singolarmente.

In riferimento al periodo dell’anarchia, Livio accetta la medesima durata considerata da Varrone, cinque anni, ma sembra escludere l’ultimo tribunato militare prima dell’anarchia stessa.

Non va mai dimenticato che in tutta la sua opera Livio, seguendo con intento annalistico la tradizione annalistica, non manifesta mai alcun interesse né inclinazione per la cronologia e tanto meno per calcolare il tempo in anni solari. Del resto nemmeno gli annalisti che costituivano le sue fonti ebbero mai la pretesa di offrire esatte misurazioni di tempo.

Gli anni dittatoriali nel testo liviano

Anno dittatoriale del 333 a.C.

Liv. 8,16-17:

[16,12] … consules creati sunt T. Veturius Sp. Postumius. [13] <Ei> etsi belli pars cum Sidicinis restabat, tamen, ut beneficio praevenirent desiderium plebis, de colonia deducenda Cales rettulerunt …

[17,1] Novi deinde consules [scil. T. Veturius Sp. Postumius] a veteribus exercitu accepto ingressi hostium fines populando usque ad moenia atque urbem pervenerunt. [2] Ibi quia ingenti exercitu comparato Sidicini et ipsi pro extrema spe dimicaturi enixe videbantur et Samnium fama erat conciri ad bellum, [3] dictator ab consulibus ex auctoritate senatus dictus P. Cornelius Rufinus, magister equitum M. Antonius. [4] Religio deinde incessit vitio eos creatos magistratuque se abdicaverunt; et quia pestilentia insecuta est, velut omnibus eo vitio contactis auspiciis res ad interregnum rediit. [5] Ab interregno inito per quintum demum interregem, M. Valerium Corvum, creati consules A. Cornelius iterum et Cn. Domitius. [6] Tranquillis rebus fama Gallici belli pro tumultu valuit ut dictatorem dici placeret; dictus M. Papirius Crassus et magister equitum P. Valerius Publicola. [7] A quibus cum dilectus intentius quam adversus finitima bella haberetur, exploratores missi attulerunt quieta omnia apud Gallos esse. [8] Samnium quoque iam alterum annum turbari novis consiliis suspectum erat; eo ex agro Sidicino exercitus Romanus non deductus. …

I consoli del 334(V) Tito Veturio e Spurio Postumio, dopo aver risolto appena entrati in carica la questione della deduzione di una colonia, si impegnarono nella lotta contro i Sidicini che durava dall’anno precedente. Poiché la campagna si annunciava dura e giungevano voci di una possibile sollevazione del Sannio, nominarono dittatore Publio Cornelio Rufino; questi però si dimise perché un vizio all’elezione aveva dato luogo a scrupoli religiosi, confermati in apparenza dallo scoppio di una pestilenza. Poiché questo sembrò indicare che tutti gli auspici fossero stati contaminati da quel vizio, dice Livio, res ad interregnum rediit.

In queste ultime brevi parole è la chiave interpretativa del passo. La prassi “costituzionale” romana richiedeva un console (come magistrato dotato di quello che più tardi sarà l’imperium maius) per presiedere i comizi elettorali consolari e con la precipua funzione di nominare i nuovi consoli eletti; oppure, qualora entrambi i consoli in carica fossero stati impossibilitati a essere presenti a Roma, ad esempio per la conduzione di operazioni militari, si richiedeva un dittatore (che fosse stato già proclamato per altri motivi o specificamente comitiorum causa), il quale doveva a sua volta essere nominato da uno dei consoli. Ma quando l’emergenza fosse stata così grave da impedire di tenere i comizi prima della decadenza dei consoli in carica, e non fosse stato nominato nemmeno il dittatore, le elezioni dovevano essere tenute da un membro del senato nominato a questo scopo, l’interrex, che durava in carica cinque giorni. Data la brevità del termine, al primo potevano seguire altri interreges fino all’elezione dei nuovi magistrati; il periodo complessivo così speso era detto interregnum. Il nome stesso di interrex (cui forse erano delegati anche gli affari correnti dello stato) indica una pratica precedente la repubblica e che del resto, secondo la tradizione, risaliva già alla morte di Romolo, quando i senatori in tal modo tennero a turno il potere regale per un anno intero.

In apparenza il racconto di Livio è lineare: Rufino si dimette subito dopo l’elezione per vizio di religione; ma ad esso la superstizione popolare collega l’immediata insorgenza di una epidemia e pretende l’annullamento di tutti gli auspici, probabilmente con il conseguente decadimento dei consoli; perciò l’interregno. Il tutto in breve (o non lungo) tempo. Ma davvero la decadenza e l’interregno avvennero durante la pestilenza? Nella frettolosa frase liviana non si intravvede altro se non l’imbarazzo dell’Autore, ben consapevole della propria reticenza senza probabilmente poter usare maggiore chiarezza per la debolezza delle sue fonti.

Se si volesse cercare un appoggio per l’introduzione dell’anno dittatoriale, si potrebbe ad esempio supporre che i comizi siano stati tenuti solo alla fine di una lunga pestilenza; che Rufino, ormai decaduto (alla fine della peste, se vogliamo giustificare l’anno a lui intitolato come dittatore; ma anche prima, in fondo poco importa), non abbia potuto indire i comizi per la sua posizione “illegittima”; che altrettanto illegittimi siano apparsi i consoli, e comunque il loro termine poteva essere scaduto nel frattempo; e di qui l’interregno. Si tratta però di assunzioni arbitrarie, sebbene plausibili (poiché ad esempio in Livio l’insorgenza di pestilenze blocca costantemente le operazioni militari fino al recupero della salute pubblica; e del resto le epidemie funzionavano anche da protezione naturale contro le aggressioni altrui).

Infatti Livio non offre alcuna sponda a questa possibilità. I riferimenti alle agitazioni dei Galli alterum annum = ‘per il secondo anno’ e al fatto che l’esercito romano non fosse stato mai spostato dalle terre dei Sidicini, entrambi successivi all’elezione dei consoli del 332(V), non lasciano spazio per un intero anno di intervallo successivo al consolato di Tito Veturio e Spurio Postumio. E considerare che alterum annum può non essere originale ma venire dalla descrizione che dei fatti fa Livio e che l’esercito poté essere lasciato dov’era per impedire che l’epidemia si estendesse fino ai soldati, pur rientrando nel novero delle logiche possibilità e pur essendo sostenute dalla già evidenziata reticenza dell’Autore Patavino, non aggiunge alcuna prova oggettiva.

Anno dittatoriale del 324 a.C.

Liv. 8,29-37:

[29,1] Eodem anno [scil. 326(V)] cum satis per se ipsum Samnitium bellum et defectio repens Lucanorum auctoresque defectionis Tarentini sollicitos haberent patres, accessit ut et Vestinus populus Samnitibus sese coniungeret. [2] Quae res sicut eo anno sermonibus magis passim hominum iactata quam in publico ullo concilio est, ita insequentis anni consulibus, L. Furio Camillo iterum Iunio Bruto Scaevae, nulla prior potiorque visa est de qua ad senatum referrent. … [6] Bellum ex auctoritate patrum populus adversus Vestinos iussit. Provincia ea Bruto, Samnium Camillo sorte evenit. … [8] Ceterum alterum consulem L. Furium, cui maior moles rerum imposita erat, morbo gravi implicitum fortuna bello subtraxit; [9] iussusque dictatorem dicere rei gerendae causa longe clarissimum bello ea tempestate dixit, L. Papirium Cursorem, a quo Q. Fabius Maximus Rullianus magister equitum est dictus … [11] Ab altero consule in Vestinis multiplex bellum nec usquam vario eventu gestum est. …

[30,1] In Samnium incertis itum auspiciis est; cuius rei vitium non in belli eventum, quod prospere gestum est, sed in rabiem atque iras imperatorum vertit. [2] Namque Papirius dictator a pullario monitus cum ad auspicium repetendum Romam proficisceretur, magistro equitum denuntiavit ut sese loco teneret neu absente se cum hoste manum consereret. [3] Q. Fabius cum post profectionem dictatoris per exploratores comperisset perinde omnia soluta apud hostes ac si nemo Romanus in Samnio esset, [4] seu ferox adulescens indignitate accensus quod omnia in dictatore viderentur reposita esse seu occasione bene gerendae rei inductus, exercitu instructo paratoque profectus ad Imbrinium – ita vocant locum – acie cum Samnitibus conflixit. … [10] … Ita certe dictator id factum accepit, ut laetis aliis victoria parta prae se ferret iram tristitiamque. [11] Misso itaque repente senatu se ex curia proripuit, tum vero non Samnitium magis legiones quam maiestatem dictatoriam et disciplinam militarem a magistro equitum victam et eversam dictitans, si illi impune spretum imperium fuisset. [12] Itaque plenus minarum iraeque profectus in castra …

[35,4] Tum dictator silentio facto ‘bene habet’ inquit, ‘Quirites; vicit disciplina militaris, vicit imperii maiestas, quae in discrimine fuerunt an ulla post hanc diem essent. [5] Non noxae eximitur Q. Fabius, qui contra edictum imperatoris pugnavit, sed noxae damnatus donatur populo Romano, donatur tribuniciae potestati precarium non iustum auxilium ferenti. [6] Vive, Q. Fabi …

[37,1] Dictator triumphans urbem est ingressus; et cum se dictatura abdicare vellet, iussu patrum priusquam abdicaret consules creavit C. Sulpicium Longum iterum Q. Aemilium Cerretanum. …

Il patto di comunanza dei Vestini con i Sanniti sul piede di guerra investì i consoli del 325(V) Lucio Furio Camillo e Giunio Bruto Sceva. Questo fu mandato contro i Vestini, mentre quello verso i Sanniti, così da impedire l’effettivo congiungimento delle forze nemiche. Tuttavia Furio fu colpito quasi subito da grave malattia e dovette cedere il comando nel Sannio al dittatore Lucio Papirio Cursore, da lui nominato per ordine del senato.

I fatti d’arme di Bruto sono subito liquidati in poche parole e di lui non si parla più; anche il console Furio Camillo non è più citato. La dittatura di Papirio occupa invece ben nove capitoli, che sono però in massima parte dedicati alla vicenda dell’insubordinazione del maestro della cavalleria Quinto Fabio Massimo Rulliano, che aveva ingaggiato battaglia con successo ma contro gli ordini del dittatore, al processo contro Fabio nel Sannio e a Roma e alla finale conciliazione che salva insieme la vita di un comandante coraggioso come Fabio e la disciplina militare. Solo gli ultimi due capitoli riguardano la battaglia e la vittoria nel Sannio che fruttò a Papirio il trionfo.

Dal racconto dei fatti d’arme non sembra potersi desumere una durata eccezionale della dittatura. Nel testo liviano si fa un accenno alla ripetizione delle schermaglie con il nemico là dove si dice che quell’anno, ogni volta il dittatore si allontanasse dall’esercito, il nemico si muoveva per uscire dagli accampamenti. Ma è evidente che anche in questo caso l’espressione eo anno non può essere intesa letteralmente.

Tuttavia, poiché il senato ordinò al dittatore la nomina dei consoli del 323(V) subito prima di accettare le sue dimissioni, si può ritenere logico che il mandato consolare di Camillo e Bruto fosse ormai scaduto. Pertanto, anche in questo caso ci troviamo in assenza di una esplicita o implicita affermazione liviana di una dittatura annuale intesa come magistratura eponima o almeno di durata inconsueta, ma abbiamo un ragionevole motivo di credere che la dittatura abbia superato il termine usuale di sei mesi.

Anno dittatoriale del 309 a.C.

Liv. 9,33-41:

[33,1] Q. Fabius, insequentis anni consul, bellum ad Sutrium excepit; collega Fabio C. Marcius Rutulus datus est …

[40,18] Eodem anno cum reliquiis Etruscorum ad Perusiam, quae et ipsa indutiarum fidem ruperat, Fabius consul nec dubia nec difficili victoria dimicat …

[41,1] Fabio ob egregie perdomitam Etruriam continuatur consulatus, Decio collega datur …

I consoli del 310(V), Quinto Fabio e Gaio Marcio Rutilo (la cui magistratura fa dapprincipio impegnata dal rifiuto di Appio Claudio di cedere la censura alla scadenza prevista dalla legge Emilia), furono inviati rispettivamente contro gli Etruschi e contro i Sanniti. Mentre Fabio ottiene successi prestigiosi in Etruria, spingendosi coraggiosamente con l’esercito all’interno e al di là della temuta selva Ciminia, Marcio è ferito in battaglia e deve cedere ai Sanniti, i quali minacciano di unirsi agli Etruschi contro i Romani. Il senato chiede allora a Fabio di nominare dittatore Lucio Papirio Cursore (nonostante il risentimento personale che correva tra i due personaggi, già protagonisti degli avvenimenti di 14 anni prima). Papirio, ricevuti gli uomini di Marcio, prima si scontra con gli Etruschi presso il lago Vadimone, ottenendo la vittoria decisiva contro lo storico vicino e nemico, poi sconfigge duramente i Sanniti in località imprecisata. Mentre Papirio si batte con i Sanniti, eodem anno Fabio si spinge in Etruria fino a Perugia dove sconfigge i resti degli Etruschi.

Anche in questo caso Livio presenta la sequenza delle operazioni militari senza lasciar supporre che possano aver ecceduto lo spazio di un anno. Tuttavia, l’alternanza degli eventi in Etruria e nel Sannio non sembrerebbe poter essere stata così incalzante come Livio implica. Anche l’espressione eodem anno relativa all’ultima battaglia della serie non implica necessariamente che tutto sia avvenuto nell’arco di un anno, nonostante Fabio fosse ancora console, ma soltanto che lo scontro di Papirio con i Sanniti e di Fabio a Perugia avvenne nello stesso anno.

A complicare l’analisi si aggiunge il fatto che il passo è quasi sicuramente lacunoso o corrotto (tra 9,39,3 e 9,39,4, dove forse è presente una intepolazione, proprio là dove si parla della prima vittoria del dittatore): il testo superstite non può infatti chiarire perché Papirio, ricevuto l’esercito in lotta contro i Sanniti (esaltati dalla vittoria contro Marcio e desiderosi di metterla a frutto), affronti prima gli Etruschi al lago Vadimone, oltre la Selva Ciminia, e torni poi nel Sannio.

Livio infine conclude dicendo che l’ottimo comportamento in Etruria valse a Fabio la “continuazione” del consolato assieme ad un nuovo collega, Publio Decio (ma Fabio fu inviato nel Sannio e Decio a continuare in Etruria). Se questa continuazione sia da intendersi come una rielezione piuttosto che una qualche forma eccezionale di proroga non è chiaro. Di conseguenza non è chiaro se il suo precedente mandato fosse ormai scaduto ed eventualmente se fosse stato anch’esso prorogato. Il fatto che si dica soltanto, senza ulteriori commenti, che Fabio è dato come collega a Decio fa pensare che Livio non volesse registrare alcun fatto eccezionale al di là della rielezione come premio al valore di Fabio.

Anno dittatoriale del 301 a.C.

Liv. 10,1&3&5:

[1,7] M. Livio Dentre <M.> Aemilio consulibus redintegratum Aequicum bellum. Coloniam aegre patientes velut arcem suis finibus impositam, summa vi expugnare adorti ab ipsis colonis pelluntur. [8] Ceterum tantum Romae terrorem fecere, quia vix credibile erat tam adfectis rebus solos per se Aequos ad bellum coortos, ut tumultus eius causa dictator diceretur C. Iunius Bubulcus. [9] Cum M. Titinio magistro equitum profectus primo congressu Aequos subegit ac die octavo triumphans in urbem cum redisset aedem Salutis, quam consul voverat censor locaverat, dictator dedicavit. …

[3,1] Eodem anno Romae cum Vestinis petentibus amicitiam ictum est foedus. Multiplex deinde exortus terror. [2] Etruriam rebellare ab Arretinorum seditionibus motu orto nuntiabatur, ubi Cilnium genus praepotens divitiarum invidia pelli armis coeptum; simul Marsos agrum vi tueri, in quem colonia est Carseoli deducta [erat] quattuor milibus hominum scriptis. [3] Itaque propter eos tumultus dictus M. Valerius Maximus dictator magistrum equitum sibi legit M. Aemilium Paulum. [4] Id magis credo quam Q. Fabium ea aetate atque eis honoribus Valerio subiectum; ceterum ex Maximi cognomine ortum errorem haud abnuerim. …

[5,13] Dictator triumphans in urbem rediit. Habeo auctores sine ullo memorabili proelio pacatam ab dictatore Etruriam esse seditionibus tantum Arretinorum compositis et Cilnio genere cum plebe in gratiam reducto. [14] Consul ex dictatura factus M. Valerius. Non petentem atque adeo etiam absentem creatum tradidere quidam et per interregem ea comitia facta; id unum non ambigitur consulatum cum Apuleio Pansa gessisse.

Nell’anno del consolato di Marco Livio Dentre e Marco Emilio (302 a.C secondo Varrone), Livio pone diversi avvenimenti. Innanzi tutto, la ripresa delle ostilità da parte degli Equi (che a seguito di precedenti batoste avevano dovuto accettare la deduzione di una colonia romana nel loro territorio e che ora la attaccavano) provoca in Roma il terrore: temendo che la sollevazione di gente tanto prostrata fosse sostenuta dall’appoggio di una coalizione di alleati, si nomina in fretta e furia il dittatore Gaio Giunio Bubulco, il quale peraltro risolse la pratica in soli sette giorni. Nel silenzio liviano, si presume che egli abbia poi rassegnato lestamente le dimissioni, non senza però aver colto prima l’occasione di dedicare quel tempio alla Salvezza del quale lui stesso aveva da console fatto voto e che da censore aveva appaltato. Segue, eodem anno, il racconto della battaglia di patrioti di Padova con una flotta greca risalita quasi per caso per l’Adriatico: episodio a sfondo memorialistico nazionalista (patavino) non direttamente legato alla storia di Roma e non altrimenti adatto, allo stato, a stabilire legami cronologici. Infine, sempre eodem anno, Livio cita la stipula di un patto d’alleanza con il popolo dei Vestini.

L’anno sembrerebbe qui concludersi stancamente, se con mossa fulminea, senza legami sintattici col pregresso che un semplice deinde, l’Autore non iniziasse il racconto di fatti di ben altro spessore: l’improvvisa ribellione dell’Etruria, la cui potenza (come abbiamo visto supra) era stata abbattuta pochi anni prima da Fabio, e la simultanea aggressione dei Marsi alla colonia di Carsoli rendono necessaria la nomina del dittatore Marco Valerio Massimo. Per due capitoli e mezzo le operazioni militari, prima rapide con i Marsi, poi manovrate e caratterizzate da alterne vicende con gli Etruschi, sono condotte da Valerio senza concorso alcuno da parte dei consoli, che non sono mai nominati. Infine Valerio passa senz’altro dalla dittatura al consolato.

Il carattere più interessante di questo testo liviano è la perplessità dell’Autore di fronte alle discordanze delle fonti: il dubbio sul nome del magister equitum (la maggioranza degli annalisti faceva il nome di Quinto Fabio, che Livio respinge perché troppo prestigioso per un ruolo subalterno, preferendogli il meno famoso Marco Emilio Paolo); la tradizione alternativa che trattava la sedizione etrusca come fatto di minima importanza, conclusa senza avvenimenti memorabili; e, per noi più importante, l’incertezza sulle modalità di elezione di Valerio al consolato. Secondo alcuni, dice Livio, i comizi consolari che elessero Valerio sarebbero stati tenuti da un interrex mentre Valerio (cui come dittatore sarebbe spettato presiederli) era assente; del resto, taglia corto l’Autore, solo su questo le fonti sono concordi, che Valerio fu console con Apuleio Pansa.

Anche in questa circostanza nel racconto liviano non è prevista una magistratura eponima tra i due consolati del 302(V) e 300(V). D’altra parte, il rapido passaggio dalle notizie annalistiche relative ai consoli e al dittatore Bubulco alla nomina e alle gesta senza tempo del dittatore Valerio si presenta più come una imbarazzata cesura che come una effettiva congiunzione logica e temporale tra i fatti. Se poi i comizi furono tenuti da un interrex, ciò potrebbe significare che i consoli erano già cessati dalla carica, cioè che la dittatura di Valerio aveva travalicato i confini del mandato consolare (cfr. supra).

In questo caso, pertanto, pur non potendo individuare una esplicita presa di posizione di Livio, non possiamo escludere che egli avesse il dubbio o la consapevolezza che i fatti narrati travalicassero l’anno solare e, di conseguenza, che il complesso delle fonti ormai perdute abbiano fornito a Varrone l’idea, se non l’evidenza, di un anno interlocutorio.

Il periodo dell’anarchia nel testo liviano

Liv. 6,32-42

[32] Parvo intervallo ad respirandum debitoribus dato, postquam quietae res ab hostibus erant, celebrari de integro iuris dictio et tantum abesse spes veteris levandi fenoris, ut tributo novum fenus contraheretur in murum a censoribus locatum saxo quadrato faciundum; cui succumbere oneri coacta plebes, quia quem dilectum impedirent non habebant tribuni plebis. Tribunos etiam militares patricios omnes coacta principum opibus fecit, L. Aemilium P. Valerium quartum C. Veturium Ser. Sulpicium L. et C. Quinctios Cincinnatos. Iisdem opibus obtinuere ut adversus Latinos Volscosque, qui coniunctis legionibus ad Satricum castra habebant, nullo impediente omnibus iunioribus sacramento adactis tres exercitus scriberent: unum ad praesidium urbis: alterum qui, si qui alibi motus exstitisset, ad subita belli mitti posset: tertium longe validissimum P. Valerius et L. Aemilius ad Satricum duxere. Ubi cum aciem instructam hostium loco aequo invenissent, extemplo pugnatum; et ut nondum satis claram victoriam, sic prosperae spei pugnam imber ingentibus procellis fusus diremit. Postero die iterata pugna; et aliquamdiu aequa virtute fortunaque Latinae maxime legiones longa societate militiam Romanam edoctae restabant. Sed eques immissus ordines turbavit; turbatis signa peditum inlata, quantumque Romana se invexit acies, tantum hostes gradu demoti; et ut semel inclinavit pugna, iam intolerabilis Romana vis erat. Fusi hostes cum Satricum, quod duo milia inde aberat, non castra peterent, ab equite maxime caesi: castra capta direptaque. Ab Satrico nocte quae proelio proxima fuit, fugae simili agmine petunt Antium; et cum Romanus exercitus prope vestigiis sequeretur, plus tamen timor quam ira celeritatis habuit. Prius itaque moenia intravere hostes quam Romanus extrema agminis carpere aut morari posset. Inde aliquot dies vastando agro absumpti nec Romanis satis instructis apparatu bellico ad moenia adgredienda nec illis ad subeundum pugnae casum.

[33] Seditio tum inter Antiates Latinosque coorta, cum Antiates victi malis subactique bello in quo et nati erant et consenuerant deditionem spectarent, Latinos ex diutina pace nova defectio recentibus adhuc animis ferociores ad perseverandum in bello faceret. Finis certaminis fuit postquam utrisque apparuit nihil per alteros stare quo minus incepta persequerentur. Latini profecti, ab societate pacis, ut rebantur, inhonestae sese vindicaverunt; Antiates incommodis arbitris salutarium consiliorum remotis urbem agrosque Romanis dedunt. Ira et rabies Latinorum, quia nec Romanos bello laedere nec Volscos in armis retinere potuerant, eo erupit ut Satricum urbem, quae receptaculum primum eis adversae pugnae fuerat, igni concremarent. Nec aliud tectum eius superfuit urbis, cum faces pariter sacris profanisque inicerent, quam Matris Matutae templum; inde eos nec sua religio nec verecundia deum arcuisse dicitur sed vox horrenda edita templo cum tristibus minis ni nefandos ignes procul delubris amovissent. Incensos ea rabie impetus Tusculum tulit ob iram, quod deserto communi concilio Latinorum non in societatem modo Romanam sed etiam in civitatem se dedissent. Patentibus portis cum improviso incidissent, primo clamore oppidum praeter arcem captum est. In arcem oppidani refugere cum coniugibus ac liberis nuntiosque Romam, qui certiorem de suo casu senatum facerent, misere. Haud segnius quam fide populi Romani dignum fuit exercitus Tusculum ductus; L. Quinctius et Ser. Sulpicius tribuni militum duxere. Clausas portas Tusculi Latinosque simul obsidentium atque obsessorum animo hinc moenia [Tusculi] tueri vident, illinc arcem oppugnare, terrere una ac pavere. Adventus Romanorum mutaverat utriusque partis animos: Tusculanos ex ingenti metu in summam alacritatem, Latinos ex prope certa fiducia mox capiendae arcis, quoniam oppido potirentur, in exiguam de se ipsis spem verterat. Tollitur ex arce clamor ab Tusculanis; excipit aliquanto maior ab exercitu Romano. Utrimque urgentur Latini: nec impetus Tusculanorum decurrentium ex superiore loco sustinent nec Romanos subeuntes moenia molientesque obices portarum arcere possunt. Scalis prius moenia capta, inde effracta claustra portarum; et cum anceps hostis et a fronte et a tergo urgeret nec ad pugnam ulla vis nec ad fugam loci quicquam superesset, in medio caesi ad unum omnes. Reciperato ab hostibus Tusculo exercitus Romam est reductus.

[34] Quanto magis prosperis eo anno bellis tranquilla omnia foris erant, tanto in urbe vis patrum in dies miseriaeque plebis crescebant, cum eo ipso, quod necesse erat solvi, facultas solvendi impediretur. Itaque cum iam ex re nihil dari posset, fama et corpore iudicati atque addicti creditoribus satisfaciebant poenaque in vicem fidei cesserat. Adeo ergo obnoxios summiserant animos non infimi solum sed principes etiam plebis, ut non modo ad tribunatum militum inter patricios petendum, quod tanta vi ut liceret tetenderant, sed ne ad plebeios quidem magistratus capessendos petendosque ulli viro acri experientique animus esset, possessionemque honoris usurpati modo a plebe per paucos annos reciperasse in perpetuum patres viderentur.

Ne id nimis laetum parti alteri esset, parva, ut plerumque solet, rem ingentem moliundi causa intervenit. M. Fabi Ambusti, potentis viri cum inter sui corporis homines tum etiam ad plebem, quod haudquaquam inter id genus contemptor eius habebatur, filiae duae nuptae, Ser. Sulpicio maior, minor C. Licinio Stoloni erat, illustri quidem viro tamen plebeio; eaque ipsa adfinitas haud spreta gratiam Fabio ad volgum quaesierat. Forte ita incidit ut in Ser. Sulpici tribuni militum domo sorores Fabiae cum inter se, ut fit, sermonibus tempus tererent, lictor Sulpici, cum is de foro se domum reciperet, forem, ut mos est, virga percuteret. Cum ad id moris eius insueta expavisset minor Fabia, risui sorori fuit miranti ignorare id sororem; ceterum is risus stimulos parvis mobili rebus animo muliebri subdidit. Frequentia quoque prosequentium rogantiumque num quid vellet credo fortunatum matrimonium ei sororis visum suique ipsam malo arbitrio, quo a proximis quisque minime anteiri volt, paenituisse. Confusam eam ex recenti morsu animi cum pater forte vidisset, percontatus “Satin salve?” Avertentem causam doloris, quippe nec satis piam adversus sororem nec admodum in virum honorificam, elicuit comiter sciscitando, ut fateretur eam esse causam doloris, quod iuncta impari esset, nupta in domo quam nec honos nec gratia intrare posset. Consolans inde filiam Ambustus bonum animum habere iussit: eosdem propediem domi visuram honores quos apud sororem videat. Inde consilia inire cum genero coepit, adhibito L. Sextio, strenuo adulescente et cuius spei nihil praeter genus patricium deesset.

[35] Occasio videbatur rerum novandarum propter ingentem vim aeris alieni, cuius levamen mali plebes nisi suis in summo imperio locatis nullum speraret: accingendum ad eam cogitationem esse; conando agendoque iam eo gradum fecisse plebeios unde, si porro adnitantur, pervenire ad summa et patribus aequari tam honore quam virtute possent. In praesentia tribunos plebis fieri placuit, quo in magistratu sibimet ipsi viam ad ceteros honores aperirent; creatique tribuni C. Licinius et L. Sextius promulgavere leges omnes adversus opes patriciorum et pro commodis plebis: unam de aere alieno, ut deducto eo de capite quod usuris pernumeratum esset id quod superesset triennio aequis portionibus persolveretur; alteram de modo agrorum, ne quis plus quingenta iugera agri possideret; tertiam, ne tribunorum militum comitia fierent consulumque utique alter ex plebe crearetur; cuncta ingentia et quae sine certamine maximo obtineri non possent.

Omnium igitur simul rerum, quarum immodica cupido inter mortales est, agri, pecuniae, honorum discrimine proposito conterriti patres, cum trepidassent publicis privatisque consiliis, nullo remedio alio praeter expertam multis iam ante certaminibus intercessionem invento collegas adversus tribunicias rogationes comparaverunt. Qui ubi tribus ad suffragium ineundum citari a Licinio Sextioque viderunt, stipati patrum praesidiis nec recitari rogationes nec sollemne quicquam aliud ad sciscendum plebi fieri passi sunt. Iamque frustra saepe concilio advocato, cum pro antiquatis rogationes essent: “Bene habet” inquit Sextius; “quando quidem tantum intercessionem pollere placet, isto ipso telo tutabimur plebem. Agitedum comitia indicite, patres, tribunis militum creandis; faxo ne iuvet vox ista ‘veto’, qua nunc concinentes collegas nostros tam laeti auditis.” Haud inritae cecidere minae: comitia praeter aedilium tribunorumque plebi nulla sunt habita. Licinius Sextiusque tribuni plebis refecti nullos curules magistratus creari passi sunt; eaque solitudo magistratuum et plebe reficiente duos tribunos et iis comitia tribunorum militum tollentibus per quinquennium urbem tenuit.

[36] Alia bella opportune quievere: Veliterni coloni gestientes otio quod nullus exercitus Romanus esset, et agrum Romanum aliquotiens incursavere et Tusculum oppugnare adorti sunt; eaque res Tusculanis, veteribus sociis, novis civibus, opem orantibus verecundia maxime non patres modo sed etiam plebem movit. Remittentibus tribunis plebis comitia per interregem sunt habita; creatique tribuni militum L. Furius A. Manlius Ser. Sulpicius Ser. Cornelius P. et C. Valerii. Haudquaquam tam oboedientem in dilectu quam in comitiis plebem habuere; ingentique contentione exercitu scripto profecti non ab Tusculo modo summovere hostem sed intra suamet ipsum moenia compulere; obsidebanturque haud paulo vi maiore Velitrae quam Tusculum obsessum fuerat. Nec tamen ab eis, a quibus obsideri coeptae erant, expugnari potuere; ante novi creati sunt tribuni militum, Q. Servilius C. Veturius A. et M. Cornelii Q. Quinctius M. Fabius. Nihil ne ab his quidem tribunis ad Velitras memorabile factum.

In maiore discrimine domi res vertebantur. Nam praeter Sextium Liciniumque latores legum, iam octauum tribunos plebis refectos, Fabius quoque tribunus militum, Stolonis socer, quarum legum auctor fuerat, earum suasorem se haud dubium ferebat; et cum octo ex collegio tribunorum plebi primo intercessores legum fuissent, quinque soli erant, et, ut ferme solent qui a suis desciscunt, capti et stupentes animi vocibus alienis id modo quod domi praeceptum erat intercessioni suae praetendebant: Velitris in exercitu plebis magnam partem abesse; in adventum militum comitia differri debere, ut universa plebes de suis commodis suffragium ferret. Sextius Liciniusque cum parte collegarum et uno ex tribunis militum Fabio, artifices iam tot annorum usu tractandi animos plebis, primores patrum productos interrogando de singulis, quae ferebantur ad populum, fatigabant: auderentne postulare ut, cum bina iugera agri plebi dividerentur, ipsis plus quingenta iugera habere liceret ut singuli prope trecentorum civium possiderent agros, plebeio homini vix ad tectum necessarium aut locum sepulturae suus pateret ager? An placeret fenore circumventam plebem, [ni] potius quam sortem [creditum] solvat, corpus in nervum ac supplicia dare et gregatim cottidie de foro addictos duci et repleri vinctis nobiles domus et, ubicumque patricius habitet, ibi carcerem privatum esse?

[37] Haec indigna miserandaque auditu cum apud timentes sibimet ipsos maiore audientium indignatione quam sua increpuissent, atqui nec agros occupandi modum nec fenore trucidandi plebem alium patribus unquam fore, adfirmabant, nisi alterum ex plebe consulem, custodem suae libertatis, [plebi] fecissent. Contemni iam tribunos plebis, quippe quae potestas iam suam ipsa vim frangat intercedendo. Non posse aequo iure agi ubi imperium penes illos, penes se auxilium tantum sit; nisi imperio communicato nunquam plebem in parte pari rei publicae fore. Nec esse quod quisquam satis putet, si plebeiorum ratio comitiis consularibus habeatur; nisi alterum consulem utique ex plebe fieri necesse sit, neminem fore. An iam memoria exisse, cum tribunos militum idcirco potius quam consules creari placuisset ut et plebeiis pateret summus honos, quattuor et quadraginta annis neminem ex plebe tribunum militum creatum esse? Qui crederent duobus nunc in locis sua voluntate impertituros plebi honorem, qui octona loca tribunis militum creandis occupare soliti sint, et ad consulatum viam fieri passuros, qui tribunatum saeptum tam diu habuerint? Lege obtinendum esse quod comitiis per gratiam nequeat, et seponendum extra certamen alterum consulatum ad quem plebi sit aditus, quoniam in certamine relictus praemium semper potentioris futurus sit. Nec iam posse dici id quod antea iactare soliti sint, non esse in plebeiis idoneos viros ad curules magistratus. Numqui enim socordius aut segnius rem publicam administrari post P. Licini Calui tribunatum, qui primus ex plebe creatus sit, quam per eos annos gesta sit quibus praeter patricios nemo tribunus militum fuerit? Quin contra patricios aliquot damnatos post tribunatum, neminem plebeium. Quaestores quoque, sicut tribunos militum, paucis ante annis ex plebe coeptos creari nec ullius eorum populum Romanum paenituisse. Consulatum superesse plebeiis; eam esse arcem libertatis, id columen. Si eo perventum sit, tum populum Romanum vere exactos ex urbe reges et stabilem libertatem suam existimaturum; quippe ex illa die in plebem ventura omnia quibus patricii excellant, imperium atque honorem, gloriam belli, genus, nobilitatem, magna ipsis fruenda, maiora liberis relinquenda.

Huius generis orationes ubi accipi videre, novam rogationem promulgant, ut pro duumviris sacris faciundis decemuiri creentur ita ut pars ex plebe, pars ex patribus fiat; omniumque earum rogationum comitia in adventum eius exercitus differunt qui Velitras obsidebat.

[38] Prius circumactus est annus quam a Velitris reducerentur legiones; ita suspensa de legibus res ad novos tribunos militum dilata; nam plebis tribunos eosdem, duos utique quia legum latores erant, plebes reficiebat. Tribuni militum creati T. Quinctius Ser. Cornelius Ser. Sulpicius Sp. Servilius L. Papirius L. Veturius. Principio statim anni ad ultimam dimicationem de legibus ventum; et cum tribus vocarentur nec intercessio collegarum latoribus obstaret, trepidi patres ad duo ultima auxilia, summum imperium summumque ad civem decurrunt. Dictatorem dici placet; dicitur M. Furius Camillus, qui magistrum equitum L. Aemilium cooptat. Legum quoque latores adversus tantum apparatum adversariorum et ipsi causam plebis ingentibus animis armant concilioque plebis indicto tribus ad suffragium vocant.

Cum dictator, stipatus agmine patriciorum, plenus irae minarumque consedisset atque ageretur res solito primum certamine inter se tribunorum plebi ferentium legem intercedentiumque et, quanto iure potentior intercessio erat, tantum vinceretur favore legum ipsarum latorumque et “uti rogas” primae tribus dicerent, tum Camillus “Quando quidem” inquit, “Quirites, iam vos tribunicia libido, non potestas regit et intercessionem, secessione quondam plebis partam, vobis eadem vi facitis inritam qua peperistis, non rei publicae magis universae quam vestra causa dictator intercessioni adero eversumque vestrum auxilium imperio tutabor. Itaque si C. Licinius et L. Sextius intercessioni collegarum cedunt, nihil patricium magistratum inseram concilio plebis; si adversus intercessionem tamquam captae civitati leges imponere tendent, vim tribuniciam a se ipsa dissolvi non patiar.”

Adversus ea cum contemptim tribuni plebis rem nihilo segnius peragerent, tum percitus ira Camillus lictores qui de medio plebem emoverent misit et addidit minas, si pergerent, sacramento omnes iuniores adacturum exercitumque extemplo ex urbe educturum. Terrorem ingentem incusserat plebi: ducibus plebis accendit magis certamine animos quam minuit. Sed re neutro inclinata magistratu se abdicavit, seu quia vitio creatus erat, ut scripsere quidam, seu quia tribuni plebis tulerunt ad plebem idque plebs scivit, ut, si M. Furius pro dictatore quid egisset, quingentum milium ei multa esset; sed auspiciis magis quam novi exempli rogatione deterritum ut potius credam, cum ipsius viri facit ingenium, tum quod ei suffectus est extemplo P. Manlius dictator—quem quid creari attinebat ad id certamen quo M. Furius victus esset?—et quod eundem M. Furium dictatorem insequens annus habuit, haud sine pudore certe fractum priore anno in se imperium repetiturum; simul quod eo tempore quo promulgatum de multa eius traditur aut et huic rogationi, qua se in ordinem cogi videbat, obsistere potuit aut ne illas quidem propter quas et haec lata erat impedire; et quod usque ad memoriam nostram tribuniciis consularibusque certatum viribus est, dictaturae semper altius fastigium fuit.

[39] Inter priorem dictaturam abdicatam novamque a Manlio initam ab tribunis velut per interregnum concilio plebis habito apparuit quae ex promulgatis plebi, quae latoribus gratiora essent. Nam de fenore atque agro rogationes iubebant, de plebeio consule antiquabant; et perfecta utraque res esset, ni tribuni se in omnia simul consulere plebem dixissent. P. Manlius deinde dictator rem in causam plebis inclinavit C. Licinio, qui tribunus militum fuerat, magistro equitum de plebe dicto. Id aegre patres passos accipio: dictatorem propinqua cognatione Licini se apud patres excusare solitum, simul negantem magistri equitum maius quam tribuni consularis imperium esse. Licinius Sextiusque, cum tribunorum plebi creandorum indicta comitia essent, ita se gerere ut negando iam sibi velle continuari honorem acerrime accenderent ad id quod dissimulando petebant plebem: nonum se annum iam velut in acie adversus optimates maximo privatim periculo, nullo publice emolumento stare. Consenuisse iam secum et rogationes promulgatas et vim omnem tribuniciae potestatis. Primo intercessione collegarum in leges suas pugnatum esse, deinde ablegatione iuventutis ad Veliternum bellum; postremo dictatorium fulmen in se intentatum. Iam nec collegas nec bellum nec dictatorem obstare, quippe qui etiam omen plebeio consuli magistro equitum ex plebe dicendo dederit: se ipsam plebem et commoda morari sua. Liberam urbem ac forum a creditoribus, liberos agros ab iniustis possessoribus extemplo, si velit, habere posse. Quae munera quando tandem satis grato animo aestimaturos, si inter accipiendas de suis commodis rogationes spem honoris latoribus earum incidant? Non esse modestiae populi Romani id postulare ut ipse fenore levetur et in agrum iniuria possessum a potentibus inducatur, per quos ea consecutus sit senes tribunicios non sine honore tantum sed etiam sine spe honoris relinquat. Proinde ipsi primum statuerent apud animos quid vellent; deinde comitiis tribuniciis declararent voluntatem. Si coniuncte ferre ab se promulgatas rogationes vellent, esse quod eosdem reficerent tribunos plebis; perlaturos enim quae promulgaverint: sin quod cuique privatim opus sit id modo accipi velint, opus esse nihil invidiosa continuatione honoris; nec se tribunatum nec illos ea quae promulgata sint habituros.

[40] Adversus tam obstinatam orationem tribunorum cum prae indignitate rerum stupor silentiumque inde ceteros patrum defixisset, Ap. Claudius Crassus, nepos decemuiri, dicitur odio magis iraque quam spe ad dissuadendum processisse et locutus in hanc fere sententiam esse: “Neque novum neque inopinatum mihi sit, Quirites, si, quod unum familiae nostrae semper obiectum est ab seditiosis tribunis, id nunc ego quoque audiam, Claudiae gentis iam inde ab initio nihil antiquius in re publica patrum maiestate fuisse, semper plebis commodis adversatos esse. Quorum alterum neque nego neque infitias eo—nos, ex quo adsciti sumus simul in civitatem et patres, enixe operam dedisse ut per nos aucta potius quam imminuta maiestas earum gentium inter quas nos esse voluistis dici vere posset: illud alterum pro me maioribusque meis contendere ausim, Quirites, nisi, quae pro universa re publica fiant, ea plebi tamquam aliam incolenti urbem adversa quis putet, nihil nos neque privatos neque in magistratibus quod incommodum plebi esset scientes fecisse nec ullum factum dictumve nostrum contra utilitatem vestram, etsi quaedam contra voluntatem fuerint, vere referri posse. An hoc, si Claudiae familiae non sim nec ex patricio sanguine ortus sed unus Quiritium quilibet, qui modo me duobus ingenuis ortum et vivere in libera civitate sciam, reticere possim L. Illum Sextium et C. Licinium, perpetuos, si dis placet, tribunos, tantum licentiae novem annis quibus regnant sumpsisse, ut vobis negent potestatem liberam suffragii non in comitiis, non in legibus iubendis se permissuros esse?

“Sub condicione” inquit, “nos reficietis decimum tribunos.” Quid est aliud dicere “quod petunt alii, nos adeo fastidimus ut sine mercede magna non accipiamus”? Sed quae tandem ista merces est qua vos semper tribunos plebis habeamus? “Ut rogationes” inquit, “nostras, seu placent seu displicent, seu utiles seu inutiles sunt, omnes coniunctim accipiatis.” Obsecro vos, Tarquinii tribuni plebis, putate me ex media contione unum civem succlamare ‘bona venia vestra liceat ex his rogationibus legere quas salubres nobis censemus esse, antiquare alias.’ “Non” inquit, “licebit tu de fenore atque agris quod ad vos omnes pertinet iubeas et hoc portenti non fiat in urbe Romana uti L. Sextium atque hunc C. Licinium consules, quod indignaris, quod abominaris, videas; aut omnia accipe, aut nihil fero”; ut si quis ei quem urgeat fames venenum ponat cum cibo et aut abstinere eo quod vitale sit iubeat aut mortiferum vitali admisceat. Ergo si esset libera haec civitas, non tibi frequentes succlamassent “abi hinc cum tribunatibus ac rogationibus tuis”? Quid? Si tu non tuleris quod commodum est populo accipere, nemo erit qui ferat? Illud si quis patricius, si quis, quod illi volunt invidiosius esse, Claudius diceret “aut omnia accipite, aut nihil fero”, quis vestrum, Quirites, ferret? Nunquamne vos res potius quam auctores spectabitis sed omnia semper quae magistratus ille dicet secundis auribus, quae ab nostrum quo dicentur adversis accipietis?

“At hercule sermo est minime civilis; quid? Rogatio qualis est, quam a vobis antiquatam indignantur? Sermoni, Quirites, simillima. ‘Consules’ inquit, ‘rogo ne vobis quos velitis facere liceat.’ An aliter [rogat] qui utique alterum ex plebe fieri consulem iubet nec duos patricios creandi potestatem vobis permittit? Si hodie bella sint, quale Etruscum fuit cum Porsenna Ianiculum insedit, quale Gallicum modo cum praeter Capitolium atque arcem omnia haec hostium erant, et consulatum cum hoc M. Furio et quolibet alio ex patribus L. ille Sextius peteret, possetisne ferre Sextium haud pro dubio consulem esse, Camillum de repulsa dimicare? Hocine est in commune honores vocare, ut duos plebeios fieri consules liceat, duos patricios non liceat? Et alterum ex plebe creari necesse sit, utrumque ex patribus praeterire liceat? Quaenam ista societas, quaenam consortio est? Parum est, si, cuius pars tua nulla adhuc fuit, in partem eius venis, nisi partem petendo totum traxeris? ‘Timeo’ inquit, ‘ne, si duos licebit creari patricios, neminem creetis plebeium.’ Quid est dicere aliud ‘quia indignos vestra voluntate creaturi non estis, necessitatem vobis creandi quos non voltis imponam? Quid sequitur, nisi ut ne beneficium quidem debeat populo, si cum duobus patriciis unus petierit plebeius et lege se non suffragio creatum dicat?

[41] “Quomodo extorqueant, non quomodo petant honores, quaerunt; et ita maxima sunt adepturi, ut nihil ne pro minimis quidem debeant; et occasionibus potius quam virtute petere honores malunt. Est aliquis, qui se inspici, aestimari fastidiat, qui certos sibi uni honores inter dimicantes competitores aequum censeat esse, qui se arbitrio vestro eximat, qui vestra necessaria suffragia pro voluntariis et serva pro liberis faciat. Omitto Licinium Sextiumque, quorum annos in perpetua potestate tamquam regum in Capitolio numeratis: quis est hodie in civitate tam humilis cui non via ad consulatum facilior per istius legis occasionem quam nobis ac liberis nostris fiat, si quidem nos ne cum volveritis quidem creare interdum poteritis, istos etiam si nolueritis necesse sit?

“De indignitate satis dictum est. Etenim dignitas ad homines pertinet. Quid de religionibus atque auspiciis—quae propria deorum immortalium contemptio atque iniuria est—loquar? Auspiciis hanc urbem conditam esse, auspiciis bello ac pace domi militiaeque omnia geri, quis est qui ignoret? Penes quos igitur sunt auspicia more maiorum? Nempe penes patres; nam plebeius quidem magistratus nullus auspicato creatur; nobis adeo propria sunt auspicia, ut non solum quos populus creat patricios magistratus non aliter quam auspicato creet sed nos quoque ipsi sine suffragio populi auspicato interregem prodamus et privatim auspicia habeamus, quae isti ne in magistratibus quidem habent. Quid igitur aliud quam tollit ex civitate auspicia qui plebeios consules creando a patribus, qui soli ea habere possunt, aufert? Eludant nunc licet religiones: ‘Quid enim est, si pulli non pascentur, si ex cauea tardius exierint, si occecinerit avis?’ Parva sunt haec; sed parva ista non contemnendo maiores vestri maximam hanc rem fecerunt; nunc nos, tamquam iam nihil pace deorum opus sit, omnes caerimonias polluimus. Volgo ergo pontifices, augures, sacrificuli reges creentur; cuilibet apicem Dialem, dummodo homo sit imponamus; tradamus ancilia, penetralia, deos deorumque curam, quibus nefas est; non leges auspicato ferantur, non magistratus creentur; nec centuriatis nec curiatis comitiis patres auctores fiant; Sextius et Licinius tamquam Romulus ac Tatius in urbe Romana regnent, quia pecunias alienas, quia agros dono dant. Tanta dulcedo est ex alienis fortunis praedandi, nec in mentem venit altera lege solitudines vastas in agris fieri pellendo finibus dominos, altera fidem abrogari cum qua omnis humana societas tollitur? Omnium rerum causa vobis antiquandas censeo istas rogationes. Quod faxitis deos velim fortunare.”

[42] Oratio Appi ad id modo valuit ut tempus rogationum iubendarum proferretur. Refecti decumum iidem tribuni, Sextius et Licinius, de decemuiris sacrorum ex parte de plebe creandis legem pertulere. Creati quinque patrum, quinque plebis; graduque eo iam via facta ad consulatum videbatur. Hac victoria contenta plebes cessit patribus ut in praesentia consulum mentione omissa tribuni militum crearentur. Creati A. et M. Cornelii iterum M. Geganius P. Manlius L. Veturius P. Valerius sextum.

Dum praeter Velitrarum obsidionem, tardi magis rem exitus quam dubii, quietae externae res Romanis essent, fama repens belli Gallici allata perpulit civitatem ut M. Furius dictator quintum diceretur. Is T. Quinctium Poenum magistrum equitum dixit. Bellatum cum Gallis eo anno circa Anienem flumen auctor est Claudius inclitamque in ponte pugnam, qua T. Manlius Gallum cum quo provocatus manus conseruit in conspectu duorum exercituum caesum torque spoliavit, tum pugnatam. Pluribus auctoribus magis adducor ut credam decem haud minus post annos ea acta, hoc autem anno in Albano agro cum Gallis dictatore M. Furio signa conlata. Nec dubia nec difficilis Romanis, quamquam ingentem Galli terrorem memoria pristinae cladis attulerant, victoria fuit. Multa milia barbarorum in acie, multa captis castris caesa; palati alii Apuliam maxime petentes cum fuga [se] longinqua tum quod passim eos simul pavor errorque distulerant, ab hoste sese tutati sunt. Dictatori consensu patrum plebisque triumphus decretus.

Vixdum perfunctum eum bello atrocior domi seditio excepit, et per ingentia certamina dictator senatusque victus, ut rogationes tribuniciae acciperentur; et comitia consulum adversa nobilitate habita, quibus L. Sextius de plebe primus consul factus. Et ne is quidem finis certaminum fuit. Quia patricii se auctores futuros negabant, prope secessionem plebis res terribilesque alias minas civilium certaminum venit cum tandem per dictatorem condicionibus sedatae discordiae sunt concessumque ab nobilitate plebi de consule plebeio, a plebe nobilitati de praetore uno qui ius in urbe diceret ex patribus creando. Ita ab diutina ira tandem in concordiam redactis ordinibus, cum dignam eam rem senatus censeret esse meritoque id, si quando unquam alias, deum immortalium [causa libenter facturos] fore ut ludi maximi fierent et dies unus ad triduum adiceretur, recusantibus id munus aedilibus plebis, conclamatum a patriciis est iuvenibus se id honoris deum immortalium causa libenter facturos [ut aediles fierent]. Quibus cum ab universis gratiae actae essent, factum senatus consultum, ut, duumviros aediles ex patribus dictator populum rogaret, patres auctores omnibus eius anni comitiis fierent.

Nell’anno 377 a.C.(V) i Romani, eletti i tribuni consolari Lucio Emilio, Publio Valerio per la quarta volta, Gaio Veturio, Servio Sulpicio, nonché Lucio e Gaio Quinzio Cincinnato, furono impegnati contro le forze riunite dei Volsci Anziati e dei Latini. Ci fu un primo scontro presso Satrico, dove gli avversari erano accampati. Alla vittoria romana, conseguita dai comandanti Publio Valerio e Lucio Emilio, gli Anziati, già provati dai precedenti lunghi anni di guerra, vollero la pace separata, mentre i Latini, furenti per la defezione e ancor pieni di ardore bellico, incendiata Satrico, si volsero alla conquista di Tuscolo, la città che aveva abbandonato la lega latina (460 a.C.) ed era rimasta poi sempre alleata dei Romani fino a ricevere da essi, qualche anno prima, il diritto di cittadinanza (381 a.C.). Cadute le mura, i Tuscolani resistevano ormai dentro la rocca assediata, quando l’esercito romano, guidato questa volta da Lucio Quinzio e Servio Sulpicio, piombò sui Latini asserragliati dentro le mura. L’impeto congiunto dei Romani alle porte e dei Tuscolani incalzanti giù dalla rocca ebbe presto ragione dei Latini.

Terminato il racconto delle imprese belliche esterne, Livio si volge ai fatti di casa di quell’anno. Alla felice conclusione della guerra si contrapponeva il perdurare dell’oppressione dei debiti, che già da alcuni anni funestava la plebe (probabilmente color che avevano perso tutto nell’invasione gallica). Sembrava che la forza politica dei patrizi e la debolezza dei tribuni plebei impedisse di addivenire ad una soluzione, quando da un fatto altrimenti insignificante sorsero avvenimenti molto più grandi. Le due figlie di Marco Fabio Ambusto, uno degli uomini più influenti di quegli anni, erano maritate la prima a Servio Sulpicio, tribuno militare e patrizio, l’altra a Gaio Licinio Stolone, personaggio illustre ma plebeo. La gelosia della seconda per la prima convinse il padre a sostenere le rivendicazioni della plebe. Con quell’appoggio Gaio Licinio si fece eleggere tribuno della plebe assieme al combattivo Lucio Sestio; i due promulgarono leggi per lo scomputo dell’usura dal capitale prestato e la rateizzazione del debito residuo, l’imposizione di un limite all’invasione da parte dei patrizi dell’ager publicus per coltivazione o pascolo e l’abolizione del tribunato consolare e la contemporanea riserva ai candidati plebei di uno dei due posti nel consolato. I patrizi reagirono convincendo gli altri tribuni plebei ad esercitare il diritto di veto sulle proposte di legge. A loro volta Licinio e Sestio impedirono allora lo svolgimento dei comizi per l’elezione dei magistrati superiori. Lo stallo durò cinque anni, durante i quali i due capipopolo furono costantemente rieletti.

A rompere l’immobilismo ci pensarono i Veliterni, che, dopo qualche scorribanda di assaggio in territorio romano, assalirono i soliti Tuscolani. Il primo attacco dopo ben cinque anni trovò i Romani affatto intorpiditi: il prestigio dell’Urbe ebbe come sempre il sopravvento su qualunque lotta intestina e furono rapidamente eletti i tribuni consolari Lucio Furio, Aulo Manlio, Servio Sulpicio, Servio Cornelio, Publio e Gaio Valerio. Essi rovesciarono le sorti e inseguirono gli avversari fino a porre l’assedio a Velletri; scaduto il mandato, passarono il comando delle operazioni ai nuovi tribuni, Quinto Servilio, Gaio Veturio, Aulo e Marco Cornelio, Quinto Quinzio ed infine Marco Fabio Ambusto. Nel frattempo, Sestio e Licinio erano giunti alla ottava rielezione consecutiva e, forti del sostegno dell’influente patrizio suocero di Licinio, incalzavano nei comizi per guadagnare consenso alle proprie proposte. Gli avversari avevano buon gioco a rispondere che non si poteva votar leggi così importanti mentre buona parte della plebe era in armi a Velletri, cosicché l’unico effetto della pressione dei due tribuni fu di sostituire da quell’anno i duumviri sacris faciundis con dei decemviri la cui nomina era aperta anche ai plebei.

L’esercito tornò da Velletri col nuovo anno, che vedeva Sestio e Licinio al nono tribunato consecutivo. Appena eletti i tribuni consolari Tito Quinzio, Servio Cornelio, Servio Sulpicio, Spurio Servilio, Lucio papirio, Lucio Veturio, si venne alle votazioni.

Gli anni dictatoriales nella cronologia di Varrone

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La sequenza consolare varroniana

La sequenza consolare stabilita da Marco Terenzio Varrone Reatino nel I secolo a.C. fu da subito considerata la più autorevole, tanto che di ricostruzioni alternative sono pervenute a noi solo evidenze limitate. Tuttavia, in epoca moderna la cronologia varroniana è stata contestata in più punti. Essa si discosta infatti di alcuni anni da quella degli autori greci, basata sul computo olimpico; è inoltre in conflitto con talune notizie delle fonti storiche. La differenza sembra sorgere nel quarto secolo, là dove Varrone introduce nella sequenza consolare due elementi anomali:

  1. un periodo di anarchia della durata di cinque anni (dal 375 al 371 a.C. compresi, durante i quali i tribuni della plebe Licinio e Sestio avrebbero posto in atto una serrata basata sull’uso estremo dello ius intercessionis impedendo continuatamente l’elezione di magistrati di potestà consolare);
  2. l’introduzione di quattro anni dittatoriali, nel 333, 324, 309 e 301 a.C. (si tratta di normali dittatori, eletti per le solite cause, il cui incarico sarebbe durato molto più del normale, tanto che avrebbero finito per essere considerati eponimi di quell’anno al fine di mantenere l’accordo tra il numero di magistrature eponime e il numero di anni solari trascorsi in un intervallo di tempo).

Poiché l’opera di Varrone è in gran parte perduta, non conosciamo le ragioni reali o supposte alla base delle scelte dell’erudito reatino. Mentre il periodo di anarchia trova un certo riscontro nelle fonti antiche (ma Diodoro Siculo gli attribuisce la più credibile durata di un anno), le stesse fonti accordano una base molto esile agli anni dittatoriali, la cui eliminazione può peraltro migliorare di parecchio l’accordo con la cronologia romana di matrice greca. Su di essi pertanto si sono appuntate le maggiori critiche alla cronologia varroniana.

D’altronde, gli accenni delle fonti antiche suggeriscono che Varrone potè essere cronologo di valore e che pertanto l’approccio scientifico moderno, seppure gravemente ostacolato dal naufragio pressché totale delle argomentazioni del Reatino, non può sbarazzarsi delle sue conclusioni con pregiudiziale sicumera né accettarle acriticamente con facile sicurezza.

Se è vero che non più possibile valutare l’effettiva bontà dei ragionamenti e dei sincronismi varroniani, non si può però ignorare il suo valore di studioso. Il naufragio dell’opera del Reatino non può servire né come pregiudizio positivo, assumendo cioè che le sue valutazioni siano sempre state corrette e prive di errori, e neppure negativo, concludendo cioè che le sue analisi senza spessore né profondità siano ricorse senz’altra fatica a mezzucci per far quadrare i conti. Se i Romani non ebbero ordinariamente senso cronologico, non si può dimenticare l’elogio che di Varrone fa un buon cronologo come Censorino.

Lo scopo di questo saggio è pertanto di analizzare con rigore gli elementi più probanti a favore e contrari agli anni dittatoriali, anche alla luce dei diversi possibili orientamenti sulla effettiva linea di pensiero di Varrone, come emergono dalle pur generiche indicazioni sulla sua opera.

Rimane al di fuori di questo saggio l’importante questione della sincronizzazione con la storia greca. Il valore e la probità di storici del calibro di Polibio e anche Dionigi di Alicarnasso sono fuori discussione, anche se il senso cronologico dei Greci, peraltro più abbondante e diffuso di quello che si trova presso i Romani, non giunse mai ai vertici di un Varrone e di un Censorino né sentì mai il bisogno di una riforma come quella giuliana. Coerentemente con ciò, essi elaborarono un sistema di computo, quello olimpico, che aveva il pregio indiscusso di essere basato sugli anni solari e l’indiscutibile difetto di essere oggettivamente impreciso.

La funzione degli anni dittatoriali

Come è noto, Varrone procedette alla ricostruzione della storia romana su basi cronologiche, giungendo sino a porre la fondazione di Roma in un anno non precedentemente indicato da alcuna fonte a noi giunta, e cioè a.Ol. 6.3 = 754/753.

Quali siano state esattamente le basi cronologiche di Varrone e quali la sua precisione ed affidabilità non si può più dire con certezza. Noi riteniamo più probabile di altre interpretazioni che Varrone abbia tratto l’idea della sua cronologia dalla introduzione del calendario giuliano, che egli intese come un vero e proprio riferimento temporale preciso al giorno, realizzando la prima prolessi del calendario giuliano in modo del tutto analogo a ciò che facciamo in epoca moderna. Riteniamo altresì probabile che egli abbia avuto a disposizione una notevole mole di informazioni che gli permise di tornare all’indietro almeno fino al terzo secolo a.C. collocando gli eventi nei corretti anni solari (giuliani) con precisione forse anche al giorno; e che tuttavia egli abbia incontrato lacune informative incolmabili almeno per l’epoca anteriore all’invasione gallica tali da rendere il calcolo preciso al massimo fino all’anno (sappiamo che a questo scopo egli si valse di ulteriori riferimenti quali le eclissi solari).

In questo senso Varrone si sareebbe posto in netta rottura con la tradizione annalistica romana. Per gli annalisti, infatti, la suddivisione del tempo in “anni” era scandita dalle magistrature eponime: essi non si preoccuparono mai di rapportare esattamente il numero di magistrature al numero di cicli stagionali (anni solari). Del resto per i Romani (fino al II secolo a.C. se non forse fino alla riforma giuliana) un annus non era necessariamente un anno solare così come ad esempio un saeculum non fu mai necessariamente un periodo di 100 anni solari.

Nelle ipotesi che abbiamo descritto, per Varrone il IV secolo a.C. si configura come un’epoca di passaggio tra il periodo ricostruibile con precisione “al giorno” e quello ricostruibile con precisione “all’anno”. Per essa non abbiamo notizie sugli studi del Reatino se non quelle desumibili dal fatto che proprio in questo secolo egli pose diversi “anni cuscinetto”, cioè appunto il periodo detto di anarchia e gli anni indicati come dittatoriali.

Per queste scelte apparentemente arbitrarie la critica di orientamento scettico tende a considerare almeno gli anni dittatoriali una mera invenzione del Reatino, da questi inseriti dove meno sembrava inopportuno al fine di prolungare, in ultima analisi, la vita di Roma fino al fatidico 753 a.C. Tuttavia questa critica si basa sull’assunzione implicita che le liste consolari occupassero un numero di anni solari pari al numero dei collegi.

Allla luce dell’interpretazione dell’opera del Reatino che qui sosteniamo, è invece possibile, e forse probabile, che Varrone avesse bisogno di diversi anni solari in eccesso per far quadrare i sincronismi da lui raccolti con le sequenze consolari tradizionali. Ciò da un lato per la possibile soppressione di magistrature dalle liste per errore o dolo (senza del resto poter escludere la creazione di altre) e dall’altro per la durata variabile di esse, soprattutto in antico e in occasione delle non rare crisi della storia di Roma. Gli anni dittatoriali potrebbero essere stati posti in modo da riportare i singoli consolati il più vicino possibile ai rispettivi anni solari.

Gli argomenti contro gli anni dittatoriali

L’esistenza degli anni dittatoriali è posta in dubbio da indicazioni contrarie reperite in fonti non sospette, il cui vario valore è di seguito analizzato.

La carriera di Marco Valerio Corvino in Plinio il Vecchio

Plinio il Vecchio Naturalis historia 7,157:

… M. Valerius Corvinus centum annos inplevit, cuius inter primum et sextum consulatum XLVI anni fuere …

Il grande generale romano Marco Valerio Corvo fu console la prima volta nel 348, poi nel 346, 343, 335, 300 e infine fu console suffetto nel 299 (tutti secondo Varrone). Fu quindi console per sei volte nello spazio di 50 anni, estremi inclusi. Poiché questi spazio di tempo comprende tutti e quattro gli anni dittatoriali, se li si esclude, i 50 anni diventano 46, come riportato da Plinio.

Il contesto del passo pliniano è devoluto a citazioni da diverse fonti relative a casi di persone vissute particolarmente a lungo (Marco Valerio Corvo, come si vede, avrebbe toccato i cento anni); ma il conteggio degli anni è delle fonti, non dell’Autore comasco. È pertanto verisimile che la fonte antica o antiquaria non abbia contato 46 anni solari, bensì 46 collegi consolari successivi (46 anni civili) equiparati a 46 anni solari.

Il trattato di pace tra Roma e Tarquinia in Livio

Tito Livio Ab Urbe condita libri 7,22&9,41:

[7,22,3] Creati [scil. consules] ipse C. Sulpicius Peticus … et T. Quinctius Poenus … [4] ad bellum ambo profecti, Faliscum Quinctius, Sulpicius Tarquiniense, nusquam acie congresso hoste cum agris magis quam cum hominibus urendo populandoque gesserunt bella; [5] cuius lentae velut tabis senio victa utriusque pertinacia populi est, ut primum a consulibus, dein permissu eorum ab senatu indutias peterent. In quadraginta annos impetraverunt.

[…]

[9,41,1] Fabio ob egregie perdomitam Etruriam continuatur consulatus; Decio collega datur … [2] … Etruria Decio, Samnium Fabio evenit. … [5] Decio quoque, alteri consuli, secunda belli fortuna erat. Tarquiniensem metu subegerat frumentum exercitui praebere atque indutias in quadraginta annos petere. [6] Volsiniensium castella aliquot vi cepit; quaedam ex his diruit ne receptaculo hostibus essent; circumferendoque passim bello tantum terrorem sui fecit ut nomen omne Etruscum foedus ab consule peteret. [7] Ac de eo quidem nihil impetratum; indutiae annuae datae …

I consoli del 351(V) Gaio Sulpicio Petico e Tito Quinzio Peno furono inviati in guerra rispettivamente contro Etruschi (di Tarquinia) e Falisci. Questi due popoli, di origine probabilmente assai differente ma legati dalla vicinanza e dai commerci, si allearono spesso contro i Romani. Nell’occasione, consumati dalla guerriglia dei Romani più che sconfitti in campo aperto, finirono col chiedere ed ottennere una pace di quarant’anni.

I Tarquiniesi sono nuovamente citati in 9,41, un passo relativo alla guerra condotta in Etruria dal console Publio Decio nel 308(V). Eliminando i tre anni dittatoriali nel periodo 351-308, i Tarquiniesi si sarebbero perciò rifatti vivi subito dopo la scadenza dei quaranta anni di pace. Questa coincidenza interessante non è però probante, poiché, in quel periodo, di guerre condotte genericamente contro gli Etruschi ve ne furono diverse. La ripetizione della richiesta di pace per quarant’anni è poi sospetta, tanto più che a tutti gli altri belligeranti si concede invece una tregua annuale al termine della stessa campagna.

L’eclisse nel consolato di Gaio Marcio Rutilo e Tito Manlio Torquato

Livio Ab Urbe condita libri 7,28:

[7,28,6] … Anno postquam vota erat aedes Monetae dedicatur C. Marcio Rutulo tertium T. Manlio Torquato iterum consulibus. [7] Prodigium extemplo dedicationem secutum, simile vetusto montis Albani prodigio; namque et lapidibus pluit et nox interdiu visa intendi; librisque inspectis cum plena religione civitas esset, senatui placuit dictatorem feriarum constituendarum causa dici. [8] Dictus P. Valerius Publicola; magister equitum ei Q. Fabius Ambustus datus est. Non tribus tantum supplicatum ire placuit sed finitimos etiam populos, ordoque iis, quo quisque die supplicarent, statutus.

Tra i prodigi riportati al momento della dedicazione del tempio di Giunone Moneta, durante consolato di Gaio Marcio Rutilo e Tito Manlio Torquato del 344(V), Livio cita un “calar della notte durante il giorno”. Una tale espressione può ben essere stata usata per descrivere una eclisse in tempi nei quali tale fenomeno era sconosciuto ai Romani. Tuttavia, non ci furono eclissi visibili da Roma nel 344(G) mentre, come si evince dalla tabella che segue, eliminando i quattro anni dittatoriali si potrebbe identificare la notizia di Livio con l’eclisse del 15 settembre 340(G).

Elenco delle eclissi di Sole visibili a Roma dall’anno 350 al 335 a.C. compresi
Tipo di eclisse Magnitudo (locale) Data Fase centrale (T.U.)
Anulare Centrale 0,892 06/10/350 a.C. 06h47m17s
Parziale 0,164 24/09/349 a.C. 12h04m03s
Totale Centrale 0,948 19/02/348 a.C. 09h55m38s
Totale Centrale 0,539 24/07/346 a.C. 17h26m43s
Anulare Centrale 0,695 15/09/340 a.C. 04h58m49s
Parziale 0,379 01/03/338 a.C. 10h07m38s
Totale Centrale 0,896 14/07/337 a.C. 17h28m16s
Totale Centrale 0,685 04/07/336 a.C. 08h42m53s
Parziale 0,572 17/12/335 a.C. 13h04m36s

Ovviamente è tutt’altro che certo che si debba riconoscere una eclisse nelle parole nox interdiu visa intendi; inoltre, va notato che l’eclisse del 340 a.C. ebbe luogo tra le 6 e le 7 del mattino circa (ora di Roma) appena dopo il sorgere del sole. D’altra parte, la coincidenza è rafforzata dall’assenza di altre eclissi candidabili a spiegare il fenomeno, poiché la precedente è addirittura del 346 e la seguente del 338 a.C.

Il trattato tra Roma e Cartagine del 348(V)

In assenza dei quattro anni ditatoriali, il trattato tra Roma e Cartagine usualmente datato al 348 a.C. si sposta al 344, proprio nel periodo nel quale i Cartaginesi intervennero nella guerra civile di Siracusa (344/343 a.C.) ed ebbero quindi bisogno di cercare appoggio in Italia.

Gli anni dittatoriali in Livio

Livio non considera esplicitamente nessuno dei quattro anni dittatoriali. La sua sequenza consolare è semplicemente priva di questo istituto giuridico aberrante per la costituzione romana e per l’ortodossia liviana. In tutte e quattro le circostanze egli riporta la nomina di un dittatore e ne evidenzia il ruolo e le azioni, ma non l’eventuale durata eccezionale della dittatura; anzi, in tutti i casi la possibilità di una durata eccezionale è in apparenza implicitamente eclusa dalla sequenza degli eventi narrati. Tuttavia, in tutti e quattro i casi la narrazione presenta punti oscuri: come in molti passi liviani, desidereremmo che l’Autore avesse scritto con più ordine e profondità.

Anno 333(V)

Nel consolato del 334(V), consoli Tito Veturio e Spurio Postumio, il dittatore designato Publio Cornelio Rufino si dimette in seguito a un vizio di religione all’elezione (probabilmente cattivi auspici); il contemporaneo insorgere di una epidemia convince la superstizione popolare che tutti gli auspici sono sfavorevoli; ne segue la probabile decadenza dei consoli (cui Livio però non fa cenno), poiché si va senz’altro all’interregno; i nuovi consoli saranno nominati dal quinto interrex, cioè tra i 20 e i 25 giorni dopo.

In questo caso l’interpretazione del testo sembra obbligata: la dittatura e i fatti successivi fino all’elezione dei nuovi consoli durarono al massimo pochi mesi; anzi, lo stesso consolato del 334(V) durò meno di un anno, travolto dagli eventi. Tuttavia, rimane una riserva: la fugacità e del passo (due sole rapide frasi) non permette di stimare con sicurezza l’effettivo impatto della pestilenza sull’attività politica, mentre è chiaro che i nuovi consoli furono nominati quando i vecchi erano decaduti.

Anno 324(V)

Nel consolato del 325(V), il console Lucio Furio Camillo, rimasto presto ferito, è sostituito nelle operazioni militari dal dittatore Lucio Papirio Cursore, la cui figura occupa tutte le successive pagine dedicate a quell’anno (anche le imprese dell’altro console Giunio Bruto Sceva sono liquidate in poche righe per lasciare spazio a Papirio). Gran parte di queste pagine, però, è dedicata alla vicenda dell’insubordinazione del maestro della cavalleria Quinto Fabio Massimo Rulliano, che aveva ingaggiato battaglia con successo ma contro gli ordini del dittatore; vicenda che peraltro non lascia supporre lo scorrere di molti mesi. Anche la guerra vera e propria sembra essere piuttosto breve e si chiude colla concessione del trionfo a Papirio, al quale il senato chiede, prima di deporre la carica, la nomina dei nuovi consoli.

Anche in questo caso, pertanto, il racconto di Livio non giustifica, anzi esclude, la concessione di un intero anno supplementare alla dittatura. Tuttavia, sembra ovvio che il mandato consolare fosse nel frattempo scaduto, altrimenti non sarebbe stato necessario prolungare il comando di Papirio fino all’elezione dei nuovi consoli. È pertanto ragionevole pensare che la dittatura di Papirio, iniziata non molto dopo l’avvio dell’anno consolare, sia durata più di sei mesi.

Anno 309(V)

Nel 310(V) Livio fa svolgere la seconda dittatura di Lucio Papirio Cursore, scelto per far fronte alla difficile situazione creatasi nel Sannio, dove il console Gaio Marcio Rutilo, ferito in battaglia, non riesce a tener testa ai nemici. L’altro console, Quinto Fabio (già protagonista dell’insubordinazione di 14 anni prima allo stesso Papirio), ottiene invece successi prestigiosi in Etruria essendo il primo a valicare in armi la temuta selva Ciminia.

Anche qui Livio presenta la sequenza delle operazioni militari come avvenuta nel corso della stessa campagna, senza accennare ad una sospensione invernale e senza che il console Fabio cessi dalla carica. Tuttavia, alla usuale confusione narrativa liviana si aggiunge in questo caso la corruzione del passo, lacunoso e forse interpolato proprio al momento della battaglia decisiva al lago Vadimone. L’ottimo comportamento in Etruria valse a Fabio la rielezione immediata al consolato: anzi, Livio la presenta come una inusuale “continuazione” della carica.

Anno 301(V)

Livio associa al medesimo anno 302(V), consoli Marco Livio Dentre e Marco Emilio, due diversi avvenimenti bellici: prima l’ennesimo capitolo della guerra con gli Equi, che si conclude rapidamente grazie all’intervento del dittatore Gaio Giunio Bubulco; poi (dopo una breve parentesi dedicata ad un fatto occorso a Padova che le memorie locali ponevano in quell’anno) la ben più impegnativa sollevazione dell’Etruria e la contemporanea aggressione dei Marsi, risolta dal dittatore Marco Valerio Massimo, il quale infine passa senz’altro dalla dittatura al consolato.

I due fatti potrebbero essersi svolti, in linea di principio, nello stesso anno, così come li presenta Livio. Tuttavia, la netta cesura narrativa che Livio pone tra essi potrebbe corrispondere a due campagne temporalmente diverse. I consoli non sono mai nominati durante le operazioni belliche. Le fonti di Livio, per sua stessa ammissione, erano discordi su come Valerio fosse stato eletto al consolato: egli giudica più credibile la versione per la quale i comizi sarebbero stati tenuti in assenza del dittatore dall’interré, prima di concludere imbarazzato che l’unica cosa indiscussa era che Marco Valerio fu console con Apuleio Pansa.

Il graffito pompeiano CIL 4.4182

Il graffito pompeiano CIL 4.4182 published on

CIL 4.4182 è un graffito pompeiano che contiene la sua esplicita datazione al 6 febbraio nel consolato di Nerone e Cosso Lentulo (60 d.C.), quasi vent’anni prima dell’eruzione del Vesuvio. Il testo è il seguente (tra parentesi tonde lo scioglimento delle abbreviazioni):

NERONE CAESARE AVGVSTO

COSSO LENTVLO COSSI FIL(IO) COS(VLIBVS)

VIII IDVS FEBRVARIAS

DIES SOLIS LVNA XIIIIX NVN(DINAE) CVMIS V NVN(DINAE) POMPEIS

L’iscrizione contiene diversi sincronismi notevoli centrati sul 6 febbraio 60 d.C.:

  1. Il 6 febbraio è detto dies Solis, cioè domenica. Tuttavia, nel calendario giuliano il 6 febbraio 60 d.C. fu un mercoledì.
  2. Il 6 febbraio è il sedicesimo giorno del mese lunare. In effetti il 22 gennaio 60 d.C. fu un novilunio astronomico, cioè in tale data la luna era in congiunzione. Tuttavia, in generale l’uso antico, a Roma e non solo, considerava novilunio il giorno nel quale appariva la prima falce di luna, il che accade in media 40 ore dopo il novilunio astronomico, cioè di norma uno o due giorni dopo.
  3. Il 6 febbraio era nundine a Cuma e quinto giorno prima delle nundine di Pompei. Questa è la medesima distanza che compare in CIL 4.8863 tra le nundine di Cuma e Pompei. Dal confronto col medesimo graffito CIL 4.8863 deriva che l’8 febbraio 60 d.C. fu giorno di mercato a Roma.

Le nundine note precedenti l’8 febbraio 60 d.C. caddero il 31 gennaio 41 a.C. Secondo il calendario giuliano tra il 1 gennaio 40 a.C. e l’8 febbraio 60 d.C. (inclusi) corrono 36159 + 31 + 8 = 36198 giorni. Poiché 36198 / 8 = 4524 resto 6, ne consegue che il calendario romano nel medesimo periodo ha avuto 6 giorni in meno oppure, più probabilmente, 2 giorni in più. La spiegazione di questo fatto può essere collegata con il periodo erroneo.

Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus

Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus published on

Nato a Tauresium in Macedonia nel 483 d.C., nipote dell’imperatore d’oriente Giustino I, Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, l’imperatore durante il regno del quale avviene il distacco tra l’Impero d’occidente, che ormai non esisteva più di diritto e l’Impero d’oriente, crebbe nella corte imperiale a Costantinopoli dove ebbe anche la sua sitruzione.

Nel 518 d.C. fu avviato alla gestione dell’amministrazione pubblica dallo zio, che lo associò al trono designandolo quale suo legittimo erede.

Nel 523 d.C. volle sposare Teodora, donna di umili origini – era figlia di un guardiano di orsi all’Ippodromo di Costantinopoli – dal passato oscuro e forse imbarazzante – era stata attrice in una compagnia di mimi e secondo i suoi avversari avviata alla prostituzione dalla madre stessa con le due sorelle maggiori quando il padre morì; ed in seguito, intorno ai diciotto anni divenne concubina del governatore della Pentapoli Ecebalo di Tiro – sospetta di eresia – dopo essersi separata da Ecebalo aveva abbracciato la causa monofisita, cioè la corrente teologica che sosteneva che Cristo aveva la sola natura divina e non contemporaneamente anche la natura umana, come l’ortodossia ha stabilito – ma di grande intelligenza e spirito, di indiscussa bellezza e fascino, accesa sensualità, grande determinazione e volitività.

Si conobbero forse l’anno prima, quando Teodora – ventiduenne poichè era nata nel 500 d.C. – ritornò a Costantinopoli dopo l’incontro con i monofisiti. Non avevano molto in comune: oltre all’estrazione, Giustiniano era di diciassette anni più vecchio, era di cultura latina mentre lei era di origini e cultura greca, era ortodosso e lei monofisita. Eppure, la sua bellezza, secondo i detrattori la sua sensualità, lo conquistarono: stettero insieme fino alla morte di lei, nel 548 d.C., in perfetto accordo, e lui fu influenzato più volte dalla volontà di lei senza però mai scadere nella sudditanza.

Alla morte di Giustino, nel 527 d.C., Giustiniano divenne imperatore. Il suo regno, durato quasi quarant’anni, conobbe un’attività quasi prodigiosa. Egli si trovò al centro delle lotte religiose legate al monofisismo, che peraltro non conobbero fine anche dopo il suo intervento diretto. A lui si debbono le basiliche di santa Sofia a Costantinopoli e di san Vitale a Ravenna.

Ma l’attività più nota è quella esplicata in campo giuridico: la raccolta di leggi romane necessitava di una organizzazione e razionalizzazione, che egli promosse affidandone la realizzazione ad una commissione presieduta dal grande giurista Triboniano. In oltre un decennio di lavoro ques’ultimo raccolse, catalogò e commentò tutta la complessa scienza giuridica e legislativa romana. Il risultato di questo lavoro è il celeberrimo Corpus iuris civilis, che è ancora oggi alla base del diritto e della giurisprudenza di gran parte dei paesi europei.

Prima di ogni altra cosa, Giustiniano era e si sentiva imperatore romano: tutto il suo regno fu improntato all’idea di restaurare l’unità dell’Impero Romano. Ora che l’orda barbarica sembrava essersi placata e le scosse telluriche provocate dalle migrazioni di popoli immensi sembravano aver trovato un qualche assestamento, a breve distanza dal progressivo smembramento dell’Impero d’occidente, esisteva la possibilità di far valere nuovamente il peso delle armi romane e ripristinare di diritto l’unità della civiltà che aveva dominato il mondo.

Per raggiungere questo scopo occorrevano grandi camppagne militari e quindi enormi somme di denaro e una situazione generale stabile ai confini. Il primo passo di Giustiniano fu perciò quello di assicurarsi la pace con l’eterno nemico, la Partia. Nel 532 d.C. fu raggiunto un accordo di pace “eterna” con il re persiano Cosroe, dietro il pagamento di una cospicua indennità annuale. Un trattato così svantaggioso in assenza di una sconfitta militare poteva essere giustificato solo da imminenti operazioni di guerra. Ed in effetti l’anno seguente, il 533 d.C., vide l’inizio una campagna lampo contro il regno instaurato dai Vandali in Africa che riportò quelle province sotto il nome di Roma già nel 534 d.C.

L’Africa era il primo passo propedeutico all’attacco verso le due grandi penisole di quello che era stato il Mare nostrum, l’Italia e la Spagna. Infatti, un solo anno ancora e nel 535 d.C. partivano due grandi corpi di spedizione contro i regni goti di Italia e Spagna. La riconquista della Spagna ebbe successo, seppure limitata alle province meridionali e centrali. Inizialmente travolgente ma poi estremamente complicata fu la riconquista dell’Italia, la cosiddetta guerra goto-bizantina.

L’attacco prevedeva una manovra a tenaglia: un’armata partiva dai confini nordorientali dell’Impero e attraverso la Dalmazia, dopo aver battuto i Goti a Salona, penetrò in Italia e puntò verso Ravenna; una seconda e più consistente armata, agli ordini del comandante in capo Belisario, iniziò occupando la Sicilia. Dopo aver conpletato la conquista della Sicilia, già nel 536 d.C. Belisario occupava Reggio di Calabria e proseguiva rapido e irresistibile verso Napoli.

I Goti reagirono deponendo il re Teodato e sostituendolo con Vitige. La mossa sortì qualche effetto, perchè Vitige riunì l’esercito, attirò Belisario a Roma, dove aveva lasciato uno scarso presidio, e quando il Bizantino entrò facilmente nell’Urbe, Vitige corse ad assediarlo forte di un esercito di 150.000 Goti. Tuttavia, l’armata bizantina operante nel nord non stava a guardare e riuscì a conquistare Rimini, minacciando ora direttamente gli assedianti di Roma. Per evitare di rimanere chiusi tra i Bizantini in Roma e quelli in arrivo, Vitige dovette smettere l’assedio e riparare nell’unica piazzaforte imprendibile, Ravenna, nel marzo del 538 d.C.

Tuttavia, accadde che Belisario, grande condottiero, venisse calunniato alla corte imperiale. Giustiniano, che era latino ma viveva in una corte prevalentemente greca, non seppe far fronte alle voci e richiamò Belisario. Peraltro, i Parti avevano dato segni di irrequietezza, a soli sei anni dalla stipula della “pace eterna”: l’impegno di Giustiniano in occidente era enorme e aveva lasciato l’oriente in una debolezza troppo appetitosa per lo storico avversario. Forse per questo Giustiniano comunicò al suo generale l’intenzione di concedere una pace onorevole ai Goti. Ma prima di partire Belisario ricorse ad un inganno che concluse positivamente la guerra: finse di accettare la trattativa che gli ingiungeva il suo imperatore e ne approfittò per entrare in Ravenna e catturare i nemici; era il dicembre del 539 d.C. Vitige fu portato in trionfo a Costantinopoli.

I segnali di guerra che provenivano dalla Partia ebbero immediata attuazione nel 540 d.C., quando l’esercito persiano penetrò in in Siria mettendo a ferro e fuoco Antiochia e saccheggiando l’Armenia. Contemporaneamente, popoli barbari di origine slava devastavano le regioni orientali dell’Impero, l’Illirico, la Tracia, la Macedonia. Erano le ultime avvisaglie, ma non meno potenti, dell’orda barbarica. Sufficienti però a rendere difficile l’obiettivo principale, la guerra d’Italia.

Partito Belisario, i generali che presero il comando non rivelarono la stessa competenza e le stesse attitudini. La conquista non era certo consolidata e la guerra che sembrava conclusa riprese fuoco. Il nuovo re goto Totila rivelò grando doti e, nonostante Belisario fosse stato rimesso al comando dell’esercito bizantino, riportò sotto il dominio barbaro tutta l’Italia, con l’eccezione di qualche piazzaforte: la situazione si era capovolta in pochi anni, dal 540 al 547 d.C.

Mentre la riconquista d’Italia sembrava doversi concludere miseramente, dopo essere stata considerata per fatta, Giustiniano rivelò nuovamente di saper scegliere i propri generali: il comando fu affidato a Narsete, un eunuco di origine persiana già ottuagenario, che a dispetto dell’età dimostrò solide doti militari e grande energia. Egli riunì un nuovo grande esercito a Salona e scese nuovamente verso Ravenna. Lo scontro decisivo ebbe luogo nella primavera del 552 d.C. a tagina presso Gubbio, e fu una vittoria schiacciante dei Bizantini, mentre Totila perdeva la vita.

Il nuovo re goto divenne Teia, già delfino di Totila, il quale era stanziato con un esercito nei pressi di Verona, dove secondo i piani di Totila doveva attendere Narsete. Teia si diresse al sud, inseguendo Narsete che completava la conquista della Campania. Nei pressi del Vesuvio avvenne la battaglia che decise le sorti della guerra: dopo due giorni di scontro, Teia morì, e qualche giorno dopo una legazione di Goti chiedeva la pace e il permesso di uscire dall’Italia per raggiunengere i Goti stanziati in Spagna.

Dopo quasi vent’anni la guerra goto-bizantina terminava con la riannessione dell’Italia all’Impero Romano, un’Italia devstata da un secolo di guerre e di razzie. Nonostante le difficoltà e le enormi somme di denaro investite nella guerra, Giustiniano poteva essere salutato come colui che aveva riunito gran parte delle province occidentali all’Impero. Tuttavia, la sua impresa, possiamo dire anacronistica, sarebbe durata meno del tempo necessario a compierla: appena quattro anni dopo la sua morte, nel 569 d.C., i Longobardi entravano in Italia strappandola progressivamente ai Bizantini e rompendone definitvamente l’unità, che sarebbe stata ripristinata solo tredici secoli dopo.

Giustiniano morì nel 565 d.C. Con lui morì anche il primo e l’ultimo tentativo convinto e organizzato da parte dell’Impero Romano d’oriente di opporsi alla storia, affrontare la marea barbara che aveva sommerso l’occidente e restaurare l’unità della civiltà romana. Nonostante che i rapporti tra Costantinopoli e Roma continueranno a svilupparsi ancora per qualche decennio come rapporti tra civiltà omogenee, sarà sempre più chiaro a tutti che il destino delle due parti d’Europa è ormai diverso.

Marcus Valerius Probus

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Grammatico e filologo della seconda metà del primo secolo d.C. Secondo san Girolamo era giudicato a Roma eruditissimus grammaticorum. Nato a Berito in Siria, allora colonia romana, abbracciò da giovane la vita militare, ma, non riuscendo a fare carriera, si congedò e si diede agli studi grammaticali, interessandosi soprattutto di scrittori latini arcaici. Egli costituisce, per quanto ne sappiamo, lo studioso latino che più si avvicina alla specializzazione di un moderno filologo. Si occupò di Virgilio, Lucrezio, Orazio, e anche di Terenzio e Persio, correggendo gli errori che si erano prodotti nella tradizione manoscritta, curando l’interpunzione, apponendo segni diacritici e stilando sue annotazioni che corrispondevano ai segni apposti. Di questi lavori ci è giunto, sotto il suo nome, un commentario alle Bucolica e alle Georgica, preceduto da una Vita Vergilii. L’opera di commentatore e insegnante svolta da Probo ebbe lunga e duratura risonanza nel campo degli studi grammaticali.

Lucius Aelius Stilo Praeconinus

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Lucio Elio Stilone Preconino nacque a Lanuvio nel 154 a.C. circa e morì nel 74 a.C. Vissuto a cavallo tra il II ed il I secolo a.C. fu probabilmente il primo filologo a Roma. Scrisse molte opere di filologia e linguistica, delle quali però non possediamo nulla. Tra queste ci fu anche un Commentarium de proloquiis, nel quale affrontava il problema dell’autenticità delle commedie plautine. Appartenente al ceto degli equites, fu il maestro di Marco Terenzio Varrone, dal quale è spesso menzionato.