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Calendari astronomici

Calendari astronomici published on

Si definisce ciclo solare il numero di anni dopo i quali le stesse date tornano a cadere nei medesimi giorni della settimana. In assenza di giorni bisestili, il ciclo solare sarebbe banalmente di 7 anni poiché mod7[365] = 1. Le cose cambiano in presenza dei giorni bisestili, in modo diverso a seconda della regola di inserzione degli stessi.

Nel calendario giuliano il ciclo solare è di 28 anni, poiché l’inserzione di un giorno ogni quattro anni fa sì che occorrano 4 * 7 = 28 anni affinché le date dell’anno tornino a cadere negli stessi giorni della settimana. Poiché il calendario giuliano è spesso usato per gli scopi degli astronomi e anche degli storici, ha interesse considerare un riferimento iniziale del ciclo solare giuliano, che usualmente si pone al 1 gennaio del 9 a.C. Questa data giuliana cadde di lunedì per l’astronomia ma non per la storia, a causa dell’errore d’applicazione della regola giuliana nei primi 50 anni di vita di quel calendario.

Nel calendario gregoriano le cose si complicano: infatti, la regola dei 28 anni continua a valere soltanto se il periodo non include anni secolari non divisibili per 400 (perché in tal caso il giorno bisestile non viene aggiunto). Si sarebbe tentati di proporre il periodo di 4 * 100 * 7 = 2800 anni come ciclo solare. Tuttavia, l’applicazione della regola gregoriana fa sì che in 400 anni gregoriani ci siano 146.097 giorni, numero che accade essere divisibile per 7 (146.097 / 7 = 20.871). Essendo già presente il fattore 7, il ciclo solare nel calendario gregoriano è di (soli) 400 anni.

Si dice periodo giuliano il periodo di 7980 anni giuliani. Il numero 7980 è stato scelto come prodotto di 28, 19 e 15, rispettivamente il ciclo solare giuliano, la durata del ciclo di Metone alla base del calcolo della data della Pasqua, e il periodo dell’indizione romana. L’origine del periodo giuliano è stata posta nel 4713 a.C. perché è l’anno più vicino a noi nel quale tutti e tre i sottoperiodi di 28, 19 e 15 anni, partendo dall’anno in cui sono applicati, si trovano al primo anno dei rispettivi cicli. Coerentemente con l’uso di anni giuliani, il periodo giuliano inizia il 1° gennaio dell’anno 4713 a.C.

Nell’uso astronomico i giorni si computano da mezzogiorno a mezzogiorno e le distanze temporali si calcolano solo come numero di giorni, non di mesi o anni: di conseguenza, l’inizio di questo calendario è precisamente alle ore 12 del 1° gennaio 4713 a.C. (o, in notazione astronomica, come spiegato infra, dell’anno -4712). Per indicare le ore si usano di solito i decimali di giorno: ad esempio, per indicare la mezzanotte si aggiunge 0,5. Il giorno così definito prende il nome di giorno giuliano.

Questo metodo di computo fu introdotto nel 1583, l’anno che seguì la riforma gregoriana, dall’astronomo francese Giuseppe Giusto detto Scaligero – alla francese Scaliger – perché figlio dell’italiano, emigrato in Francia, Giulio Cesare della Scala. Si tratta di un calendario che conta le distanze temporali solo in termini di giorni, non di mesi o anni. Il vantaggio di questo calendario è nella razionalità e semplicità di applicazione: niente unità di misura che sono multipli variabili del giorno e non sono basati sul sistema decimale. È invece sufficiente calcolare il numero di giorni tra due date qualsiasi. Oltre che per essere il periodo giuliano e il giorno giuliano legati al calendario giuliano, essi furono così chiamati dallo Scaligero in onore del padre Giulio Cesare.

Oltre che nell’uso astronomico, questo calendario è entrato, almeno per dipanare le complesse questioni cronologiche, anche nell’uso degli storici, perché il modo in cui è costruito rende semplici i calcoli in anni e abolisce per lo più la necessità del calcolo nelle due direzioni ‘avanti Cristo’ e ‘dopo Cristo’ avendo solo il calcolo in avanti. L’uso storico ha però mitigato il rigore scientifico di queste posizioni in favore di definizioni più vicine all’uso corrente: i giorni vanno dalla mezzanotte alla mezzanotte e si usano le distanze in anni.

In alternativa si usa spesso la notazione astronomica dell’Era Cristiana, che introduce l’anno 0 in coincidenza dell’anno 1 a.C. e gli anni negativi per i restanti anni avanti Cristo. Di conseguenza, all’anno 2 a.C. corrisponde in notazione astronomica l’anno -1, all’anno 44 a.C. l’anno -43 e all’anno 753 a.C. l’anno -752. Gli anni dopo Cristo corrispondono invece esattamente agli anni positivi in notazione astronomica. Il vantaggio di questo metodo, introdotto nel 1740 dall’astronomo francese Jacques Cassini – figlio dell’astronomo italiano Gian Domenico Cassini – risiede ovviamente nella semplificazione portata dallo zero nei calcoli delle distanze temporali in anni o frazioni di anno.

Il celebre astronomo e matematico F. W. Bessel introdusse un’altra definizione di anno, che da lui fu detto anno besseliano, determinato come l’intervallo di tempo tra due passaggi del Sole per la longitudine 280° (è un anno tropico, perciò è mediamente pari a 365 giorni 5 ore 48 minuti 46 secondi). Il vantaggio dell’anno besseliano come anno civile risiederebbe nella semplicità: infatti, il Sole passa per la longitudine 280° mediamente il 1° gennaio (sebbene il passaggio avvenga qualche ora prima o dopo a seconda degli anni). Ci si sbarazzerebbe così dei giorni bisestili, avendo un anno di durata mediamente costante, tuttavia il numero dei giorni dell’anno non sarebbe più intero. In ambito astronomico l’anno besseliano è invece stato usato fino al 1984 come base dell’epoca standard (poi sostituito dall’anno giuliano).

Calendari lunari e lunisolari aritmetici

Calendari lunari e lunisolari aritmetici published on

A noi utilizzatori di un calendario, che è l’ultimo e più perfetto risultato di una tradizione lunga oltre due millenni, sono ben noti i principi di progetto e di funzionamento dei calendari solari. Meno noti ci sono i calendari basati sul moto lunare, sebbene essi siano stati i primi ad affermarsi (tra essi i calendari greci, i primi calendari romani e anche il calendario arcaico degli egiziani) e siano tuttora largamente utilizzati, ad esempio nei paesi islamici. Ancor meno sappiamo degli accorgimenti usati per conciliare il ciclo lunare e il ciclo solare nei calendari detti lunisolari.

Nella maggior parte dei calendari lunisolari la durata media dell’anno approssima quella dell’anno tropico ma alcuni calendari esotici, come quello hindu e quello buddhista, approssimano l’anno sidereo. I primi, cioè, regolano l’anno lunare sul ciclo stagionale, mentre i secondi sulle costellazioni. Solo dopo la scoperta della precessione degli equinozi nel II secolo a.C. diventò chiaro che i due calendari portavano a durate dell’anno leggermente diverse.

I calendari lunari

Il comune punto di partenza dei calendari lunari è la constatazione che un ciclo stagionale (solare) racchiude dodici mesi lunari più una frazione di lunazione. Da essa deriva peraltro anche il numero dei mesi dei calendari solari. Il periodo di dodici mesi lunari è noto come anno lunare, la cui durata è pari a 12 * 29,530590 = 354,367080 giorni, corrispondenti a 354 giorni 8 ore 48 minuti 36 secondi. Rispetto all’anno solare, all’anno lunare mancano quindi poco meno di undici giorni, per l’esattezza 10 giorni 21 ore e 10 secondi; la differenza con l’anno civile giuliano medio è quindi di 10 giorni 21 ore 11 minuti e 24 secondi; e con l’anno civile gregoriano medio è di 10 giorni 21 ore e 36 secondi.

Ma tutti i calendari civili hanno l’esigenza di utilizzare periodi costituiti da un numero intero di giorni. Nei calendari più antichi accadeva certamente che l’inizio di ogni mese lunare fosse determinato per osservazione diretta (dell’istante della congiunzione o più facilmente dell’ultimo o del primo giorno di visibilità della Luna), senza alcuno schema precostituito di mesi di durata predefinita. Questo imponeva un metodo per rendere pubbliche fino agli angoli più remoti dello stato le decisioni di chi avesse l’incarico di eseguire l’osservazione del cielo (spesso naturalmente associato alle funzioni religiose). Dovette ben presto risultare più comodo adottare per i mesi durate predefinite e quindi già note a tutti, tali da approssimare in media la durata della lunazione. I calendari lunari, come si è detto, impiegano di solito mesi alternati di 30 e 29 giorni (detti rispettivamente mesi pieni e mesi cavi) per ottenere una media di 29,5 giorni. Dodici di questi mesi fanno un anno lunare civile di 6 * 30 + 6 * 29 = 354 giorni.

I calendari lunari sono stati i primi ad essere storicamente adottati presso la generalità delle popolazioni antiche. Ma un calendario puramente lunare sperimenta evidentemente un rapido slittamento rispetto al ciclo delle stagioni. Per questo motivo molti calendari dell’antichità si sono evoluti cercando una conciliazione tra ciclo lunare e ciclo solare, con il duplice fine di limitare lo slittamento conservando al contempo gli elementi del calendario ormai familiari e abituali agli utilizzatori. Questi calendari prendono il nome di lunisolari.

In tali calendari, infatti, si continua ad utilizzare il ciclo lunare di 354 giorni quale ciclo fondamentale allungandolo con l’opportuna inserzione di mesi supplementari di durata appropriata (octaeteris greca, lo stesso calendario romano di Numa). Probabilmente il maggiore stimolo all’evoluzione verso i calendari lunisolari è stato il fatto che le festività, civili e religiose, cadessero in stagioni diverse a distanza di pochi anni. Infatti l’obiettivo dei calendari lunisolari è di seguire da vicino, ma non con precisione, il ciclo stagionale; chi studiò e adottò calendari solari, come gli Egizi, non era invece particolarmente interessato a impedire il fenomeno dello slittamento.

La conciliazione tra ciclo solare e ciclo lunare: la octaeteris

Un risultato noto da tempi molto antichi è che in otto anni solari sono contenute poco meno di 99 lunazioni. Infatti da un lato: 8 * 365,242199 = 2921,937592 giorni, mentre dall’altro: 99 * 29,530590 = 2923,528410. La differenza è pari a 2923,528410 – 2921,937592 = 1,590818 cioè 1 giorno 14 ore 10 minuti 47 secondi. Questa approssimazione, che non coinvolge periodi troppo lunghi rispetto alla vita umana, può essere trovata attraverso l’osservazione dei cicli solare e lunare e la sua scoperta non è ascritta a nessun nome specifico, ma fu largamente usata nei calendari greci.

I calendari basati su questo ciclo dovranno aggiungere le tre mancanti alle 12 * 8 = 96 lunazioni già comprese negli otto anni lunari. Se si approssimano le lunazioni con mesi alterni di 29 e 30 giorni, i 96 mesi di base comprenderanno 12 * 354 = 2832 giorni, pertanto i tre mesi intercalari dovranno dividersi i residui 2922 – 2832 = 90 giorni. Non a caso questi calendari prevedono l’intercalazione di tre mesi di 30 giorni ciascuno. L’astronomo greco del I secolo a.C. Gemino di Rodi (Elementa astronomiae 8,33) suggerisce di distribuire i tre mesi aggiuntivi nel modo più equo, intercalando nel terzo, quinto e ottavo anno; ciò minimizza lo scarto con il ciclo stagionale, ma le altre scelte sono egualmente possibili.

L’errore medio di questo calendario è di 2922 – 2921,937592 = 0,062408 pari a 1 ora 29 minuti 52 secondi ogni otto anni, il che conduce ad un errore di un giorno ogni 1 / 0,062408 ≅ 16 cicli di otto anni cioè ogni 128 anni circa. Questo errore è del tutto simile a quello del calendario (solare) giuliano.

La conciliazione tra ciclo solare e ciclo lunare: il ciclo romano o latercus

In 84 anni sono contenuti 84 * 365,242199 = 30680,344716 giorni, mentre in 1039 lunazioni sono contenuti 30682,283010 giorni; l’errore è pertanto di poco meno di due giorni. Qusto ciclo ha due importanti vantaggi: 1) il numero di giorni di calendario è costante e sempre pari a 84 * 365 + 21 = 30681 giorni poiché in 84 anni sono sempre contenuti 21 anni bisestili; 2) per ogni ciclo la luna nuova (e le altre fasi lunari) si ripresentano non soltanto nelle stesse date di calendario (sia pure con scarsa approssimazione) ma anche negli stessi giorni della settimana (nel calendario giuliano), poiché 84 = 28 * 3.

Per tali motivi il latercus fu adottato dalla Chiesa di Roma per il calcolo della Pasqua e a questo scopo fu sostenuto dalle Chiese occidentali contro il ciclo di Metone utilizzato dalla Chiese orientali. La questione secolare fu infine risolta in favore del secondo dal Concilio di Nicea del 325, sebbene la definitiva adozione del ciclo metonico come unico metodo per il computus in tutta la Cristianità si sia potuta constatare soltanto un paio di secoli dopo. Questo ciclo, infatti, è decisamente più preciso ma ne discendono regole di calcolo della Pasqua più complesse (le famose regole alessandrine), anche perché il giorno in cui cade la domenica deve essere determinato a parte sfruttando la lettera domenicale.

Per poter stendere un elenco tabulare di tutte le domeniche di Pasqua con le regole alessandrine, occorre utilizzare il ciclo di 28 * 19 = 532 anni indicato da Vittore d’Aquitania e poi da Dionigi il Piccolo.

La conciliazione tra ciclo solare e ciclo lunare: il ciclo di Metone

L’astronomo ateniese Metone (V secolo a.C.) fu il primo astronomo di cui abbiamo il nome (ma la cosa era già nota ai Babilonesi) a osservare che 235 lunazioni sono quasi esattamente pari a 19 anni solari. Infatti, da un lato 235 * 29,530590 = 6939,688650 giorni e dall’altro 19 * 365,242199 = 6939,601781 giorni. Ne consegue che ogni 19 anni le fasi lunari tornano approssimativamente a cadere negli stessi giorni dell’anno. Il ciclo di 235 lunazioni è detto ciclo di Metone o ciclo metonico o ciclo lunare.

Si dice poi numero d’oro di un anno il numero d’ordine dell’anno nel ciclo di Metone. Il numero d’oro, che varia tra 1 e 19, identifica gli anni nei quali le fasi lunari cadono negli stessi giorni dell’anno: perciò, negli anni caratterizzati dal medesimo numero d’oro i pleniluni, ad esempio, cadono nelle medesime date.

Nell’Era Cristiana, l’anno 1 a.C. ebbe numero d’oro pari a 1, cioè fu il primo anno di un ciclo di Metone. Questa fu infatti l’implicita scelta di Dionigi il Piccolo, il monaco che stabilì l’anno nel quale avvenne l’incarnazione di Gesù Cristo, quando nel Liber de Paschate assegnò all’anno 532 dopo l’incarnazione del Signore, con il quale iniziavano le sue tavole pasquali, un numero d’oro pari a 1. Poiché 532 = 19 * 28 e poiché non esiste nella serie storica l’anno 0 dell’Era Cristiana, l’anno 1 a.C. ebbe numero d’oro pari a 1 (è da notare che il fattore 28 coincide, apparentemente in modo casuale, con la durata del ciclo solare nel calendario giuliano, allora in vigore, cioè al periodo in anni giuliani dopo il quale i giorni dell’anno tornano a cadere negli stessi giorni della settimana).

Di conseguenza, il numero d’oro di un qualsiasi anno della nostra era si trova sommando 1 all’anno considerato e dividendo per 19: il resto della divisione è il numero d’oro (naturalmente se il resto è 0 il numero d’oro è 19). Alternativamente, per ottenere il numero d’oro si può dividere l’anno per 19 e aumentare il resto di 1 (con il vantaggio che non si può ottenere un resto pari a 0 e quindi non è necessario prevedere una eccezione). In formule, detto N il numero d’oro e A l’anno e indicando con mod19[…] l’operazione di resto della divisione per 19, si ha:

N = mod19[A] + 1

A rigore, 19 anni solari sono più brevi di 235 lunazioni di (6939,688650 – 6939,601781) * 24 = 0,086869 * 24 = 2,084856 ore ovvero di 2 ore 5 minuti e 5 secondi circa, o, all’inverso, il ciclo di Metone è più lungo di 19 anni solari di 2 ore e 5 minuti circa. Poiché (24 / 2,084856) * 19 ≅ 218,72 ne consegue che approssimativamente ogni 219 anni solari il novilunio si presenta in ritardo di un giorno rispetto a quanto previsto dal ciclo di Metone. Questo ovviamente è un calcolo di interesse puramente teorico, poiché gli anni solari civili sono espressi soltanto in giorni interi e quindi la loro durata media si discosta dalla reale durata dell’anno solare astronomico. Tuttavia, la durata media degli anni civili approssima meglio il ciclo di Metone, come emerge dalle considerazioni che seguono.

  • Nel caso degli anni gregoriani, 19 * 365,2425 = 6939,6075 giorni con una differenza rispetto a 235 lunazioni di (6939,688650 – 6939,6075) * 24 = 1,9476 ore, ovvero 1 ora 56 minuti e 51 secondi circa. La differenza è solo leggermente migliore di quella osservata per gli anni solari astronomici e 19 anni gregoriani sono mediamente ancora più brevi di 235 lunazioni di quasi due ore. Ciò consegue dalla bontà stessa dell’approssimazione gregoriana rispetto all’anno solare. Rispetto ai 219 anni circa del calcolo teorico, nel calendario gregoriano il novilunio si presenta in ritardo di un giorno rispetto a quanto previsto dal ciclo di Metone ogni (24 / 1,9476) * 19 ≅ 234 anni circa.
  • Nel caso degli anni giuliani 19 * 365,25 = 6939,75 giorni e la differenza tra 19 anni giuliani e 235 lunazioni è pari a: (6939,75 – 6939,688650) * 24 = 0,06135 * 24 = 1,4724 ore, ovvero a 1 ora 28 minuti e 21 secondi circa. Questa volta è il ciclo di Metone ad essere più breve di 19 anni giuliani medi, ma soltanto di 1 ora e mezza circa. Poiché (24 / 1,4724) * 19 ≅ 310 anni giuliani circa il novilunio si presenta in anticipo di un giorno rispetto a quanto previsto dal ciclo di Metone.

Se da questi calcoli in media si vuole passare alle situazioni reali, occorre considerare dove si colloca il periodo interessato rispetto al ciclo della regola bisestile e considerare il numero di giorni incluso dal ciclo metonico.

  • Diciannove anni giuliani possono contenere 6939 o 6940 giorni: essi contengono ordinariamente cinque anni bisestili e dunque 365 * 19 + 5 = 6940 giorni, a meno che i bisestili non cadano nel quarto (e quindi ottavo, dodicesimo e sedicesimo) anno del ciclo, nel qual caso contengono soltanto 365 * 19 + 4 = 6939 giorni. Pertanto, nel calendario giuliano si può individuare un “superciclo” composto da quattro cicli metonici, dei quali tre hanno durata di 6940 giorni e uno di 6939: si ritrova anche per questa via che il ciclo decennovennale giuliano ha durata media di (6940 * 3 + 6939) / 4 = 6939,75 giorni (su questo vedi infra il ciclo di Callippo).
  • Diciannove anni gregoriani, invece, possono contenere 6938, 6939 oppure 6940 giorni: oltre ai casi comuni con gli anni giuliani, essi contengono 6939 giorni anche quando il periodo comprende un anno multiplo di 100 ma non di 400; inoltre essi contengono soltanto 365 * 19 + 3 = 6938 giorni quando l’anno multiplo di 100 ma non di 400 è il quarto (oppure l’ottavo, il dodicesimo o sedicesimo) anno del ciclo.

Peraltro, il ciclo di Metone è stato usato comunemente non in rapporto ai calendari solari, bensì per definire calendari lunisolari. Nella loro più semplice versione, i calendari basati sul ciclo di Metone contengono sempre 6940 giorni, in modo da limitare lo slittamento dell’inizio dell’anno lungo il ciclo stagionale con la minima complessità gestionale. La durata media dei 235 mesi lunari sarà pertanto di 6940 / 235 = 29,531915 giorni.

Se, come spesso accade, i 235 mesi lunari devono essere suddivisi in 19 anni di calendario ciascuno comprendente 12 mesi più un eventuale mese intercalare, si è obbligati alla suddivisione in 12 anni di 12 mesi e 7 anni di 13 mesi. Questi mesi civili avranno una durata espressa in giorni interi, perciò, per approssimare la lunazione, dovranno alternarsi mesi di 29 giorni (usualmente detti mesi cavi) oppure di 30 giorni (mesi pieni).

Tuttavia, la ripartizione in 12 anni di 12 mesi e 7 anni di 13 mesi, con vincolo di 6940 giorni complesivi, non permette di avere la semplice alternanza di mesi lunari di 29 e 30 giorni. Ciò è conseguenza del fatto che la lunazione non è esattamente uguale bensì di poco superiore a 29,5 giorni, pertanto il numero di mesi di 30 giorni dovrà essere leggermente superiore a quello dei mesi di 29 giorni. Infatti, delle otto possibili scomposizioni di 6940 in somme di multipli di 29 e di 30 (e soltanto loro) che qui per comodità riportiamo:

  1. 6940 = 9 * 30 + 230 * 29
  2. 6940 = 38 * 30 + 200 * 29
  3. 6940 = 67 * 30 + 170 * 29
  4. 6940 = 96 * 30 + 140 * 29
  5. 6940 = 125 * 30 + 110 * 29
  6. 6940 = 154 * 30 + 80 * 29
  7. 6940 = 183 * 30 + 50 * 29
  8. 6940 = 212 * 30 + 20 * 29

solo la scomposizione 5. ha un totale di 235 mesi tra cavi (110) e pieni (125), pari al numero di lunazioni. In tale scomposizione però la differenza tra i due addendi non è pari a 7, pertanto non è possibile l’alternanza semplice tra i soli 12 mesi regolari di un anno. Invece, l’effettiva distribuzione di mesi cavi e pieni sarà caratteristica del particolare calendario metonico.

Un esempio di applicazione del ciclo di Metone: il calcolo della Pasqua giuliana

Un interessante esempio di applicazione del ciclo di Metone si ha con le regole alessandrine per il calcolo della Pasqua nel calendario giuliano. In questo caso la funzione del ciclo non è di allineare un calendario lunare con le stagioni, ma di conciliare il calendario civile di riferimento, che è solare, con la Pasqua, che segue un calendario lunare.

Per ciò che riguarda il calendario solare, abbiamo già evidenziato supra che in tre casi su quattro i 19 anni giuliani sono composti da 365 * 14 + 366 * 5 = 6940 giorni, mentre nel quarto caso essi mancano di un giorno, ben approssimando in tal modo il reale ciclo metonico.

Riguardo il calendario lunare, gli alessandrini usarono lo schema predittivo del comportamento della Luna poi divenuto noto come luna ecclesiastica, secondo il quale: la durata della lunazione semplice è di 30 giorni, la durata di due lunazioni è di 59 giorni (ma gennaio e febbraio fanno due lunazioni esatte sia negli anni ordinari che bisestili) e la durata dell’anno lunare è di 354 giorni; il novilunio, che inizia all’apparire della prima falce, corrisponde ad una età della Luna pari a 1, mentre il plenilunio cade 13 giorni dopo il novilunio. I 19 anni solari sono pertanto scomposti in 19 anni lunari, di 354 o 355 giorni rispettivamente negli anni ordinari e bisestili, più una differenza di 11 * 19 = 209 giorni, per un totale di: 14 * 354 + 5 * 355 + 209 = 6940 giorni. Poiché i 209 giorni sono equivalenti a 6 * 30 + 29, il numero di mesi cavi nei 19 anni è di 14 * 6 + 5 * 5 + 1 = 110, mentre il numero di mesi pieni è di 14 * 6 + 5 * 7 + 6 = 125, coerentemente con quanto abbiamo ricavato in generale.

Osserviamo che la regola d’intercalazione del giorno bisestile, benché di origine del tutto indipendente dal ciclo metonico, è in perfetta armonia con i vincoli del ciclo stesso: è il bisestile che trasforma cinque mesi lunari di 29 giorni in altrettanti di 30 giorni e consente di bilanciare mesi cavi e pieni esattamente come richiesto.

L’argomento sembra concluso, ed invece è rimasto un problema. Infatti è immediato osservare che l’età della Luna ogni 19 anni arretra di un giorno, mentre per l’essenza stessa del ciclo metonico dovrebbe riproporsi sempre uguale. Ciò consegue dal fatto che i 209 giorni corrispondono a sei lunazioni intere più 29 giorni soltanto, mentre la lunazione ecclesiastica è di 30 giorni. Gli astronomi alessandrini scelsero pertanto di aggiungere semplicemente un giorno ai 209 portandoli a 210 = 7 * 30. Per questo introdussero la regola per la quale l’epatta (cioè l’età della Luna importata da un anno al successivo) aumenta sempre di 11 unità da un anno al successivo, tranne quando si passa dal numero d’oro 19 al numero d’oro 1, cioè da un ciclo metonico al successivo, nel qual caso si fa aumentare non di 11 ma di 12 unità (il cosiddetto saltus lunae).

Ma aggiungendo 210 giorni invece di 209 non si altera forse la durata complessiva del ciclo, che diviene 354 * 14 + 355 * 5 + 210 = 6941 giorni? In realtà no, perchè l’aggiunta di un giorno è apparente: in generale, aggiungere 11 oppure 12 giorni all’epatta dell’anno precedente non allunga il computo metrico dei giorni, sposta soltanto la predizione del novilunio (aggiungere un giorno all’epatta significa anticipare l’occorrenza del novilunio di un giorno).

Ma perché è necessario spostare il novilunio? Perché, nel corso dei 19 anni, i noviluni ecclesiastici perdono un giorno su quelli reali, cioè alla fine dei 19 anni cadono un giorno dopo di quelli reali. Infatti, da un lato la durata effettiva dell’anno lunare è prossima a 12 * 29,530590 = 354,367080, il che significa che l’anno lunare ecclesiastico tende ad anticipare il novilunio di circa 0,367080 * 19 ≅ 7 giorni; dall’altro la regola bisestile giuliana aggiunge 5 giorni, cui si deve cumulare l’eccesso delle sei lunazioni di 30 giorni pari a (30 – 29,530590) * 6 ≅ 3 giorni, per un totale di 8 giorni di ritardo. L’effetto netto è appunto il ritardo di un giorno della predizione ecclesiastica rispetto alla situazione reale.

Alla stessa conclusione si giunge equivalentemente in altro modo. Se assumiamo, per comodità ma senza perdita di generalità, che il primo novilunio del ciclo cada il 1 gennaio (questo accade negli anni con numero d’oro pari a 3), l’ultimo novilunio cadrà dopo circa 23,530590 * 234 ≅ 6910 giorni, ma l’intervallo predetto con le regole alessandrine sarà di 14 * 354 + 5 * 355 + 6 * 30 = 6911 giorni.

Questo esempio illustra perfettamente come i vari fenomeni concorrenti coinvolti si compensino con lo scorrere degli anni nell’approssimazione ecclesiastica. In questa giostra di bilanciamenti gioca un ruolo essenziale il giorno bisestile: introdotto per tutt’altre e ben note ragioni, il bisestile contribuisce ad adattare il ciclo solare giuliano al ciclo metonico, purché all’atto pratico sia ignorato. Ecco perché gli anni bisestili non sono diversi ai fini ecclesiastici da quelli ordinari: come gennaio e febbraio assieme fanno due lunazioni intere negli anni ordinari (infatti 31 + 28 = 59 = 29,5 * 2), così le devono fare anche negli anni bisestili, nonostante i giorni salgano a 60, poiché il giorno aggiuntivo compensa altri fenomeni. Questa è la ragione per la quale la luna ecclesiastica non considera mai l’anno bisestile come una eccezione.

La conciliazione tra ciclo solare e ciclo lunare: il ciclo di Callippo

Nonostante la buona approssimazione offerta dal ciclo di Metone, i calendari basati sul vincolo di 6940 giorni soffrono di un errore apprezzabile: poiché 1 / (6940 – 6939,688650) ≅ 3,2 e poiché d’altro canto 1 / (6940 – 6939,601781) ≅ 2,5, circa ogni 3 cicli tali calendari ritardano di un giorno sulla luna nuova e di un giorno sul ciclo delle stagioni.

Non a caso, si ritiene, nell’Isagoge di Gemino e nell’Almagesto di Tolomeo, oltre che in pochi resti papirologici, si incontrano relitti di un calendario, probabilmente di uso strettamente astronomico, basato su un multiplo del ciclo metonico, il cosiddetto ciclo di Callippo. Per definirlo, infatti, sembra certo che l’astronomo del IV secolo a.C. Callippo di Cizico abbia considerato la durata dell’anno solare pari a 365,25 giorni e di conseguenza abbia scelto la durata di un ciclo metonico pari a 365,25 * 19 = 6939,75 giorni. Per ricondursi a un numero intero di giorni egli definì un ciclo costituito da quattro cicli metonici, pari a 4 * 19 = 76 anni solari e costituito da 76 * 365,25 = 27759 giorni. Poiché un ciclo di Metone comprende 235 mesi lunari, un ciclo di Callippo è composto di 235 * 4 = 940 mesi lunari.

Il ciclo di Callippo offre un migliore allineamento verso l’anno solare rispetto al ciclo di Metone (dura un giorno in meno del periodo di quattro cicli metonici presi singolarmente pari a 6940 * 4 = 27760 giorni), ragione per la quale, probabilmente, è stato impiegato per annotare osservazioni astronomiche come quelle riportate da Tolomeo nell’Almagesto. Secondo Gemino, il ciclo metonico aveva 110 mesi cavi (come nella scomposizione 5. sopra rappresentata) e la distribuzione dei mesi cavi e pieni era ottenuta considerando tutti i mesi come pieni e sottraendo un giorno ogni 64 (i mesi cavi non erano numerati da 1 a 29, ma il giorno era soppresso mantenendo la numerazione da 1 a 30). Questo metodo è quello che garantisce la più uniforme distribuzione dei mesi cavi nel ciclo (infatti, poiché 235 * 30 = 7050, per ricondurre la durata a 6940 occorre cancellare 110 giorni, cioè uno ogni 7050 / 110 = 64 resto 10) e, sempre secondo Gemino, fu mantenuta anche nel ciclo callippico (ma non è chiaro con quali adattamenti, poiché l’interpretazione più semplice, cioè che i 64 giorni siano stati contati senza interruazione dal principio dell’anno 1 alla fine dell’anno 76, ancora non spiega come e dove fosse sottratto il giorno in più dei 27760 di quattro cicli metonici). Sembra che il primo ciclo di Callippo sia iniziato il 28 giugno 330 a.C. (giuliano prolettico) e sia rimasto in uso almeno fino al I secolo d.C.

L’anno romano nei fasti giuliani

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Al passaggio dal calendario tradizionale repubblicano al nuovo calendario, Cesare introdusse dieci giorni distribuiti tra gennaio, agosto e dicembre (due giorni ciascuno) nonché aprile, giugno, settembre e novembre (un giorno ciascuno). I giorni furono inseriti verso la fine di ogni mese, dopo l’ultima delle festività, in modo da non alterare le tradizioni religiose popolari. A questi giorni fu dato il carattere F = dies fastus e non comiziale, per dare agio al popolo di seguire i propri affari senza incrementare l’attività politica.

Il feriale del vecchio calendario, cioè le festività tradizionali a partire dai giorni “con nome”, fu rigorosamente preservato. A partire da Cesare stesso, peraltro, gli imperatori, con intento propagandistico, cominciarono ad aggiungere al calendario festività legate ai propri successi militari e politici e alle ricorrenze della famiglia imperiale. Di esse, però, soltanto una ebbe l’onore di ricevere il nome, gli Augustalia. Considerato che la lista dei giorni “con nome” era rigidamente immutata da tempo immemorabile, l’aggiunta degli Augustalia ben si configura come uno dei più alti onori concessi ad Augusto.

A tali festività dovette essere ragionevolmente cambiato il carattere del giorno in NP. Tale risulta infatti per esse il carattere in taluni fasti epigrafici, anche se in molti casi risulta invece mantenuto il carattere che il giorno aveva prima dell’istituzione della festa, e ciò talvolta anche quando la festa è citata a lato del giorno. In alcuni casi la ragione del carattere NP, mancante della spiegazione, è ignota, poiché non ci resta evidenza di un possibile evento che giustifichi la festività.

La tabella che segue schematizza il calendario giuliano dei primi anni dell’era volgare come emerge dagli esemplari giunti fino a noi nei fasti epigrafici. Accanto al feriale tradizionale, prtanto, essa include le festività introdotte da Cesare ed Augusto. Per rendere graficamente vicina la rappresentazione all’uso del tempo, è stato usato il colore rosso per identificare la lettera nundinale A e il carattere dei giorni “con nome”, come nell’uso repubblicano testimoniato dai Fasti Antiates Maiores; lo sfondo grigio evidenzia le feste caratteristiche del calendario giuliano, per le quali si è accolto il carattere NP; la prima riga e la prima colonna della tabella sono state ovviamente aggiunte per comodità di lettura.

Una nota a parte meritano i Consualia e i Saturnalia di dicembre, i quali, pur essendo segnati in grigio, non sono inclusi nell’elenco seguente. Nei Fasti Antiates Maiores essi risultano avere il carattere EN; molti studiosi preferiscono assumere un errore in tale testimonianza e lo correggono mutando il carattere in NP, come per la maggior parte delle feste “con nome”. Poiché invece noi accogliamo l’evidenza anziate, abbiamo preferito evidenziare comunque in grigio tale differenza, senza sentire il bisogno di ripetere qui le brevi note sulle festività che il lettore può trovare nel saggio sul calendario repubblicano.

GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE OTTOBRE NOVEMBRE DICEMBRE
1 A K · IAN · F H K · FEB · N D K · MAR · NP C K · APR · F A K · MAI · F H K · IVN · N F K · IVL · N E K · AVG · NP D K · SEP ·
F
B K · OCT · NP A K · NOV ·
F
G K · DEC ·
N
2 B F A N E F D F B F A F G N F NP E NP C F B F H N
3 C C B N F C E C C C B C H N G C F NP D C C C A N
4 D C C N G C F C D C C C A NP H C G C E C D C B C
5 E NON · F D NON · NP H C G NON · N E C D NON · N B POPLIF · NP A NON · NP H NON · F F C E NON · F C NON · F
6 F F E N A NP H NP F C E N C N B NP A F G C F F D F
7 G C F N B NON · F A N G NON · F F N D NON · N C C B C H NON · F G C E C
8 H C G N C F B N H F G N E N D C C C · M A F H C F C
9 A AGON · [NP] H NP D C C N A LEMVR · N H VEST · N F N E NP D C · M B C A C G C
10 B C A N E C D N B C A N G C F NP E C · M C C B C H C
11 C CAR · NP B N F C E N C LEMVR · N B MATR · NP H C G C F C D MEDI · NP C C A AGON · NP
12 D C C N G C F N D NP C N A NP H C G NP E AVGVST · NP D C B EN
13 E EIDVS · NP D EIDVS · NP H EN G EIDVS · NP E LEMVR · N D EIDVS · NP B C A EIDVS · NP H EIDVS · NP F FONT · NP E EIDVS · NP C EIDVS · NP
14 F EN E N A EQVIR · NP H N F C E N C C B F A F G EN F F D F
15 G CAR · NP F LVPER · NP B EIDVS · NP A FORDI · NP G EIDVS · NP F Q · ST · D · F D EIDVS · NP C C B N H EIDVS · NP G C E CONS · NP
16 H NP G EN C F B N H F G C E F D C C C A F H C F C
17 A NP H QVIR · NP D LIBER · NP C N A C H C F C E PORT · NP D NP B C A C G SATVR · NP
18 B C A C E C D N B C A C G C F C E C C C B C H C
19 C C B C F QVIN · NP E CERIAL · NP C C B C H LVCAR · NP G VINAL · FP F C D ARMI · NP C C A OPAL · NP
20 D C C C G C F N D C C C A C H C G C E C D C B C
21 E C D FERAL · F H C G PARIL · NP E AGON · NP D C B LVCAR · NP A CONS · NP H C F C E C C DIVAL · NP
22 F C E C A N H N F N E C C C B EN A C G C F C D C
23 G C F TERM · NP B TVBIL · NP A VINAL · F G TVBIL · NP F C D NEPT · NP C VOLK · NP B NP H C G C E LAREN · NP
24 H C G REGIF · N C Q · R · C · F B C H Q · R · C · F G C E N D C C C A C H C F C
25 A C H C D C C ROBIG · NP A C H C F FVRR · NP E OPIC · NP D C B C A C G C
26 B C A EN E C D F B C A NP G C F C E C C C B C H C
27 C C B EQVIR · NP F NP E C C C B C H C G VOLTV · NP F C D C C C A C
28 D C C C G C F NP D C C C A C H NP G C E C D C B C
29 E F H C G C E C D F B C A F H F F C E F C F
30 F F A C H C F C E C C C B F A C G C F C D F
31 G C B C G C D C C NP H C E C
XXXI XXIIX XXXI XXX XXXI XXX XXXI XXXI XXX XXXI XXX XXXI

Le festività tradizionali rimasero quelle del calendario repubblicano; per esse si rimanda al saggio dedicato a tale calendario. Di seguito si elencano le festività introdotte nel calendario giuliano nella primissima età imperiale.

a.d. XVII Kal. Febr. (16 gennaio)

Fasti Verulani NP Feriae ex s.c. quod eo die Aedis Concordiae in foro dedicata est

a.d. XVI Kal. Febr. (17 gennaio)

Fasti Verulani NP Feriae ex s.c. quod eo die Augusta nupsit divo Augusto

Non. Febr. (5 febbraio)

Fasti Praenestini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imperator Caesar Augustus pontifex maximus trib. potest. XXI cos. XIII a senatu populoque Romano pater patriae appellatur

a.d. V Id. Febr. (9 febbraio)

Fasti Verulani  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Benché non sappiamo il motivo di questa festività, non sembra possa trattarsi di un errore poiché la sigla NP è inserita in una sequenza di N.

pridie Non. Mart. (6 marzo)

Fasti Praenestini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar August. pont. max. factus est Quirinio et Valgo cos. IIviri ob eam rem immolant populus coronatus feriatus agit

a.d. VI Kal. Apr. (27 marzo)

Fasti Verulani  NP Feriae quod eo die C. Caesar Alexandriam recepit

a.d. VIII Id. Apr. (6 aprile)

Fasti Praenestini  NP Feriae quod eo die C. Caesar C. f. in Africa regem Iubam devicit

a.d. IV Kal. Mai. (28 aprile)

Fasti Praenestini  NP Feriae ex s.c. quod eo die signum et ara Vestae in domu Imp. Caesaris Augusti pontif. max. dedicata est Qurinio et Valgio cos.

a.d. IV Id. Mai. (12 maggio)

Fasti Maffeiani  NP Ludi Marti in circo

a.d. VI Kal. Iul. (26 giugno)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar Augustus adoptavit sibi filium Ti. Caesarem Aelio et Sentio cos.

a.d. IV Non. Iul. (4 luglio)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Ara Pacis Augustae in campo Martio constituta est Nerone et Varo cos.

a.d. IV Id. Iul. (12 luglio)

Fasti Amiternini  NP Feriae quod eo die C. Caesar est natus

Secondo Cassio Dione 47,18,6, in realtà Cesare nacque il 13 luglio, nel vecchio calendario repubblicano, ma la memoria fu spostata al 12 perché uno degli oracoli dei Libri Sibillini proibiva nel giorno 13 (ultimo e più importante giorno dei Ludi Apollinares) qualunque celebrazione che non fosse dedicata ad Apollo.

Kal. Aug. (1 agosto)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar Divi f. rem publicam tristissimo periculo liberavit

a.d. IV Non. Aug. (2 agosto)

Fasti Amiternini  NP Feriae quod eo die C. Caesar C. f. in Hispania citeriore et quod in Ponto eodem die regem Pharnacem devicit

Non. Aug. (5 agosto)

Fasti Antiates ministrorum  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Solo i Fasti Antiates ministrorum, notoriamente poco affidabili, dànno questo giorno e il seguente come NP. In altri fasti l’evidenza per il carattere F è schiacciante, per il 5 e soprattutto per il 6 agosto (ma nei casi noti le none e il giorno seguente hanno sempre lo stesso carattere). Può perciò trattarsi di una festa ignota oppure di un errore di trascrizione, facilitato dal fatto che c’è una coppia di NP poco dopo, il 9 e 10 agosto.

a.d. VIII Id. Aug. (6 agosto)

Fasti Antiates ministrorum  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Vedi la spiegazione del 5 agosto. Può trattarsi di una festa ignota oppure di un errore di trascrizione, facilitato dal fatto che c’è una coppia di NP poco dopo, il 9 e 10 agosto.

a.d. V Id. Aug. (9 agosto)

Fasti Amiternini  NP Feriae quod eo die C. Caesar C. f. Pharsali devicit

a.d. IV Id. Aug. (10 agosto)

Fasti Amiternini  NP Feriae quod eo die arae Cereri matri et Opi Augustae ex voto suscepto constitutae sunt Cretico et Longo cos.

a.d. V Kal. Sept. (28 agosto)

Fasti Vaticani  NP Feriae ex s.c. quod eo die ara Victoriae dedicata est

pridie Kal. Sept. (31 agosto)

Fasti Pighiani  NP Natalis Germanici

a.d. IV Non. Sept. (2 settembre)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar Divi f. Augustus apud Actium vicit se et Titio cos.

a.d. III Non. Sept. (3 settembre)

Fasti Amiternini  NP Feriae et supplicationes aput omnia pulvinaria quod eo die Caesar Divi f. vicit in Sicilia Censorino et Calvisio cos.

pridie Id. Sept. (12 settembre)

Fasti Vallenses  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Può trattarsi di una festa ignota o di un errore. Tuttavia, i Fasti Vallenses sono datati prima dei Fasti Amiternini, che qui hanno N, e dei Fasti Antiates Ministrorum, che qui hanno C. Pertanto l’ipotesi della festa si scontra con il doppio errore degli affidabili Amit. e degli inaccurati Ant.min.

a.d. XV Kal. Oct. (17 settembre)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Divo Augusto honores caelestes a senatu decreti Sex. Appuleio Sex Pompeio cos.

a.d. IX Kal. Oct. (23 settembre)

Fasti fratrum Arvalium  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caesar Augustus pont. max. natus est

Non sembra oggi possibile stabilire l’esatta data di nascita di Augusto. La data ufficiale, ricordata nei calendari epigrafici e nella maggioranza delle fonti letterarie è a.d. IX Kal. Oct., che nel 63 a.C. fu il 22 settembre, mentre nel calendario giuliano è il 23 settembre.

Il fatto che qualche volta le celebrazioni si estendessero al 24 settembre ha fatto pensare che Augusto fosse nato in realtà a.d. VIII Kal. Oct. = 23 settembre (repubblicano) e che abbia mantenuto il giorno 23 al passaggio al calendario giuliano, festeggiando però anche la data originale a.d. VIII Kal. Oct. = 24 settembre (giuliano).

Esistono del resto almeno due iscrizioni (da Forum Clodii e da Narbona CIL 12.4333) che pongono il compleanno di Augusto in a.d. VIII Kal. Oct.

Una spiegazione è stata ricercata nella devozione di Augusto verso il dio Apollo. L’anniversario della dedicazione del tempio di Apollo cadeva il 23 settembre nel calendario giuliano e si pensa che tale dovesse essere la data anche nel calendario repubblicano (infatti con il nuovo calendario tutte le festività dei mesi interessati all’aggiunta giuliana continuarono ad essere celebrate lo stesso giorno “dopo le idi”). Se Augusto fosse nato a.d. VIII Kal. Oct. (anniversario della dedicazione) potrebbe aver preferito spostare il proprio compleanno giuliano al giorno a.d. IX Kal. Oct. pur di mantenerlo nel giorno di Apollo.

Kal. Oct. (1 ottobre)

Fasti fratrum Arvalium  NP (manca la spiegazione, che è altrimenti ignota)

Si ritiene generalmente che si tratti di un errore, facilitato dal fatto che il suo carattere ordinario è N.

AVGVSTALIA – a.d. IV Id. Oct. (12 ottobre)

Fasti Amiternini  NP Feriae ex s.c. quod eo die Imp. Caes. Aug. ex transmarinis provinciis urbem intravit araque Fortunae reduci constituta

Questo è l’unico giorno del calendario romano che ricevette un nome in una occasione storicamente accertata, sicuramente dopo secoli di stabilità della lista dei giorni “con nome”, uno dei più grandi onori concessi ad Augusto.

L’anno romano nei fasti repubblicani

L’anno romano nei fasti repubblicani published on
Indice delle fonti utilizzate
  • Varrone De lingua Latina 6,3
  • Ovidio Fasti libri I-VI
  • Agnes Kirsopp Michels The Calendar of the Roman Republic Princeton University Press 1967

 

 

Varrone De lingua Latina 6,3:

Ad naturale discrimen civilia vocabula dierum accesserunt. Dicam prius qui deorum causa, tum qui hominum sunt instituti.

Dies Agonales per quos rex in Regia arietem immolat, dicti ab “agon,” eo quod interrogat minister sacrificii “agone?”: nisi si a Graeca lingua, ubi agon princeps, ab eo quod immolatur a principe civitatis et princeps gregis immolatur. Carmentalia nominantur quod sacra tum et feriae Carmentis.

Lupercalia dicta, quod in Lupercali Luperci sacra faciunt. Rex cum ferias menstruas Nonis Februariis edicit, hunc diem februatum appellat; februm Sabini purgamentum, et id in sacris nostris verbum non ignotum: nam pellem capri, cuius de loro caeduntur puellae Lupercalibus, veteres februm vocabant, et Lupercalia Februatio, ut in Antiquitatum libris demonstravi.

Quirinalia a Quirino, quod ei deo feriae et eorum hominum, qui Furnacalibus suis non fuerunt feriati. Feralia ab inferis et ferendo, quod ferunt tum epulas ad sepulcrum quibus ius ibi parentare. Terminalia, quod is dies anni extremus constitutus: duodecimus enim mensis fuit Februarius et cum intercalatur inferiores quinque dies duodecimo demuntur mense. Ecurria ab equorum cursu: eo die enim ludis currunt in Martio Campo.

Liberalia dicta, quod per totum oppidum eo die sedent ut sacerdotes Liberi anus hedera coronatae cum libis et foculo pro emptore sacrificantes. In libris Saliorum quorum cognomen Agonensium, forsitan hic dies ideo appelletur potius Agonia. Quinquatrus: hic dies unus ab nominis errore observatur proinde ut sint quinque; dictus, ut ab Tusculanis post diem sextum Idus similiter vocatur Sexatrus et post diem septimum Septimatrus, sic hic, quod erat post diem quintum Idus, Quinquatrus. Dies Tubulustrium appellatur, quod eo die in Atrio Sutorio sacrorum tubae lustrantur.

Megalesia dicta a Graecis, quod ex Libris Sibyllinis arcessita ab Attalo rege Pergama; ibi prope murum Megalesion, id est templum eius deae, unde advecta Romam. Fordicidia a fordis bubus; bos forda quae fert in ventre; quod eo die publice immolantur boves praegnantes in curiis complures, a fordis caedendis Fordicidia dicta. Palilia dicta a Pale, quod ei feriae, ut Cerialia a Cerere.

Vinalia a vino; hic dies Iovis, non Veneris. Huius rei cura non levis in Latio: nam aliquot locis vindemiae primum ab sacerdotibus publice fiebant, ut Romae etiam nunc: nam flamen Dialis auspicatur vindemiam et ut iussit vinum legere, agna Iovi facit, inter cuius exta caesa et porrecta flamen primus vinum legit. In Tusculanis portis est scriptum:

Vinum novum ne vehatur in urbem ante quam Vinalia kalentur.

Robigalia dicta ab Robigo; secundum segetes huic deo sacrificatur, ne robigo occupet segetes. Dies Vestalia ut virgines Vestales a Vesta. Quinquatrus minusculae dictae Iuniae Idus ab similitudine maiorum, quod tibicines tum feriati vagantur per urbem et conveniunt ad Aedem Minervae. Dies Fortis Fortunae appellatus ab Servio Tullio rege, quod is fanum Fortis Fortunae secundum Tiberim extra urbem Romam dedicavit Iunio mense.

Dies Poplifugia videtur nominatus, quod eo die tumultu repente fugerit populus: non multo enim post hic dies quam decessus Gallorum ex Urbe, et qui tum sub Urbe populi, ut Ficuleates ac Fidenates et finitimi alii, contra nos coniurarunt. Aliquot huius diei vestigia fugae in sacris apparent, de quibus rebus Antiquitatum Libri plura referunt. Nonae Caprotinae, quod eo die in Latio Iunoni Caprotinae mulieres sacrificant et sub caprifico faciunt; e caprifico adhibent virgam. Cur hoc, toga praetexta data eis Apollinaribus Ludis docuit populum.

Neptunalia a Neptuno: eius enim dei feriae. Furrinalia a Furrina, quod ei deae feriae publicae, dies is; cuius deae honos apud antiquos: nam ei sacra instituta annua et flamen attributus; nunc vix nomen notum paucis. Portunalia dicta a Portuno, cui eo die aedes in portu Tiberino facta et feriae institutae.

Vinalia rustica dicuntur ante diem XIIII Kalendas Septembres, quod tum Veneri dedicata aedes et horti ei deae dicantur ac tum sunt feriati holitores. Consualia dicta a Conso, quod tum feriae publicae ei deo et in Circo ad aram eius ab sacerdotibus ludi illi, quibus virgines Sabinae raptae. Volcanalia a Volcano, quod ei tum feriae et quod eo die populus pro se in ignem animalia mittit.

Opeconsiva dies ab dea Ope Consiva, cuius in Regia sacrarium quod adeo artum, eo praeter virgines Vestales et sacerdotem publicum introeat nemo. “Is cum eat, suffibulum ut habeat,” scriptum: id dicitur ab suffigendo subfigabulum. Volturnalia a deo Volturno, cuius feriae tum. Octobri mense Meditrinalia dies dictus a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc die solitum vinum novum et vetus libari et degustari medicamenti causa; quod facere solent etiam nunc multi cum dicunt:

Novum vetus vinum bibo: novo veteri morbo medeor.

Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae eius; ab eo tum et in fontes coronas iaciunt et puteos coronant. Armilustrium ab eo quod in Armilustrio armati sacra faciunt, nisi locus potius dictus ab his; sed quod de his prius, id ab ludendo aut lustro, id est quod circumibant ludentes ancilibus armati. Saturnalia dicta ab Saturno, quod eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia Opis.

Angeronalia ab Angerona, cui sacrificium fit in Curia Acculeia et cuius feriae publicae is dies. Larentinae, quem diem quidam in scribendo Larentalia appellant, ab Acca Larentia nominatus, cui sacerdotes nostri publice parentant e sexto die, qui ab ea dicitur dies Parentalium Accas Larentinas.

Hoc sacrificium fit in Velabro, qua in Novam Viam exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae, ut quod ibi prope faciunt diis Manibus servilibus sacerdotes; qui uterque locus extra urbem antiquam fuit non longe a Porta Romanula, de qua in priore libro dixi. Dies Septimontium nominatus ab his septem montibus, in quis sita Urbs est; feriae non populi, sed montanorum modo, ut Paganalibus, qui sunt alicuius pagi.

De statutis diebus dixi; de annalibus nec die statutis dicam. Compitalia dies attributus Laribus vialibus: ideo ubi viae competunt tum in competis sacrificatur. Quotannis is dies concipitur. Similiter Latinae Feriae dies conceptivus dictus a Latinis populis, quibus ex Albano Monte ex sacris carnem petere fuit ius cum Romanis, a quibus Latinis Latinae dictae. Sementivae Feriae dies is, qui a pontificibus dictus, appellatus a semente, quod sationis causa susceptae. Paganicae eiusdem agriculturae causa susceptae, ut haberent in agris omnis pagus, unde Paganicae dictae. Sunt praeterea feriae conceptivae quae non sunt annales, ut hae quae dicuntur sine proprio vocabulo aut cum perspicuo, ut Novendiales sunt.

Non è al momento possibile ricostruire l’evoluzione del calendario repubblicano. Attraverso le notizie letterarie e il ritrovamento dei Fasti Antiates Maiores, ancora un unico del suo genere, possiamo invece ricostruire con ragionevole sicurezza molti particolari del calendario repubblicano in uso nella prima metà del primo secolo a.C., nel periodo immediatamente precedente l’inizio dell’era giuliana. Ne riportiamo in tabella una versione completa di lettere nundinali, delle note caratteristiche del giorno e delle festività (la prima riga con i nomi dei mesi in italiano e la prima colonna col numero arabo del giorno sono ovviamente aggiunte per comodità del lettore). Come d’uso, tra parentesi quadre si trovano le più probabili ricostruzioni per quegli elementi d’informazione per i quali allo stato permane incertezza.

GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE OTTOBRE NOVEMBRE DICEMBRE INTERCALARE
1 A K · IAN · F F K · FEB · N B K · MAR · NP A K · APR · F F K · MAI · F E K · IVN · N B K · QVI · N A K · SEX · F F K · SEP · F C K · OCT · N B K · NOV · F G K · DEC · N G K · INTER · [F]
2 B F G N C F B F G F F F C N B F G F D F C F H N H [F]
3 C C H N D C C C H C G C D N C C H C E C D C A N A [C]
4 D C A N E C D C A C H C E N D C A C F C E C B C B [C]
5 E NON · F B NON · N F C E NON · N B C A NON · N F POPLIF · NP E NON · F B NON · F G C F NON · F C NON · F C NON · [F]
6 F F C N G C F N C C B N G N F F C F H C G F D F D [F]
7 G C D N H NON · F G N D NON · F C N H NON · N G C D C A NON · F H C E C E [C]
8 H C E N A F H N E F D N A N H C E C · M B F A C F C F [C]
9 A AGON · [NP] F N B C A N F LEMVR · N E VEST · N B N A C F C · M C C B C G C G [C]
10 B C G N C C B N G C F N C C B C G C · M D C C C H C H [C]
11 C CAR · NP H N D C C N H LEMVR · N G MATR · NP D C C C H C E MEDI · NP D C A AGON · NP A [C]
12 D C A N E C D N A C H N E C D C A N F C E C B EN B [C]
13 E EIDVS · NP B EIDVS · NP F EN E EIDVS · NP B LEMVR · N A EIDVS · NP F C E EIDVS · NP B EIDVS · NP G FONT · NP F EIDVS · NP C EIDVS · NP C EIDVS · [NP]
14 F EN C N G EQVIR · NP F N C C B N G C F F C F H EN G F D F D F
15 G CAR · NP D LVPER · NP H EIDVS · NP G FORDI · NP D EIDVS · NP C Q · ST · D · F H EIDVS · NP G C D N A EIDVS · NP H C E CONS · EN E [C]
16 H C E EN A F H N E F D C A F H C E C B F A C F C F [C]
17 A C F QVIR · NP B LIBER · NP A N F C E C B C A PORT · NP F C C C B C G SATVR · EN G [C]
18 B C G C C C B N G C F C C C B C G C D C C C H C H [C]
19 C C H C D QVIN · NP C CERIAL · NP H C G C D LVCAR · NP C VINAL · F[P] H C E ARMI · NP D C A OPAL · NP A [C]
20 D C A C E C D N A C H C E C D C A C F C E C B C B [C]
21 E C B FERAL · F F C E PARIL · NP B AGON · NP A C F LVCAR · NP E CONS · NP B C G C F C C DIVAL · NP C [C]
22 F C C C G N F N C N B C G C F EN C C H C G C D C D [C]
23 G C D TERM · NP H TVBIL · NP G VINAL · F D TVBIL · NP C C H NEPT · NP G VOLK · NP D C A C H C E LAREN · NP E REGIF · [N]
24 H C E REGIF · N A Q · R · C · F H C E Q · R · C · F D C A N H C E C B C A C F C F [C]
25 A C F C B C A ROBIG · NP F C E C B FVRR · NP A OPIC · NP F C C C B C G C G [EN]
26 B C G EN C C B C G C F C C C B C G C D C C C H C H [EQVIR · NP]
27 C C H EQVIR · NP D C C C H C G C D C C VOLTV · NP H C E C D C A C A [C]
28 D C A C E C D C A C H C E C D C A C F C E C B C
29 E C F C E C B C A C F C E C B C G C F C C C
30 G C C C G C H C
31 H C D C H C A C
XXIX XXIIX XXXI XXIX XXXI XXIX XXXI XXIX XXIX XXXI XXIX XXIX XXVII

L’anno repubblicano comprendeva, negli anni ordinari, dodici mesi per un totale di 355 giorni. Ad essi, negli anni intercalari, era aggiunto il mese intercalare (popolarmente noto come mercedonio) di 22 o 23 giorni, portando il totale dell’anno a 377 o 378 giorni. I dettagli dell’intercalazione non sono noti.

In base alla ricomposizione dei frammenti dei Fasti Antiates Maiores, comparati con le altre fonti epigrafiche e letterarie, emerge un calendario ricostruito analogo nel suo aspetto generale alle numerose successive rappresentazioni dei fasti giuliani a noi giunte. Qui i mesi affiancati, però, sono tredici, con l’intercalare all’ultima colonna; per ognuno di essi sono specificati i giorni fissi (calendae, nonae e idus) sui quali sono espresse le date; ogni giorno è affiancato dalla littera nundinalis a sinistra e dal carattere del giorno (N = nefastus, F = fastus, C = comitialis, etc.) a destra; quando è prevista una delle festività tradizionali, il carattere del giorno è preceduto dall’abbreviazione del nome della festa stessa. Questi giorni “con nome” o “nominati” si ritrovano anche nei primi fasti giuliani, confermando l’intenzione di Cesare di garantire la continuità delle abitudini religiose.

La ripartizione dei giorni per carattere è la seguente: 42 F (compresi gli FP), 57 N, 196 C, 48 NP (compresi gli Agonalia di gennaio), 9 EN, 3 dies fissi, per un totale di 355.

Di tutte le numerose festività che ci sono note, il cui complesso è il cosiddetto feriale, soltanto trentacinque sono segnate, con il rispettivo nome abbreviato, nel calendario (l’elenco di Varrone supra, ad esempio, cita solo alcune delle 35 assieme a diverse altre); talune sono ripetute, per un totale di 45 giorni nominati in corso d’anno. Essi riflettono forse la decisione, intervenuta in un’epoca e per ragioni oggi sconosciute, di cristallizzare il feriale, cioè di non aggiungervi le feste di nuova istituzione; o forse si trattò d’una scelta d’importanza, per motivi altrettanto sconosciuti.

Ai giorni nominati vanno aggiunte le calende di marzo, nel quale avevano luogo i riti di inizio d’anno, probabile vestigia di quando l’anno iniziava appunto in tale data. Inoltre, tutte le idi erano feriae Iovis e in esse avevano luogo i sacra Idulia, al cui centro era il sacrificio di un capro al dio ottimo massimo.

Secondo una schematizzazione antiquaria elaborata da Macrobio nel IV-V secolo, le festività erano caratterizzate in base al tipo di celebrazione, potremmo dire di liturgia, che vi era stabilito avvenisse. Così si potevano avere l’immolazione di vittime animali (sacrificia), la consumazione di pranzi sacri (epula), la celebrazione di giochi (ludi), oppure la prescrizione del riposo dalle ordinarie attività, le cosiddette feriae, parola che è però spesso usata in senso estensivo per indicare tutte le festività.

La gran parte di queste festività, nonché le calende di marzo e tutte le idi, ricevevano il carattere NP. Una importante eccezione sono i Lemuria, che avevano come carattere la lettera N, forse perché si trattava di celebrazioni legate al mondo dei morti; le altre sono i Feralia e i due Vinalia, che ricevono il carattere F; ignoto è il carattere degli Agonalia di gennaio, non reperibile in alcuna fonte. Purtroppo non è sopravvissuta la definizione del carattere NP (per il quale fu appositamente creato un digramma che lega la gamba destra della N con la gamba della P) né è stato finora possibile scoprirne il significato con sufficiente sicurezza.

Si ha l’impressione che tutte le calende e le none fossero originariamente giorni fasti tranne che nei mesi di febbraio, aprile, giugno, luglio, nei quali la prima parte del mese è generalmente occupata da una sequenza di giorni nefasti (questi blocchi sono anche la principale occorrenza di giorni nefasti). Primenti dovevano essere in generale fasti i dies postriduani, cioè i giorni che seguivano calende, none e idi. Vi sono in totale quaranta giorni fasti nell’anno; ai fini della possibilità di promuovere azioni giudiziarie di diritto civile, erano comunque disponibili anche i giorni comiziali nei quali non si tenevano comizi. La C è in generale il carattere dei giorni nella seconda parte dei mesi, dopo le idi od eventualmente dopo i giorni nominati.

Nelle none avveniva tradizionalmente l’annuncio delle feste del mese da parte dei pontefici; coerentemente con ciò, tutte le feste sono successive alle none, con l’unica eccezione dei Poplifugia. Secondo Varrone (supra) questa festa sarebbe stata introdotta per commemorare la fuga del popolo quando, dopo il sacco della città ad opera dei Galli, i Romani furono assaliti da Fidenati e Ficulei, quindi in epoca probabilmente più tarda di tutte le altre. Tale festa era strettamente legata a quella che si teneva due giorni dopo nelle none a ricordo della vittoria sugli stessi Galli di Brenno (le cosiddette Nonae Caprotinae, poiché vi avveniva un sacrifico nella palude Capra a Giunone detta Caprotina). Altre tradizioni svincolano però i Poplifugia da un evento storico definito, legandoli alla morte di Romolo (Dionigi 2,76) oppure a una non meglio specificata battaglia contro gli Etruschi (Macrobio 3,2).

Quanto al resto, sembra che i giorni nominati abbiano ricevuto questo carattere fortemente distintivo in epoca assai remota. Si conosce una sola aggiunta in epoca storica, l’ultima e assai tarda, tanto da essere in realtà relativa al calendario giuliano: si tratta dell’introduzione degli Augustalia. Rompendo una tradizione così radicata ad antica, sono forse da considerarsi il più grande onore concesso ad Augusto. Gli Augustalia cadono in giorno pari (12 ottobre), ma è notevole che le feste tradizionali nel calendario repubblicano cadono generalmente in giorno dispari, con due sole eccezioni: il Regifugium il 24 febbraio (ma nel mese intercalare cadeva il 23) e gli Equirria del 14 marzo (oppure del 26 intercalare).

Di seguito l’elenco in ordine alfabetico delle festività presenti nella tabella; per ognuna, sono riportate le informazioni essenziali che la riguardano. Si avverte che le date delle festività successive alle idi, in latino, sono espresse rispetto alle idi stesse piuttosto che, come più usuale, rispetto alle calende del mese successivo; ciò per rimuovere l’ambiguità che sorge nel calendario giuliano, nel quale le medesime feste continuarono ad essere osservate ancora per lungo tempo. Questa scelta, del resto, è in linea con quanto, secondo Macrobio Saturnalia 1,14,11, stabilì lo stesso Cesare al fine di preservare la posizione dei giorni festivi e la distanza tra essi.

AGONALIA

Nei dies Agonales il rex sacrificulum immolava un ariete a Giove nella Regia. Questa festa cadeva quattro volte l’anno:

  1. a.d. V Idus Ianuarias (9 gennaio) in onore di Ianus (Agonalia Iani);
  2. p.d. III Idus Martias (17 marzo) in onore di Mars (Agonalia Martis);
  3. p.d. VII Idus Maias (21 maggio) in onore di Veiovis (Agonalia Veiovis);
  4. a.d. III Idus Decembres (11 dicembre) in onore del Sol Indiges (Agonalia Solis Indigetis).

Varrone 6,3: Dies Agonales per quos rex in Regia arietem immolat, dicti ab “agon,” eo quod interrogat minister sacrificii “agone?”: nisi si a Graeca lingua, ubi agon princeps, ab eo quod immolatur a principe civitatis et princeps gregis immolatur.

ARMILVSTRIVM

Festa in onore di Marte, era celebrata p.d. V Idus Octobres (19 ottobre) in occasione del termine tradizionale della stagione bellica (il cui inizio primaverile era marcato dal Tubilustrium il 23 marzo). La festa prevedeva la purificazione rituale delle armi, da cui il nome. La cerimonia, cui prendevano parte i Salii, i sacerdoti danzanti del culto di Marte, aveva luogo sull’Aventino.

Varrone 6,3: Armilustrium ab eo quod in Armilustrio armati sacra faciunt, nisi locus potius dictus ab his; sed quod de his prius, id ab ludendo aut lustro, id est quod circumibant ludentes ancilibus armati.

CARMENTALIA

Festa in onore di Carmentis (Varrone 6,3: Carmentalia nominantur quod sacra tum et feriae Carmentis), una delle Camene, ninfa protettrice delle nascite e patrona delle levatrici. Al suo culto era addetto un flamine minore, il flamen Carmentalis.

Alla celebrazione originaria dell’11 gennaio (a.d. III Iduas Ianuarias) si aggiunse successivamente quella del 15 gennaio (p.d. III Idus Ianuarias), quando le matrone romane vollero così onorare la dea che le aveva aiutate nella battaglia contro il provvedimento del senato che vietava loro l’uso delle carrozze. Il tempio di Carmenta era presso il luogo ove poi fu costruita la porta Carmentalis delle mura serviane, accesso alla città del vico Iugario, la via tra il Campidoglio e il Palatino (la Porta Carmentalis fu chiamata poi porta scellerata perché da essa uscirono i Fabii per ingaggiare battaglia contro i Veienti prima delle disfatta del Cremera nel 477 a.C.).

CERIALIA

Festa in onore di Cerere, celebrata a pridie Idus Apriles usque ad p.d. VII Idus Apriles (12-19 aprile) a partire dall’anno 202 a.C. (Varrone 6,3: Palilia dicta a Pale, quod ei feriae, ut Cerialia a Cerere). Erano noti anche i Ludi Ceriales.

CONSVALIA

Giochi e gare di corsa in onore di Conso (Varrone 6,3: Consualia dicta a Conso, quod tum feriae publicae ei deo et in Circo ad aram eius ab sacerdotibus ludi illi, quibus virgines Sabinae raptae). Si svolgevano p.d. IX Idus Sextiles (21 agosto).

DIVALIA

Festa in onore di Angerona (Varrone 6,3: Angeronalia ab Angerona, cui sacrificium fit in Curia Acculeia et cuius feriae publicae is dies; Solino De mirabilibus mundi 1: Inter antiquissimas sane religiones sacellum colitur Angeronae, cui sacrificatur ante diem duodecimum Kalendarum Ianuariarum: quae diva praesul silentii istius praenexo obsignatoque ore simulachrum habet). Aveva luogo p.d. IX Idus Decembres (21 dicembre).

EQVIRRIA

Corsa equestre in onore di Marte (Varrone 6,3: Ecurria ab equorum cursu: eo die enim ludis currunt in Martio Campo) che si teneva a.d. III Kalendas Martias (27 febbraio).

FERALIA

Festa in onore delle divinità infere (Varrone 6,3: Feralia ab inferis et ferendo, quod ferunt tum epulas ad sepulcrum quibus ius ibi parentare). Aveva luogo p.d. IX Idus Februarias (21 febbraio).

FONTANALIA

Festa in onore di Fons (Varrone 6,3: Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae eius; ab eo tum et in fontes coronas iaciunt et puteos coronant). Aveva luogo a.d. III Idus Octobres (13 ottobre).

FORDICIDIA

Festa in onore di Tellus, divinità della madre terra, nella quale si immolavano vacche gravide (Varrone 6,3: Fordicidia a fordis bubus; bos forda quae fert in ventre; quod eo die publice immolantur boves praegnantes in curiis complures, a fordis caedendis Fordicidia dicta). Si teneva p.d. III Idus Apriles (15 aprile).

FVRRINALIA

Festa in onore di Furina (Varrone 6,3: Furrinalia a Furrina, quod ei deae feriae publicae, dies is; cuius deae honos apud antiquos: nam ei sacra instituta annua et flamen attributus; nunc vix nomen notum paucis). Aveva luogo il 25 luglio, p.d. XI Idus Quintiles.

IDVLIA

Come a Giunone erano sacre tutte le calende, a Giove erano sacre tutte le idi (feriae Iovis). In esse, il flamen Dialis immolava una pecora bianca (ovis Idulis). La dedicazione del tempio di Giove in Campidoglio cadeva alle idi di settembre e i Ludi Capitolini, in onore di Giove, erano celebrati alle idi di ottobre.

KALENDIS MARTIIS

Il primo giorno di marzo fu il capodanno del primo calendario romano. Vi si volgevano le Feriae Martis o Saliaria in onore di Marte, nelle quali si rinnovava il fuoco di Vesta.

Forse nel IV secolo a.C. vi si aggiunsero le Feriae matronales, festa in onore di Giunone Lucina protettrice delle nascite. Il cerimoniale prevedeva che le donne romane portassero fiori e incenso al tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino, dedicato secondo la tradizione il 1 marzo 375 a.C. e rifatto nel 268 a.C. Nel tempio, ove si dovevano recare con i capelli sciolti e con la veste priva di cintura e di nodi, esse facevano voti per la gloria e la salvezza dei loro mariti. Terminata la cerimonia pubblica, nella propria casa secondo l’uso le matrone ricevevano doni dai propri mariti e dai figli, i quali offrivano preghiere per le proprie spose e madri, infine servivano il pranzo ai loro schiavi proprio come gli uomini facevano nelle festa dei Saturnalia. Le calende di marzo erano perciò anche dette Kalendae femineae.

LARENTALIA

Festa in onore di Larenta, nota anche come Larentinae (Varrone 6,3: Larentinae, quem diem quidam in scribendo Larentalia appellant, ab Acca Larentia nominatus, cui sacerdotes nostri publice parentant e sexto die, qui ab ea dicitur dies Parentalium Accas Larentinas. Hoc sacrificium fit in Velabro, qua in Novam Viam exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae, ut quod ibi prope faciunt diis Manibus servilibus sacerdotes; qui uterque locus extra urbem antiquam fuit non longe a Porta Romanula, de qua in priore libro dixi). Si svolgeva p.d. XI Idus Decembres (23 dicembre).

LEMVRIA

Erano cerimonie di esorcismo contro lo spirito dei morti di morte violenta, i cosiddetti lemures. La credenza popolare asseriva infatti che questi spiriti, come i più moderni fantasmi, tornassero sulla terra per tormentare i vivi. Il rituale prevedeva che il pater familias gettasse alcune fave nere dietro di sé per nove volte, recitando formule propiziatorie. La tradizione antica ne faceva risalire l’istituzione a Romolo, oggi si ritiene possano essere state le più antiche festività dei morti a Roma (Ovidio Fasti 5,419 segg.). Note anche come Lemuralia o Lemures, si tenevano il 9, 11 e 13 maggio, a.d. VII V et III Idus Maias.

LIBERALIA

Festa in onore di Bacco equiparato al latino Liber (Varrone 6,3: Liberalia dicta, quod per totum oppidum eo die sedent ut sacerdotes Liberi anus hedera coronatae cum libis et foculo pro emptore sacrificantes. In libris Saliorum quorum cognomen Agonensium, forsitan hic dies ideo appelletur potius Agonia). Note anche come Bacchanalia, avevano luogo ab Idibus Martiis per II dies (15-16 marzo).

LVCARIA

Feste in onore di una divinità boschiva di cui non conosciamo il nome. Avevano luogo p.d. V et VII Idus Quintiles (19 e 21 luglio).

LVPERCALIA

Festa in onore di Fauno (Varrone 6,3: Lupercalia dicta, quod in Lupercali Luperci sacra faciunt. Rex cum ferias menstruas Nonis Februariis edicit, hunc diem februatum appellat; februm Sabini purgamentum, et id in sacris nostris verbum non ignotum: nam pellem capri, cuius de loro caeduntur puellae Lupercalibus, veteres februm vocabant, et Lupercalia Februatio, ut in Antiquitatum libris demonstravi). Si teneva per tre giorni dal 13 al 15 febbraio, ab Idibus Februariis per III dies.

MATRONALIA

Festa in onore di Giunone Lucina, protettrice delle nascite. Il cerimoniale prevedeva che le donne romane portassero fiori e incenso al tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino, dedicato secondo la tradizione il 1 marzo 375 a.C. e rifatto nel 268 a.C. Le calende di marzo, inizio d’anno nell’antico calendario romano, erano perciò anche dette Kalendae femineae. Nel tempio, ove si dovevano recare con i capelli sciolti e con la veste priva di cintura e di nodi, esse facevano voti per la gloria e la salvezza dei loro mariti. Terminata la cerimonia pubblica, nella propria casa secondo l’uso le matrone ricevevano doni dai propri mariti e dai figli, i quali offrivano preghiere per le proprie spose e madri, infine servivano il pranzo ai loro schiavi proprio come gli uomini facevano nelle festa dei Saturnalia.

MEDITRINALIA

Festa in onore di Meditrina (Varrone 6,3: Octobri mense Meditrinalia dies dictus a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc die solitum vinum novum et vetus libari et degustari medicamenti causa; quod facere solent etiam nunc multi cum dicunt: novum vetus vinum bibo: novo veteri morbo medeor). Si teneva l’11 ottobre, a.d. V Idus Octobres.

NEPTVNALIA

Festa in onore di Nettuno (Varrone 6,3: Neptunalia a Neptuno: eius enim dei feriae). Avevano luogo il 23 luglio, p.d. IX Idus Quintiles.

OPALIA et OPECONSIVIA

In onore della dea Opi, la dea dell’abbondanza, si teneva la festa detta Opeconsivia (anche Opiconsivia) al termine della raccolta del grano, il 25 agosto (p.d. XIII Idus Sextiles) e la festa detta Opalia, connessa con la reposizione del grano nei granai, il 19 dicembre (p.d. VII Idus Decembres).

Varrone 6,3: Saturnalia dicta ab Saturno, quod eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia Opis. Varrone 6,3: Opeconsiva dies ab dea Ope Consiva, cuius in Regia sacrarium quod adeo artum, eo praeter virgines Vestales et sacerdotem publicum introeat nemo. “Is cum eat, suffibulum ut habeat,” scriptum: id dicitur ab suffigendo subfigabulum.

Entrambe le feste avevano una connessione con i Consualia, le feste di Conso che si tenevano il 21 agosto e il 15 dicembre, cioè quattro giorni prima di Opeconsivia ed Opalia.

PARILIA (Dies natalis Urbis)

Festa in onore di Pales (Varrone 6,3: Palilia dicta a Pale, quod ei feriae, ut Cerialia a Cerere), derivante da Palilia, celebrata p.d. IX Idus Apriles (21 aprile).

POPLIFVGIA

Festa in onore di Giove (Dionigi di Alicarnasso Antiquitates Romanae II,56,5; Varrone 6,3: Dies Poplifugia videtur nominatus, quod eo die tumultu repente fugerit populus: non multo enim post hic dies quam decessus Gallorum ex Urbe, et qui tum sub Urbe populi, ut Ficuleates ac Fidenates et finitimi alii, contra nos coniurarunt. Aliquot huius diei vestigia fugae in sacris apparent, de quibus rebus Antiquitatum Libri plura referunt). Era celebrata a.d. III Nonas Quintiles (5 luglio).

PORTVNALIA

Festa in onore di Portuno (Varrone 6,3: Portunalia dicta a Portuno, cui eo die aedes in portu Tiberino facta et feriae institutae). Cadeva p.d. V Idus Sextiles (17 agosto).

QVINQVATRVS

Varrone 6,3: Quinquatrus: hic dies unus ab nominis errore observatur proinde ut sint quinque; dictus, ut ab Tusculanis post diem sextum Idus similiter vocatur Sexatrus et post diem septimum Septimatrus, sic hic, quod erat post diem quintum Idus, Quinquatrus.

Festa in onore di Minerva nota anche come Quinquatria e celebrata su cinque giorni ab p.d. V Idus usque ad p.d. IX Idus (19-23 marzo). In origine era probabilmente celebrata il solo 19 marzo: secondo Varrone 6,14 il nome derivava dal fatto che la festa aveva luogo il quinto giorno dopo le idi. Qualche decennio più tardi, Ovidio (Fasti 3,809segg.) affermava invece che il nome derivasse dalla durata, di cinque giorni. Si ritiene che l’estensione ai giorni seguenti sia dell’età di Cesare. Se così è, l’ultimo giorno, il 23 marzo, venne a coincidere col Tubilustrium, che è quindi in origine una festa indipendente.

QVRINALIA

Festa in onore di Quirino (Varrone 6,3: Quirinalia a Quirino, quod ei deo feriae et eorum hominum, qui Furnacalibus suis non fuerunt feriati). Cadeva p.d. V Idus Februarias (17 febbraio).

REGIFVGIVM

Secondo Varrone e Ovidio, la festa ricordava la fuga da Roma dell’ultimo re, Tarquinio il superbo. Secondo Plutarco, invece, era il nome del curioso rituale che concludeva il sacrificio pubblico che si teneva nei Comitia il 24 febbraio: tale sacrificio era celebrato da un sacerdote noto come rex sacrorum o rex sacrificulus; al termine del sacrificio, il rex sacrorum fuggiva letteralmente dalla piazza. Alcuni sostengono l’ovvia riconciliazione delle due versioni, che cioè il rex sacrorum, carica puramente religiosa senza attribuzioni di natura civile o militare, sia stato introdotto dopo la proclamazione della repubblica per raffigurare il re nell’esercizio delle sue funzioni sacerdotali (addirittura come sostituto del re, se il sacrificio di cui si parla ebbe radici nel periodo regio) e quindi per ricordarne la fuga con il gusto beffardo tipico del popolo romano. Cadeva a.d. VI Kalendas Martias (24 febbraio), primo giorno successivo al mese intercalare nel caso di intercalazione.

ROBIGALIA

Gara di corsa a piedi in onore di Robigus (Varrone 6,3: Robigalia dicta ab Robigo; secundum segetes huic deo sacrificatur, ne robigo occupet segetes). Celebrata p.d. XIII Idus Apriles (25 aprile).

SATVRNALIA

Festa in onore di Saturno (Livio 2,21: His [scil. A. Sempronio et M. Minucio = 497 a.Chr.n.] consulibus aedis Saturno dedicata, Saturnalia institutus festus dies. Varrone 6,3: Saturnalia dicta ab Saturno, quod eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia Opis). Celebrata su cinque giorni ab p.d. V Idus Decembres usque ad p.d. IX Idus Decembres (17-21 dicembre).

TERMINALIA

Festa in onore del dio Termine (Varrone 6,3: Terminalia, quod is dies anni extremus constitutus: duodecimus enim mensis fuit Februarius et cum intercalatur inferiores quinque dies duodecimo demuntur mense). Cadeva p.d. XI Idus Februarias (23 febbraio), ultimo giorno prima del mese intercalare nel caso di intercalazione.

TVBILVSTRIVM

Festa in onore di Marte, coincidente con l’ultimo giorno dei Quinquatrus. Il nome deriva dalla cerimonia del lavaggio rituale delle tubae, trombe da guerra, con il quale si inaugurava la stagione bellica p.d. IX Idus Martias (23 marzo). In questa occasione i Salii, i sacerdoti danzanti del culto di Marte, andavano in processione per la città. Una seconda celebrazione aveva luogo il 23 maggio in onore di Vulcano. Varrone 6,3: Dies Tubulustrium appellatur, quod eo die in Atrio Sutorio sacrorum tubae lustrantur.

VESTALIA

Festa di Vesta, la dea del focolare, nel tempio della quale ardeva il sacro fuoco perenne. Ricordata sui calendari a.d. V Idus Iunias (9 giugno), in tarda età repubblicana ed età imperiale era celebrata su nove giorni, dal 7 al 15 giugno. L’ultimo giorno era uno dei due giorni fissi del calendario, marcato quando stercum delatum fas, sembra faccia riferimento all’epoca antichissima, precedente la formazione della città, nella quale il tempio doveva essere ripulito non dalle immondizie, come in epoca storica, ma dagli escrementi degli animali di una società schiettamente pastorale.

VINALIA

Con questo nome si indicavano due feste: i Vinalia Urbana o Priora festeggiavano p.d. XI Idus Apriles (23 aprile) la vendemmia e il vino dell’anno precedente con l’offerta di libagioni di vino novello a Giove e a Venere; i Vinalia Rustica o Altera o Posteriora servivano a propiziare Giove e Venere per una vendemmia abbondante con l’offerta p.d. VII Idus Sextiles (19 agosto) di un agnello sacrifiato dal flamen Dialis. Varrone 6,3: Vinalia a vino; hic dies Iovis, non Veneris. Huius rei cura non levis in Latio: nam aliquot locis vindemiae primum ab sacerdotibus publice fiebant, ut Romae etiam nunc: nam flamen Dialis auspicatur vindemiam et ut iussit vinum legere, agna Iovi facit, inter cuius exta caesa et porrecta flamen primus vinum legit. In Tusculanis portis est scriptum:Vinum novum ne vehatur in urbem ante quam Vinalia kalentur.

VOLCANALIA

Festa in onore di Vulcano (Varrone 6,3: Volcanalia a Volcano, quod ei tum feriae et quod eo die populus pro se in ignem animalia mittit). Cadeva p.d. XI Idus Sextiles (23 agosto).

VOLTVRNALIA

Festa in onore di Volturno (Varrone 6,3: Volturnalia a deo Volturno, cuius feriae tum). Era celebrata p.d. XV Idus Sextiles (27 agosto) dal flamine minore Volturnalis.

La cronologia romana di Diororo Siculo

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Lo storico siciliano Diodoro, nativo di Agyrium (oggi Agira in provincia di Enna), città dei Siculi che divenne poi colonia greca dei Corinzi, visse probabilmente tra il 90 e il 30 a.C. circa (il Chronicon di San Girolamo nel pone il floruit nel 49 a.C.). Egli stesso dice di aver dedicato alla sua monumentale Bibliotheca historica, una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia, trent’anni della sua vita; ed in effetti vi si incontrano notizie autobiografiche o contemporanee dal 60 al 30 a.C. circa. Dei quaranta libri che la componevano, a noi sono giunti la prima pentade e la decade dall’XI al XX.

I libri XI-XX contengono la sequenza consolare dal 268 = 486(V) al 452 = 302(V), che secondo Diodoro occupò gli anni da a.Ol. 75.1 = 480/479 ad a.Ol. 119.3 = 302/301. Essa presenta numerose divergenze da quella stabilita da Varrone, seguita da Livio e dagli altri storici superstiti latini e greci e canonizzata nei Fasti Capitolini.

Nel tentativo di spiegare le differenze, in alcuni casi gioca un ruolo importante la manifesta incapacità di Diodoro di comprendere e trascrivere intelligibilmente i nomi romani (un esempio eclatante: spesso nei tribunati è dichiarato un numero di magistrati superiore a quello dei nomi poi effettivamente trascritti). Al di là di questo elemento, non rimane che accettare il fatto che egli è l’unico rappresentante giunto sino a noi di una tradizione consolare radicalmente diversa dalle altre. Anche se non siamo in grado di valutare criticamente la bontà delle fonti dell’Autore Greco, e tanto meno di confrontarla con quella delle fonti varroniane, poco meno ignote, è in questo che sta il maggiore interesse per l’opera di Diodoro.

a.Ol. ἐν Ῥώμῃ τὴν ὑπατικὴν ἀρχὴν διεδέξαντο vel Ῥωμαῖοι κατέστησαν ὑπάτους vel Ῥωμαῖοι τὴν ὕπατον ἀρχὴν παρέδοσαν τῷ Ἀθήνησι ἄρχων vel ἐπ᾽ ἄρχοντος δ᾽ Ἀθήνησι vel Ἀθηναῖοι παρέδωκαν τὴν ἀρχήν τῷ ὀλυμπιὰς ἤχθη παρὰ τοῖς Ἠλείοις καθ᾽ ἣν ἐνίκα στάδιον Passus
75.1 = 480/479 Σπόριος Κάσσιος Πρόκλος Οὐεργίνιος Τρίκοστος Καλλιάδου Ἀστύλος Συρακόσιος 11,1,2
Κόϊντος Φάβιος Σιλουανὸς Σερούιος Κορνήλιος Τρίκοστος Ξανθίππου 11,27,1
Καίσων Φάβιος Λεύκιος Αἰμίλιος Μάμερκος Τιμοσθένους 11,38,1
Μάρκος Φάβιος Οὐιβλανὸς Λεύκιος Οὐαλέριος Πόπλιος Ἀδείμαντος 11,41,1
76.1 = 476/475 Καίσων Φάβιος Σπόριος Φούριος Μενέλλαιος Φαίδωνος Σκαμάνδριος Μυτιληναῖος 11,48,1
Μάρκον Φάβιον Γναῖον Μάλλιον Δρομοκλείδου 11,50,1
Καίσων Φάβιος Τίτος Οὐεργίνιος Ἀκεστορίδου 11,51,1
Λεύκιον Αἰμίλιον Μάμερκον Γάιον Κορνήλιον Λέντουλον Μένωνος 11,52,1
77.1 = 472/471 Τίτος Μινούνιος Γάιος Ὁράτιος Πολύειδος Χάρης Δάνδης Ἀργεῖος 11,53,1
Αὖλον Οὐεργίνιον Τρίκοστον Γάιον Σερουίλιον Στροῦκτον Πραξιέργου 11,54,1
Πούπλιον Οὐαλέριον Ποπλικόλαν Γάιον Ναύτιον Ῥοῦφον Δημοτίωνος 11,60,1
Λεύκιος Φούριος Μεδιολανὸς Μάρκος Μανίλιος Οὐάσων Φαίωνος 11,63,1
78.1 = 468/467 Λεύκιος Αἰμίλιος Μάμερκος Λεύκιος Ἰούλιος Ἴουλος Θεαγενείδης Παρμενίδης Ποσειδωνιάτης 11,65,1
Λεύκιον Πινάριον Μαμερτῖνον Πούπλιον Φούριον Φίφρωνα Λυσιστράτου 11,66,1
Ἄππιον Κλαύδιον Τίτον Κοΐντιον Καπιτώλιον Λυσανίου 11,67,1
Λεύκιος Οὐαλέριος Ποπλικόλας Τίτος Αἰμίλιος Μάμερκος Λυσίθεος 11,69,1
79.1 = 464/463 Αὖλον Οὐεργίνιον Τίτον Μινούκιον Ἀρχεδημίδου Ξενοφῶν Κορίνθιος 11,70,1
Τίτον Κοΐντιον Κόιντον Σερουίλιον Στροῦκτον Τληπολέμου 11,71,1
Κόιντος Φάβιος Οὐιβουλανὸς Τιβέριος Αἰμίλιος Μάμερκος Κόνωνος 11,74,1
Κόιντον Σερουίλιον Σπόριον Ποστούμιον Ἀλβῖνον Εὐθίππου 11,75,1
80.1 = 460/459 Κόιντον Φάβιον Τίτον Κοίντιον Καπιτωλῖνον Φρασικλείδου Τορύλλας Θετταλός 11,77,1
Αὖλος Ποστούμιος Ῥηγοῦλος Σπόριος Φούριος Μεδιολανός Φιλοκλῆς 11,78,1
Πούπλιος Σερουίλιος Στροῦκτος Λεύκιος Αἰβούτιος Ἄλβας Βίων 11,79,1
Λούκιος Λουκράτιος Τίτος Οὐετούριος Κιχωρῖνος Μνησιθείδης 11,81,1
81.1 = 456/455 Σερούιος Σουλπίκιος Πούπλιος Οὐολούμνιος Ἀμεντῖνος Καλλίου Πολύμναστος Κυρηναῖος 11,84,1
Πούπλιον Οὐαλέριον Ποπλικόλαν Γάιον Κλώδιον Ῥήγιλλον Σωσιστράτου 11,85,1
Κόιντον Φάβιον Οὐιβουλανὸν Λεύκιον Κορνήλιον Κουριτῖνον Ἀρίστωνος 11,86,1
Γάιος Ναύτιος Ῥούτιλος Λεύκιος Μινούκιος Καρουτιανός Λυσικράτους 11,88,1
(82.1 = 452/451)
Λεύκιον Ποστούμιον Μάρκον Ὁράτιον Ἀντιδότου 11,91,1
Λεύκιον Κοΐντιον Κικιννᾶτον Μάρκον Φάβιον Οὐιβουλανόν Εὐθυδήμου 12,3,1
Μάρκον Οὐαλέριον Λακτοῦκαν Σπόριον Οὐεργίνιον Τρίκοστον Πεδιέως 12,4,1
83.1 = 448/447 Τίτον Ῥωμίλιον Οὐατικανὸν Γάιον Οὐετούριον Κιχώριον Φιλίσκου Κρίσων Ἱμεραῖος 12,5,1
Σπόριον Ταρπήιον Αὖλον Ἀστέριον Φοντίνιον Τιμαρχίδου 12,6,1
Σέξτον Κοΐντιον… … Τριγέμινον Καλλιμάχου 12,7,1
Τίτον Μενήνιον Πόπλιον Σήστιον Καπετωλῖνον Λυσιμαχίδου 12,22,1
84.1 = 444/443 δέκα ἄνδρες νομογράφοι: Πόπλιος Κλώδιος Ῥηγιλλανός, Τίτος Μινύκιος, Σπόριος Οὐετούριος, Γάιος Ἰούλιος, Γάιος Σουλπίκιος, Πόπλιος Σήστιος, Ῥωμύλος, Σπόριος Ποστούμιος Καλβίνιος Πραξιτέλους Κρίσων Ἱμεραῖος 12,23,1
πάλιν δέκα ἄνδρες νομοθέται:  Ἄππιον Κλώδιον, Μάρκον Κορνήλιον, Λεύκιον Μινύκιον, Γάιον Σέργιον, Κόιντον Πόπλιον, Μάνιον Ῥαβολήιον, Σπόριον Οὐετούριον Λυσανίου 12,24,1
Μάρκον Ὁράτιον Λεύκιον Οὐαλέριον Τούρπινον Διφίλου 12,26,1
Λαρῖνον Ἑρμίνιον Τίτον Στερτίνιον Στρούκτορα Τιμοκλέους 12,27,1
85.1 = 440/439 Λεύκιον Ἰούλιον Μάρκον Γεγάνιον Μυριχίδου Κρίσων Ἱμεραῖος τὸ δεύτερον 12,29,1
Τίτον Κοΐντιον Ἀγρίππαν Φούριον Γλαυκίδου 12,30,1
Μάρκον Γενύκιον Ἀγρίππαν Κούρτιον Χίλωνα Θεοδώρου 12,31,1
χιλίαρχοι τρεῖς, Αὖλος Σεμπρώνιος, Λεύκιος Ἀτίλιος, Τίτος Κόιντος Εὐθυμένης 12,32,1
86.1 = 436/435 Τίτον Κοΐντιον Μάρκον Γεγάνιον Μακερῖνον Λυσιμάχου Θεόπομπος Θετταλός 12,33,1
Μάρκον Φάβιον Πόστουμον Αἰβούτιον Οὔλεκον Ἀντιοχίδου 12,34,1
Κόιντον Φούριον Φοῦσον Μάνιον Παπίριον Κράσσον Κράτητος 12,35,1
Τίτον Μενήνιον Πρόκλον Γεγάνιον Μακερῖνον Ἀψεύδους 12,36,1
87.1 = 432/431 Τίτον Κοΐντιον Νίττον Μενήνιον Πυθοδώρου Σώφρων Ἀμπρακιώτης 12,37,1
τρεῖς χιλιάρχους, Μάνιον Αἰμιλιανὸν Μάμερκον, Γάιον Ἰούλιον, Λεύκιον Κοΐντιον Εὐθυδήμου 12,38,1
Μάρκον Γεγάνιον Λούκιον Σέργιον Ἀπολλοδώρου 12,43,1
Λεύκιον Παπίριον Αὖλον Κορνήλιον Μακερῖνον Ἐπαμείνονος 12,46,1
88.1 = 428/427 Γάιον Ἰούλιον Πρόκλον Οὐεργίνιον Τρίκοστον Διοτίμου Σύμμαχος Μεσσήνιος ἀπὸ Σικελίας 12,49,1
χιλιάρχους τρεῖς, Μάρκον Μάνιον, Κόιντον Σουλπίκιον Πραιτέξτατον, Σερούιον Κορνήλιον Κόσσον Εὐκλείδου 12,53,1
χιλιάρχους τρεῖς, Μάρκον Φάβιον, Μάρκον Φαλίνιον, Λεύκιον Σερουίλιον Εὐθύνου 12,58,1
χιλίαρχοι τρεῖς, Λεύκιος Φούριος, Σπόριος Πινάριος καὶ Γάιος Μέτελλος Στρατοκλέους 12,60,1
89.1 = 424/423 Τίτος Κοΐντιος Γάιος Ἰούλιος Ἴσαρχος Σύμμαχος τὸ δεύτερον 12,65,1
Γάιον Παπίριον Λεύκιον Ἰούνιον Ἀμεινίου 12,72,1
Ὀπίτερος Λουκρήτιος Λεύκιος Σέργιος Φιδηνιάτης Ἀλκαῖος 12,73,1
Τίτον Κοΐντιον Αὖλον Κορνήλιον Κόσσον Ἀριστίωνος 12,75,1
90.1 = 420/419 Λεύκιον Κοΐντιον Αὖλον Σεμπρώνιον Ἀστυφίλου Ὑπέρβιος Συρακόσιος 12,77,1
Λεύκιον Παπίριον Μουγιλανὸν Γάιον Σερουίλιον Στροῦκτον Ἀρχίου 12,78,1
χιλίαρχοι τέτταρες, Γάιος Φούριος καὶ Τίτος Κοΐντιος, ἔτι δὲ Μάρκος Ποστούμιος καὶ Αὖλος Κορνήλιος Ἀντιφῶν 12,80,1
χιλίαρχοι Λεύκιος Φούριος, Λεύκιος Κοΐντιος, Αὖλος Σεμπρώνιος Εὐφήμου 12,81,1
91.1 = 416/415 χιλίαρχοι τέτταρες, Τίτος Κλαύδιος καὶ Σπόριος Ναύτιος, ἔτι δὲ Λούκιος Σέντιος καὶ Σέξτος Ἰούλιος Ἀρίμνηστος Ἐξαίνετος Ἀκραγαντῖνος 12,82,1
χιλιάρχους τρεῖς, Λεύκιον Σέργιον, Μάρκον Παπίριον, Μάρκον Σερουίλιον Χαβρίου 13,2,1
χιλιάρχους τέτταρας, Πόπλιον Λουκρήτιον, Γάιον Σερουίλιον, Ἀγρίππαν Μενήνιον, Σπούριον Οὐετούριον Τισάνδρου 13,7,1
χιλίαρχοι τέτταρες, Αὖλος Σεμπρώνιος καὶ Μάρκος Παπίριος, Κόιντος Φάβιος, Σπόριος Ναύτιος Κλεόκριτος 13,9,1
92.1 = 412/411 χιλιάρχους τέτταρας, Πόπλιον Κορνήλιον … Γάιον Φάβιον Καλλίου Ἐξαίνετος Ἀκραγαντῖνος 13,34,1
τέτταρας χιλιάρχους, Τιβέριον Ποστούμιον καὶ Γάιον Κορνήλιον, πρὸς δὲ τούτοις Γάιον Οὐαλέριον καὶ Καίσωνα Φάβιον Θεόπομπος 13,38,1
Μάρκος Κορνήλιος Λεύκιος Φούριος Γλαύκιππος 13,43,1
Κόιντος Φάβιος Γάιος Φούριος Διοκλῆς 13,54,1
93.1 = 408/407 Μάρκον Παπίριον Σπόριον Ναύτιον Εὐκτήμονι Εὔβατος Κυρηναῖος 13,68,1
Γάιον Μάνιον Αἰμίλιον Γάιον Οὐαλέριον Ἀντιγένης 13,76,1
Λεύκιος Φούριος Γναῖος Πομπήιος Καλλίας 13,80,1
τρεῖς χιλίαρχοι, Γάιος Ἰούλιος, Πούπλιος Κορνήλιος, Γάιος Σερουίλιος Ἀλεξίας 13,104,1
94.1 = 404/403 χιλίαρχοι τέτταρες, Γάιος Φολούιος καὶ Γάιος Σερουίλιος καὶ Γάιος Οὐαλέριος καὶ Νουμέριος Φάβιος ἀναρχίας οὔσης Ἀθήνησι Κορκίνας Λαρισαῖος 14,3,1
χιλίαρχοι τέσσαρες, Πόπλιος Κορνήλιος, Νουμέριος Φάβιος, Λεύκιος Οὐαλέριος Εὐκλείδης 14,12,1
χιλίαρχοι τρεῖς, Τίτος Κοΐντιος καὶ Γάιος Ἰούλιος καὶ Αὖλος Μαμίλος Μικίων 14,17,1
χιλίαρχοι ἕξ, Πόπλιος Κορνήλιος, Καίσων Φάβιος, Σπόριος Ναύτιος, Γάιος Οὐαλέριος, Μάνιος Σέργιος (et Iunius Lucullus) Ἐξαίνετος 14,19,1
95.1 = 400/399 χιλίαρχοι, Μάνιος Κλώδιος, Μάρκος Κοΐντιος, Λεύκιος Ἰούλιος, Μάρκος Φούριος, ΛεύκιοσΟὐαλέριος Λάχης Μίνως Ἀθηναῖος 14,35,1
ἓξ χιλίαρχοι, Γάιος Σερουίλιος καὶ Λούκιος Οὐεργίνιος, Κόιντος Σουλπίκιος, Αὖλος Μουτίλιος, Μάνιος Σέργιος Ἀριστοκράτης 14,38,1
χιλίαρχοι πέντε, Λεύκιος Ἰούλιος, Μάρκος Φούριος, Μάρκος Αἰμίλιος, Γάιος Κορνήλιος, Καίσων Φάβιος Ἰθυκλῆς 14,44,1
χιλίαρχοι ἕξ, Πόπλιος Μάλλιος, Πούπλιος Μαίλιος, Σπόριος Φούριος, Λεύκιος Πούπλιος Λυσιάδης 14,47,1
96.1 = 396/395 χιλίαρχοι ἕξ, Γναῖος Γενούκιος καὶ Λεύκιος Ἀτίλιος, Μάρκος Πομπώνιος, Γάιος Δυίλιος, Μάρκος Οὐετούριος, Οὐαλέριος Ποπλίλιος Φορμίων Εὔπολις Ἠλεῖος 14,54,1
ἓξ χιλίαρχοι τὴν ὑπατικὴν ἀρχὴν διῴκουν, Λεύκιος Οὐαλέριος, Μάρκος Φούριος, Κόιντος Σερουίλιος, Κόιντος Σουλπίκιος Διόφαντος 14,82,1
χιλίαρχοι ἕξ, Λεύκιος Σέργιος, Αὖλος Ποστούμιος, Πόπλιος Κορνήλιος, Κόιντος Μάνλιος Εὐβουλίδης 14,85,1
χιλίαρχοι ἕξ, Λεύκιος Τιτίνιος, [2] Πόπλιος Λικίνιος, Πόπλιος Μελαῖος, Κόιντος Μάλλιος, Γναῖος Γενύκιος, Λεύκιος Ἀτίλιος Δημόστρατος 14,90,1
97.1 = 392/391 ἓξ χιλίαρχοι, Πόπλιος καὶ Κορνήλιος, Καίσων Φάβιος, Λεύκιος Φούριος, Κόιντος Σερουίλιος, Μάρκος Οὐαλέριος Φιλοκλῆς Τερίρης 14,94,1
χιλίαρχοι τρεῖς, Μάρκος Φούριος, Γάιος Αἰμίλιος Νικοτέλης 14,97,1
Λεύκιος Λουκρήτιος Σερουίλιος Δημόστρατος 14,99,1
Λεύκιος Οὐαλέριος Αὖλος Μάλλιος Ἀντίπατρος 14,103,1
98.1 = 388/387 χιλίαρχοι τέσσαρες, Λεύκιος Λουκρήτιος, Σερούιος Σουλπίκιος, Γάιος Αἰμίλιος καὶ Γάιος Ῥοῦφος Πυργίων Σώσιππος Ἀθηναῖος 14,107,1
χιλίαρχοι ἕξ, Κόιντος Καίσων Σουλπίκιος, Αἶνος Καίσων Φάβιος, Κόιντος Σερουίλιος, Πόπλιος Κορνήλιος Θεόδοτος 14,110,1
χιλιάρχους τρεῖς, Μάρκον Φούριον, ἔτι δὲ Γάιον καὶ Αἰμίλιον Μυστιχίδου 15,2,1
Λεύκιον Λουκρήτιον Σερούιον Σουλπίκιον Δεξιθέου 15,8,1
99.1 = 384/383 Λεύκιος Οὐαλέριος Αὖλος Μάλλιος Διοτρέφης Δίκων Συρακόσιος 15,14,1
χιλιάρχους τέτταρας, Λεύκιον Λοκρήτιον, Σέντιον Σολπίκιον, Λεύκιον Αἰμίλιον, Λεύκιον Φούριον Φανοστράτου 15,15,1
χιλιάρχους ἕξ, Κόιντον Σολπίκιον, Γάιον Φάβιον, Κόιντον Σερουίλιον, Πόπλιον Κορνήλιον Εὐάνδρου 15,20,1
χιλιάρχους Πόπλιον Κορνήλιον, Λεύκιον Οὐεργίνιον, Λεύκιον Παπίριον, Μάρκον Φούριον, Οὐαλέριον, Αὖλον Μάλλιον, Λεύκιον καὶ Ποστούμιον Δημοφίλου 15,22,1
100.1 = 380/379 χιλίαρχοι ἓξ, Τίτος Κοΐνκτιος, Λεύκιος Σερουίλιος, Λεύκιος Ἰούλιος, Ἀκύλλιος, Λεύκιος Λοκρήτιος, Σερούιος Σουλπίκιος Πυθέας Διονυσόδωρος Ταραντῖνος 15,23,1
χιλιάρχους ἓξ, Λεύκιον Παπίριον, Γάιον Σερουίλιον, Λεύκιον Κοΐνκτιον, Λεύκιον Κορνήλιον, Λεύκιον Οὐαλέριον, Αὖλον Μάλλιον Νίκωνος 15,24,1
χιλιάρχους τέσσαρας, Μάρκον Κορνήλιον καὶ Κόιντον Σερουίλιον, Μάρκον Φούριον καὶ Λεύκιον Κοΐνκτιον Ναυσινίκου 15,25,1
χιλιάρχους τέτταρας, Λεύκιον Παπίριον, Μάρκον Πόπλιον, Τίτον Κορνήλιον, Κόιντον Λεύκιον Καλλέου 15,28,1
101.1 = 376/375 χιλιάρχους τέτταρας, Σερούιον Σουλπίκιον, Λεύκιον Παπίριον, Τίτον Κοΐνκτιον Χαρισάνδρου Δάμων Θούριος 15,36,1
χιλιάρχους τέτταρας, Λεύκιον Οὐαλέριον, Λεύκιον Μάλλιον, Σερούιον Σουλπίκιον, Λοκρήτιον Ἱπποδάμου 15,38,1
χιλιάρχους τέτταρας, Κόιντον Σερουίλιον, Σερούιον Κορνήλιον, ἔτι δὲ Σπόριον Παπίριον Σωκρατίδου 15,41,1
χιλιάρχους ἕξ, Μάρκον Φούριον καὶ Λεύκιον Φούριον, ἔτι δὲ Αὖλον Ποστόμιον καὶ Λεύκιον Λοκρήτιον καὶ Μάρκον Φάβιον καὶ Λεύκιον Ποστόμιον Ἀστείου 15,48,1
102.1 = 372/371 χιλιάρχους ὀκτώ, Λεύκιον Οὐαλέριον καὶ Πόπλιον, ἔτι δὲ Γάιον Τερέντιον καὶ Λεύκιον Μενήνιον, πρὸς δὲ τούτοις Γάιον Σολπίκιον καὶ Τίτον Παπίριον καὶ Λεύκιον Αἰμίλιον Ἀλκισθένους Δάμων Θούριος 15,50,1
χιλιάρχους ὀκτώ, Πόπλιον Μάνιον καὶ Γάιον, Ἐρενούκιον καὶ Γάιον Σέστον καὶ Τιβέριον Ἰούλιον, ἔτι δὲ Λεύκιον Λαβίνιον καὶ Πόπλιον Τριβώνιον καὶ Γάιον Μάλλιον, πρὸς δὲ τούτοις Λεύκιον Ἀνθέστιον Φρασικλείδου 15,51,1
χιλίαρχοι τέτταρες, Κόιντος Σερουίλιος καὶ Λεύκιος Φούριος, ἔτι δὲ Γάιος Λικίνιος καὶ Πόπλιος Κοίλιος Δυσνίκητος 15,57,1
χιλιάρχους ἕξ: Λεύκιος Αἰμίλιος καὶ Γάιος Οὐεργίνιος καὶ Σερούιος Σουλπίκιος, πρὸς δὲ τούτοις Λεύκιος Κοΐντιος καὶ Γάιος Κορνήλιος, ἔτι δὲ Γάιος Οὐαλέριος Λυσιστράτου 15,61,1
103.1 = 368/367 χιλίαρχοι τέτταρες, Λεύκιος Παπίριος, Λεύκιος Μενήνιος, Σερούιος Κορνήλιος, Σερούιος Σολπίκιος Ναυσιγένους Πυθόστρατος Ἀθηναῖος 15,71,1
κατὰ τὴν Ῥώμην ἀναρχία διά τινας πολιτικὰς στάσεις ἐγένετο Πολυζήλου 15,75,1
χιλιάρχους τέσσαρας, Λεύκιον Φούριον, Παῦλον Μάλλιον, Σερούιον Σουλπίκιον, Σερούιον Κορνήλιον Κηφισόδωρος 15,76,1
χιλίαρχοι Κόιντος Σερουίλιος καὶ Γάιος Οὐετόριος καὶ Αὖλος Κορνήλιος, πρὸς δὲ τούτοις Μάρκος Κορνήλιος καὶ Μάρκος Φάβιος Χίωνος 15,77,1
104.1 = 364/363 χιλίαρχοι τρεῖς, Τίτος Κοΐνκτιος καὶ Σερούιος Κορνήλιος καὶ Σερούιος Σουλπίκιος Τιμοκράτους Φωκίδης Ἀθηναῖος 15,78,1
Λεύκιος Αἰμίλιος Μάμερκος Λεύκιος Σέξτιος Λατερίας Χαρικλείδης 15,82,1
Λεύκιος Γενούκιος Κόιντος Σερουίλιος Μόλωνος 15,90,1
Γάιος Σολπίκιος Γάιος Λικίνιος Νικοφήμου 15,95,1
105.1 = 360/359 Γναῖον Γενύκιον Λεύκιον Αἰμίλιον Καλλιμήδους Πῶρος Κυρηναῖος 16,2,1
Κόιντον Σερουίλιον Κόιντον Γενούκιον Εὐχαρίστου 16,4,1
Γάιον Λικίνιον Γάιον Σουλπίκιον Κηφισοδότου 16,6,1
Μάρκον Φάβιον Γάιον Πόπλιον Ἀγαθοκλέους 16,9,1
106.1 = 356/355 Μάρκον Πόπλιον Λαινάτην Γναῖον Μαιμίλιον Ἰμπεριῶσον Ἐλπίνου Πῶρος Μαλιεύς 16,15,1
Μάρκον Φάβιον Γάιον Πλώτιον Καλλιστράτου 16,23,1
Γάιον Μάρκιον Γναῖον Μάλλιον Διοτίμου 16,28,1
Μάρκον Πόπλιον Μάρκον Φάβιον Θουδήμου 16,32,1
107.1 = 352/351 Γάιον Σολπίκιον Μάρκον Οὐαλέριον Ἀριστοδήμου Μικρίνας Ταραντῖνος 16,37,1
Μάρκον Φάβιον Τίτον Κοΐντιον Θεέλλου 16,40,1
Μάρκον Οὐαλέριον Γάιον Σουλπίκιον Ἀπολλοδώρου 16,46,1
Μάρκιον Γάιον Πόπλιον Οὐαλέριον Καλλιμάχου 16,52,1
108.1 = 348/347 Γάιος Σουλπίκιος Γάιος Κοΐντιος Θεόφιλος Πολυκλῆς Κυρηναῖος 16,53,1
Γάιος Κορνήλιος Μάρκος Ποπίλιος Θεμιστοκλέους 16,56,1
Μάρκον Αἰμίλιον Τίτον Κοΐνκτιον Ἀρχίου 16,59,1
Μάρκον Φάβιον Σερούιον Σουλπίκιον Εὐβούλου 16,66,1
109.1 = 344/343 Μάρκον Οὐαλέριον Μάρκον Ποπίλιον Λυκίσκου Ἀριστόλοχος Ἀθηναῖος 16,69,1
Γάιον Πλαύτιον Τίτον Μάλλιον Πυθοδότου 16,70,1
Μάρκον Οὐαλέριον Μάρκον Γναῖον Πόπλιον Σωσιγένους 16,72,1
Γάιον Μάρκιον Τίτον Μάλλιον Τορκουᾶτον Νικομάχου 16,74,1
110.1 = 340/339 Μάρκον Οὐαλέριον Αὖλον Κορνήλιον Θεοφράστου Ἀντικλῆς Ἀθηναῖος 16,77,1
Κόιντος Σερουίλιος Μάρκος Ῥουτίλιος Λυσιμαχίδης 16,82,1
Λεύκιος Αἰμίλιος Γάιος Πλώτιος Χαρώνδου 16,84,1
Τῖτον Μάλλιον Τορκουᾶτον Πόπλιον Δέκιον Φρυνίχου 16,89,1
111.1 = 336/335 Κόιντον Πόπλιον Τιβέριον Αἰμίλιον Μάμερκον Πυθοδώρου Κλεόμαντις Κλειτόριος 16,91,1
Λεύκιον Φούριον Γάιον Μάνιον Εὐαινέτου 17,2,1
Γάιον Σουλπίκιον Λεύκιον Παπίριον Κτησικλέους 17,17,1
Καίσων Οὐαλλέριος Λεύκιος Παπίριος Νικοκράτους 17,29,1
112.1 = 332/331 Μάρκον Ἀτίλιον Μάρκον Οὐαλέριον Νικηράτου Γρύλος Χαλκιδεύς 17.40.1
Σπούριος Ποστόμιος Τῖτος Οὐετούριος Ἀριστοφάνους 17,49,1
Γάιος Δομέττιος Αὖλος Κορνήλιος Ἀριστοφῶντος 17,62,1
Γάιος Οὐαλλέριος Μάρκος Κλώδιος Κηφισοφῶν 17,74,1
113.1 = 328/327 Λεύκιος Πλάτιος Λεύκιος Παπίριος Εὐθύκριτος Κλείτων Μακεδών 17,82,1
Πόπλιον Κορνήλιον Αὖλον Ποστούμιον Χρέμητος 17,87,1
Λεύκιον Κορνήλιον Κόιντον Ποπίλλιον Ἀντικλέους 17,110,1
114.1 = 324/323 Γάιον Πόπλιον Παπίριον Ἀγησίου Μικίνας Ῥόδιος 17,113,1
Λεύκιον Φρούριον Δέκιον Ἰούνιον Κηφισοδώρου 18,2,1
Γάιος Σολπίκιος Γάιος Αἴλιος Φιλοκλέους 18,26,1
(115.1 = 320/319)
Κόιντον Ποπίλλιον Κόιντον Πόπλιον Ἀπολλοδώρου 18,44,1
Κόιντον Αἴλιον Λεύκιον Παπίριον Ἀρχίππου 18,58,1
Λεύκιον Πλώτιον Μάνιον Φούλβιον Δημογένους 19,2,1
116.1 = 316/315 Γάιον Ἰούνιον Κόιντον Αἰμίλιον Δημοκλείδου Δεινομένης Λάκων 19,17,1
Ναύτιος Σπόριος Μάρκος Πόπλιος Πραξίβουλος 19,55,1
Λεύκιος Παπείριος τὸ τέταρτον Κόιντος Πόπλιος τὸ δεύτερον Νικόδωρος 19,66,1
Μάρκος Πόπλιος Γάιος Σουλπίκιος Θεόφραστος 19,73,1
117.1 = 312/311 Λεύκιος Παπείριος τὸ πέμπτον Γάιος Ἰούνιος Πολέμων Παρμενίων Μιτυληναῖος 19,77,1
Μάρκον Οὐαλλέριον Πόπλιον Δέκιον Σιμωνίδου 19,105,1
Γάιον Ἰούλιον Κόιντον Αἰμίλιον Ἱερομνήμονος 20,3,1
Κόιντος Φάβιος τὸ δεύτερον Γάιος Μάρκιος Δημητρίου τοῦ Φαληρέως 20,27,1
118.1 = 308/307 Ποπλίῳ Δεκίῳ Κοΐντῳ Φαβίῳ Χαρίνου Ἀπολλωνίδης Τεγεάτης 20,37,1
Ἄππιος Κλαύδιος Λεύκιος Οὐολόμνιος Ἀναξικράτης 20,45,1
Κόιντος Μάρκιος Πόπλιος Κορνήλιος Κόροιβος 20,73,1
Λεύκιος Ποστούμιος Τιβέριος Μινούκιος Εὐξένιππος 20,81,1
119.1 = 304/303 Πόπλιος Σεμπρώνιος Πόπλιος Σολπίκιος Φερεκλῆς Ἀνδρομένης Κορίνθιος 20,91,1
Σερούιος Κορνήλιος Λεύκιος Γενούκιος Λεώστρατος 20,102,1
Μάρκος Λίβιος Μάρκος Αἰμίλιος Νικοκλῆς 20,106,1

Oltre alle differenze sui nomi e sulla sequenza, è da notare che Diodoro non contempla anni dittatoriali e che riduce il periodo dell’anarchia, di durata quinquennale in Livio e Varrone, ad un solo anno. Tuttavia, potrebbe non essere privo di significato il fatto che, nel periodo nel quale Diodoro nomina 179 collegi (dei quali quattro non sopravvivono nei manoscritti, ma sono implicati dal quadriennio olimpico), Livio ne pone 182 (dei quali due sono omessi).

Anche Diodoro (14,110-segg.), come tutti gli storici greci, accetta il sincronismo tra questi tre eventi: 1) la conclusione della pace di Antalcida con il re Artaserse; 2) la conclusione dell’assedio di Reggio da parte di Dionisio, 3) il saccheggio di Roma da parte dei Galli; essi avvennero tutti in a.Ol. 98.2 = 387/386.

Gli anni dictatoriales nella cronologia di Varrone

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La sequenza consolare varroniana

La sequenza consolare stabilita da Marco Terenzio Varrone Reatino nel I secolo a.C. fu da subito considerata la più autorevole, tanto che di ricostruzioni alternative sono pervenute a noi solo evidenze limitate. Tuttavia, in epoca moderna la cronologia varroniana è stata contestata in più punti. Essa si discosta infatti di alcuni anni da quella degli autori greci, basata sul computo olimpico; è inoltre in conflitto con talune notizie delle fonti storiche. La differenza sembra sorgere nel quarto secolo, là dove Varrone introduce nella sequenza consolare due elementi anomali:

  1. un periodo di anarchia della durata di cinque anni (dal 375 al 371 a.C. compresi, durante i quali i tribuni della plebe Licinio e Sestio avrebbero posto in atto una serrata basata sull’uso estremo dello ius intercessionis impedendo continuatamente l’elezione di magistrati di potestà consolare);
  2. l’introduzione di quattro anni dittatoriali, nel 333, 324, 309 e 301 a.C. (si tratta di normali dittatori, eletti per le solite cause, il cui incarico sarebbe durato molto più del normale, tanto che avrebbero finito per essere considerati eponimi di quell’anno al fine di mantenere l’accordo tra il numero di magistrature eponime e il numero di anni solari trascorsi in un intervallo di tempo).

Poiché l’opera di Varrone è in gran parte perduta, non conosciamo le ragioni reali o supposte alla base delle scelte dell’erudito reatino. Mentre il periodo di anarchia trova un certo riscontro nelle fonti antiche (ma Diodoro Siculo gli attribuisce la più credibile durata di un anno), le stesse fonti accordano una base molto esile agli anni dittatoriali, la cui eliminazione può peraltro migliorare di parecchio l’accordo con la cronologia romana di matrice greca. Su di essi pertanto si sono appuntate le maggiori critiche alla cronologia varroniana.

D’altronde, gli accenni delle fonti antiche suggeriscono che Varrone potè essere cronologo di valore e che pertanto l’approccio scientifico moderno, seppure gravemente ostacolato dal naufragio pressché totale delle argomentazioni del Reatino, non può sbarazzarsi delle sue conclusioni con pregiudiziale sicumera né accettarle acriticamente con facile sicurezza.

Se è vero che non più possibile valutare l’effettiva bontà dei ragionamenti e dei sincronismi varroniani, non si può però ignorare il suo valore di studioso. Il naufragio dell’opera del Reatino non può servire né come pregiudizio positivo, assumendo cioè che le sue valutazioni siano sempre state corrette e prive di errori, e neppure negativo, concludendo cioè che le sue analisi senza spessore né profondità siano ricorse senz’altra fatica a mezzucci per far quadrare i conti. Se i Romani non ebbero ordinariamente senso cronologico, non si può dimenticare l’elogio che di Varrone fa un buon cronologo come Censorino.

Lo scopo di questo saggio è pertanto di analizzare con rigore gli elementi più probanti a favore e contrari agli anni dittatoriali, anche alla luce dei diversi possibili orientamenti sulla effettiva linea di pensiero di Varrone, come emergono dalle pur generiche indicazioni sulla sua opera.

Rimane al di fuori di questo saggio l’importante questione della sincronizzazione con la storia greca. Il valore e la probità di storici del calibro di Polibio e anche Dionigi di Alicarnasso sono fuori discussione, anche se il senso cronologico dei Greci, peraltro più abbondante e diffuso di quello che si trova presso i Romani, non giunse mai ai vertici di un Varrone e di un Censorino né sentì mai il bisogno di una riforma come quella giuliana. Coerentemente con ciò, essi elaborarono un sistema di computo, quello olimpico, che aveva il pregio indiscusso di essere basato sugli anni solari e l’indiscutibile difetto di essere oggettivamente impreciso.

La funzione degli anni dittatoriali

Come è noto, Varrone procedette alla ricostruzione della storia romana su basi cronologiche, giungendo sino a porre la fondazione di Roma in un anno non precedentemente indicato da alcuna fonte a noi giunta, e cioè a.Ol. 6.3 = 754/753.

Quali siano state esattamente le basi cronologiche di Varrone e quali la sua precisione ed affidabilità non si può più dire con certezza. Noi riteniamo più probabile di altre interpretazioni che Varrone abbia tratto l’idea della sua cronologia dalla introduzione del calendario giuliano, che egli intese come un vero e proprio riferimento temporale preciso al giorno, realizzando la prima prolessi del calendario giuliano in modo del tutto analogo a ciò che facciamo in epoca moderna. Riteniamo altresì probabile che egli abbia avuto a disposizione una notevole mole di informazioni che gli permise di tornare all’indietro almeno fino al terzo secolo a.C. collocando gli eventi nei corretti anni solari (giuliani) con precisione forse anche al giorno; e che tuttavia egli abbia incontrato lacune informative incolmabili almeno per l’epoca anteriore all’invasione gallica tali da rendere il calcolo preciso al massimo fino all’anno (sappiamo che a questo scopo egli si valse di ulteriori riferimenti quali le eclissi solari).

In questo senso Varrone si sareebbe posto in netta rottura con la tradizione annalistica romana. Per gli annalisti, infatti, la suddivisione del tempo in “anni” era scandita dalle magistrature eponime: essi non si preoccuparono mai di rapportare esattamente il numero di magistrature al numero di cicli stagionali (anni solari). Del resto per i Romani (fino al II secolo a.C. se non forse fino alla riforma giuliana) un annus non era necessariamente un anno solare così come ad esempio un saeculum non fu mai necessariamente un periodo di 100 anni solari.

Nelle ipotesi che abbiamo descritto, per Varrone il IV secolo a.C. si configura come un’epoca di passaggio tra il periodo ricostruibile con precisione “al giorno” e quello ricostruibile con precisione “all’anno”. Per essa non abbiamo notizie sugli studi del Reatino se non quelle desumibili dal fatto che proprio in questo secolo egli pose diversi “anni cuscinetto”, cioè appunto il periodo detto di anarchia e gli anni indicati come dittatoriali.

Per queste scelte apparentemente arbitrarie la critica di orientamento scettico tende a considerare almeno gli anni dittatoriali una mera invenzione del Reatino, da questi inseriti dove meno sembrava inopportuno al fine di prolungare, in ultima analisi, la vita di Roma fino al fatidico 753 a.C. Tuttavia questa critica si basa sull’assunzione implicita che le liste consolari occupassero un numero di anni solari pari al numero dei collegi.

Allla luce dell’interpretazione dell’opera del Reatino che qui sosteniamo, è invece possibile, e forse probabile, che Varrone avesse bisogno di diversi anni solari in eccesso per far quadrare i sincronismi da lui raccolti con le sequenze consolari tradizionali. Ciò da un lato per la possibile soppressione di magistrature dalle liste per errore o dolo (senza del resto poter escludere la creazione di altre) e dall’altro per la durata variabile di esse, soprattutto in antico e in occasione delle non rare crisi della storia di Roma. Gli anni dittatoriali potrebbero essere stati posti in modo da riportare i singoli consolati il più vicino possibile ai rispettivi anni solari.

Gli argomenti contro gli anni dittatoriali

L’esistenza degli anni dittatoriali è posta in dubbio da indicazioni contrarie reperite in fonti non sospette, il cui vario valore è di seguito analizzato.

La carriera di Marco Valerio Corvino in Plinio il Vecchio

Plinio il Vecchio Naturalis historia 7,157:

… M. Valerius Corvinus centum annos inplevit, cuius inter primum et sextum consulatum XLVI anni fuere …

Il grande generale romano Marco Valerio Corvo fu console la prima volta nel 348, poi nel 346, 343, 335, 300 e infine fu console suffetto nel 299 (tutti secondo Varrone). Fu quindi console per sei volte nello spazio di 50 anni, estremi inclusi. Poiché questi spazio di tempo comprende tutti e quattro gli anni dittatoriali, se li si esclude, i 50 anni diventano 46, come riportato da Plinio.

Il contesto del passo pliniano è devoluto a citazioni da diverse fonti relative a casi di persone vissute particolarmente a lungo (Marco Valerio Corvo, come si vede, avrebbe toccato i cento anni); ma il conteggio degli anni è delle fonti, non dell’Autore comasco. È pertanto verisimile che la fonte antica o antiquaria non abbia contato 46 anni solari, bensì 46 collegi consolari successivi (46 anni civili) equiparati a 46 anni solari.

Il trattato di pace tra Roma e Tarquinia in Livio

Tito Livio Ab Urbe condita libri 7,22&9,41:

[7,22,3] Creati [scil. consules] ipse C. Sulpicius Peticus … et T. Quinctius Poenus … [4] ad bellum ambo profecti, Faliscum Quinctius, Sulpicius Tarquiniense, nusquam acie congresso hoste cum agris magis quam cum hominibus urendo populandoque gesserunt bella; [5] cuius lentae velut tabis senio victa utriusque pertinacia populi est, ut primum a consulibus, dein permissu eorum ab senatu indutias peterent. In quadraginta annos impetraverunt.

[…]

[9,41,1] Fabio ob egregie perdomitam Etruriam continuatur consulatus; Decio collega datur … [2] … Etruria Decio, Samnium Fabio evenit. … [5] Decio quoque, alteri consuli, secunda belli fortuna erat. Tarquiniensem metu subegerat frumentum exercitui praebere atque indutias in quadraginta annos petere. [6] Volsiniensium castella aliquot vi cepit; quaedam ex his diruit ne receptaculo hostibus essent; circumferendoque passim bello tantum terrorem sui fecit ut nomen omne Etruscum foedus ab consule peteret. [7] Ac de eo quidem nihil impetratum; indutiae annuae datae …

I consoli del 351(V) Gaio Sulpicio Petico e Tito Quinzio Peno furono inviati in guerra rispettivamente contro Etruschi (di Tarquinia) e Falisci. Questi due popoli, di origine probabilmente assai differente ma legati dalla vicinanza e dai commerci, si allearono spesso contro i Romani. Nell’occasione, consumati dalla guerriglia dei Romani più che sconfitti in campo aperto, finirono col chiedere ed ottennere una pace di quarant’anni.

I Tarquiniesi sono nuovamente citati in 9,41, un passo relativo alla guerra condotta in Etruria dal console Publio Decio nel 308(V). Eliminando i tre anni dittatoriali nel periodo 351-308, i Tarquiniesi si sarebbero perciò rifatti vivi subito dopo la scadenza dei quaranta anni di pace. Questa coincidenza interessante non è però probante, poiché, in quel periodo, di guerre condotte genericamente contro gli Etruschi ve ne furono diverse. La ripetizione della richiesta di pace per quarant’anni è poi sospetta, tanto più che a tutti gli altri belligeranti si concede invece una tregua annuale al termine della stessa campagna.

L’eclisse nel consolato di Gaio Marcio Rutilo e Tito Manlio Torquato

Livio Ab Urbe condita libri 7,28:

[7,28,6] … Anno postquam vota erat aedes Monetae dedicatur C. Marcio Rutulo tertium T. Manlio Torquato iterum consulibus. [7] Prodigium extemplo dedicationem secutum, simile vetusto montis Albani prodigio; namque et lapidibus pluit et nox interdiu visa intendi; librisque inspectis cum plena religione civitas esset, senatui placuit dictatorem feriarum constituendarum causa dici. [8] Dictus P. Valerius Publicola; magister equitum ei Q. Fabius Ambustus datus est. Non tribus tantum supplicatum ire placuit sed finitimos etiam populos, ordoque iis, quo quisque die supplicarent, statutus.

Tra i prodigi riportati al momento della dedicazione del tempio di Giunone Moneta, durante consolato di Gaio Marcio Rutilo e Tito Manlio Torquato del 344(V), Livio cita un “calar della notte durante il giorno”. Una tale espressione può ben essere stata usata per descrivere una eclisse in tempi nei quali tale fenomeno era sconosciuto ai Romani. Tuttavia, non ci furono eclissi visibili da Roma nel 344(G) mentre, come si evince dalla tabella che segue, eliminando i quattro anni dittatoriali si potrebbe identificare la notizia di Livio con l’eclisse del 15 settembre 340(G).

Elenco delle eclissi di Sole visibili a Roma dall’anno 350 al 335 a.C. compresi
Tipo di eclisse Magnitudo (locale) Data Fase centrale (T.U.)
Anulare Centrale 0,892 06/10/350 a.C. 06h47m17s
Parziale 0,164 24/09/349 a.C. 12h04m03s
Totale Centrale 0,948 19/02/348 a.C. 09h55m38s
Totale Centrale 0,539 24/07/346 a.C. 17h26m43s
Anulare Centrale 0,695 15/09/340 a.C. 04h58m49s
Parziale 0,379 01/03/338 a.C. 10h07m38s
Totale Centrale 0,896 14/07/337 a.C. 17h28m16s
Totale Centrale 0,685 04/07/336 a.C. 08h42m53s
Parziale 0,572 17/12/335 a.C. 13h04m36s

Ovviamente è tutt’altro che certo che si debba riconoscere una eclisse nelle parole nox interdiu visa intendi; inoltre, va notato che l’eclisse del 340 a.C. ebbe luogo tra le 6 e le 7 del mattino circa (ora di Roma) appena dopo il sorgere del sole. D’altra parte, la coincidenza è rafforzata dall’assenza di altre eclissi candidabili a spiegare il fenomeno, poiché la precedente è addirittura del 346 e la seguente del 338 a.C.

Il trattato tra Roma e Cartagine del 348(V)

In assenza dei quattro anni ditatoriali, il trattato tra Roma e Cartagine usualmente datato al 348 a.C. si sposta al 344, proprio nel periodo nel quale i Cartaginesi intervennero nella guerra civile di Siracusa (344/343 a.C.) ed ebbero quindi bisogno di cercare appoggio in Italia.

Gli anni dittatoriali in Livio

Livio non considera esplicitamente nessuno dei quattro anni dittatoriali. La sua sequenza consolare è semplicemente priva di questo istituto giuridico aberrante per la costituzione romana e per l’ortodossia liviana. In tutte e quattro le circostanze egli riporta la nomina di un dittatore e ne evidenzia il ruolo e le azioni, ma non l’eventuale durata eccezionale della dittatura; anzi, in tutti i casi la possibilità di una durata eccezionale è in apparenza implicitamente eclusa dalla sequenza degli eventi narrati. Tuttavia, in tutti e quattro i casi la narrazione presenta punti oscuri: come in molti passi liviani, desidereremmo che l’Autore avesse scritto con più ordine e profondità.

Anno 333(V)

Nel consolato del 334(V), consoli Tito Veturio e Spurio Postumio, il dittatore designato Publio Cornelio Rufino si dimette in seguito a un vizio di religione all’elezione (probabilmente cattivi auspici); il contemporaneo insorgere di una epidemia convince la superstizione popolare che tutti gli auspici sono sfavorevoli; ne segue la probabile decadenza dei consoli (cui Livio però non fa cenno), poiché si va senz’altro all’interregno; i nuovi consoli saranno nominati dal quinto interrex, cioè tra i 20 e i 25 giorni dopo.

In questo caso l’interpretazione del testo sembra obbligata: la dittatura e i fatti successivi fino all’elezione dei nuovi consoli durarono al massimo pochi mesi; anzi, lo stesso consolato del 334(V) durò meno di un anno, travolto dagli eventi. Tuttavia, rimane una riserva: la fugacità e del passo (due sole rapide frasi) non permette di stimare con sicurezza l’effettivo impatto della pestilenza sull’attività politica, mentre è chiaro che i nuovi consoli furono nominati quando i vecchi erano decaduti.

Anno 324(V)

Nel consolato del 325(V), il console Lucio Furio Camillo, rimasto presto ferito, è sostituito nelle operazioni militari dal dittatore Lucio Papirio Cursore, la cui figura occupa tutte le successive pagine dedicate a quell’anno (anche le imprese dell’altro console Giunio Bruto Sceva sono liquidate in poche righe per lasciare spazio a Papirio). Gran parte di queste pagine, però, è dedicata alla vicenda dell’insubordinazione del maestro della cavalleria Quinto Fabio Massimo Rulliano, che aveva ingaggiato battaglia con successo ma contro gli ordini del dittatore; vicenda che peraltro non lascia supporre lo scorrere di molti mesi. Anche la guerra vera e propria sembra essere piuttosto breve e si chiude colla concessione del trionfo a Papirio, al quale il senato chiede, prima di deporre la carica, la nomina dei nuovi consoli.

Anche in questo caso, pertanto, il racconto di Livio non giustifica, anzi esclude, la concessione di un intero anno supplementare alla dittatura. Tuttavia, sembra ovvio che il mandato consolare fosse nel frattempo scaduto, altrimenti non sarebbe stato necessario prolungare il comando di Papirio fino all’elezione dei nuovi consoli. È pertanto ragionevole pensare che la dittatura di Papirio, iniziata non molto dopo l’avvio dell’anno consolare, sia durata più di sei mesi.

Anno 309(V)

Nel 310(V) Livio fa svolgere la seconda dittatura di Lucio Papirio Cursore, scelto per far fronte alla difficile situazione creatasi nel Sannio, dove il console Gaio Marcio Rutilo, ferito in battaglia, non riesce a tener testa ai nemici. L’altro console, Quinto Fabio (già protagonista dell’insubordinazione di 14 anni prima allo stesso Papirio), ottiene invece successi prestigiosi in Etruria essendo il primo a valicare in armi la temuta selva Ciminia.

Anche qui Livio presenta la sequenza delle operazioni militari come avvenuta nel corso della stessa campagna, senza accennare ad una sospensione invernale e senza che il console Fabio cessi dalla carica. Tuttavia, alla usuale confusione narrativa liviana si aggiunge in questo caso la corruzione del passo, lacunoso e forse interpolato proprio al momento della battaglia decisiva al lago Vadimone. L’ottimo comportamento in Etruria valse a Fabio la rielezione immediata al consolato: anzi, Livio la presenta come una inusuale “continuazione” della carica.

Anno 301(V)

Livio associa al medesimo anno 302(V), consoli Marco Livio Dentre e Marco Emilio, due diversi avvenimenti bellici: prima l’ennesimo capitolo della guerra con gli Equi, che si conclude rapidamente grazie all’intervento del dittatore Gaio Giunio Bubulco; poi (dopo una breve parentesi dedicata ad un fatto occorso a Padova che le memorie locali ponevano in quell’anno) la ben più impegnativa sollevazione dell’Etruria e la contemporanea aggressione dei Marsi, risolta dal dittatore Marco Valerio Massimo, il quale infine passa senz’altro dalla dittatura al consolato.

I due fatti potrebbero essersi svolti, in linea di principio, nello stesso anno, così come li presenta Livio. Tuttavia, la netta cesura narrativa che Livio pone tra essi potrebbe corrispondere a due campagne temporalmente diverse. I consoli non sono mai nominati durante le operazioni belliche. Le fonti di Livio, per sua stessa ammissione, erano discordi su come Valerio fosse stato eletto al consolato: egli giudica più credibile la versione per la quale i comizi sarebbero stati tenuti in assenza del dittatore dall’interré, prima di concludere imbarazzato che l’unica cosa indiscussa era che Marco Valerio fu console con Apuleio Pansa.

Il graffito pompeiano CIL 4.4182

Il graffito pompeiano CIL 4.4182 published on

CIL 4.4182 è un graffito pompeiano che contiene la sua esplicita datazione al 6 febbraio nel consolato di Nerone e Cosso Lentulo (60 d.C.), quasi vent’anni prima dell’eruzione del Vesuvio. Il testo è il seguente (tra parentesi tonde lo scioglimento delle abbreviazioni):

NERONE CAESARE AVGVSTO

COSSO LENTVLO COSSI FIL(IO) COS(VLIBVS)

VIII IDVS FEBRVARIAS

DIES SOLIS LVNA XIIIIX NVN(DINAE) CVMIS V NVN(DINAE) POMPEIS

L’iscrizione contiene diversi sincronismi notevoli centrati sul 6 febbraio 60 d.C.:

  1. Il 6 febbraio è detto dies Solis, cioè domenica. Tuttavia, nel calendario giuliano il 6 febbraio 60 d.C. fu un mercoledì.
  2. Il 6 febbraio è il sedicesimo giorno del mese lunare. In effetti il 22 gennaio 60 d.C. fu un novilunio astronomico, cioè in tale data la luna era in congiunzione. Tuttavia, in generale l’uso antico, a Roma e non solo, considerava novilunio il giorno nel quale appariva la prima falce di luna, il che accade in media 40 ore dopo il novilunio astronomico, cioè di norma uno o due giorni dopo.
  3. Il 6 febbraio era nundine a Cuma e quinto giorno prima delle nundine di Pompei. Questa è la medesima distanza che compare in CIL 4.8863 tra le nundine di Cuma e Pompei. Dal confronto col medesimo graffito CIL 4.8863 deriva che l’8 febbraio 60 d.C. fu giorno di mercato a Roma.

Le nundine note precedenti l’8 febbraio 60 d.C. caddero il 31 gennaio 41 a.C. Secondo il calendario giuliano tra il 1 gennaio 40 a.C. e l’8 febbraio 60 d.C. (inclusi) corrono 36.159 + 31 + 8 = 36.198 giorni. Poiché 36.198 / 8 = 4.524 resto 6, ne consegue che il calendario romano nel medesimo periodo ha avuto 6 giorni in meno oppure, più probabilmente, 2 giorni in più. La spiegazione di questo fatto può essere collegata con il periodo erroneo.

Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus

Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus published on

Nato a Tauresium in Macedonia nel 483 d.C., nipote dell’imperatore d’oriente Giustino I, Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, l’imperatore durante il regno del quale avviene il distacco tra l’Impero d’occidente, che ormai non esisteva più di diritto e l’Impero d’oriente, crebbe nella corte imperiale a Costantinopoli dove ebbe anche la sua sitruzione.

Nel 518 d.C. fu avviato alla gestione dell’amministrazione pubblica dallo zio, che lo associò al trono designandolo quale suo legittimo erede.

Nel 523 d.C. volle sposare Teodora, donna di umili origini – era figlia di un guardiano di orsi all’Ippodromo di Costantinopoli – dal passato oscuro e forse imbarazzante – era stata attrice in una compagnia di mimi e secondo i suoi avversari avviata alla prostituzione dalla madre stessa con le due sorelle maggiori quando il padre morì; ed in seguito, intorno ai diciotto anni divenne concubina del governatore della Pentapoli Ecebalo di Tiro – sospetta di eresia – dopo essersi separata da Ecebalo aveva abbracciato la causa monofisita, cioè la corrente teologica che sosteneva che Cristo aveva la sola natura divina e non contemporaneamente anche la natura umana, come l’ortodossia ha stabilito – ma di grande intelligenza e spirito, di indiscussa bellezza e fascino, accesa sensualità, grande determinazione e volitività.

Si conobbero forse l’anno prima, quando Teodora – ventiduenne poichè era nata nel 500 d.C. – ritornò a Costantinopoli dopo l’incontro con i monofisiti. Non avevano molto in comune: oltre all’estrazione, Giustiniano era di diciassette anni più vecchio, era di cultura latina mentre lei era di origini e cultura greca, era ortodosso e lei monofisita. Eppure, la sua bellezza, secondo i detrattori la sua sensualità, lo conquistarono: stettero insieme fino alla morte di lei, nel 548 d.C., in perfetto accordo, e lui fu influenzato più volte dalla volontà di lei senza però mai scadere nella sudditanza.

Alla morte di Giustino, nel 527 d.C., Giustiniano divenne imperatore. Il suo regno, durato quasi quarant’anni, conobbe un’attività quasi prodigiosa. Egli si trovò al centro delle lotte religiose legate al monofisismo, che peraltro non conobbero fine anche dopo il suo intervento diretto. A lui si debbono le basiliche di santa Sofia a Costantinopoli e di san Vitale a Ravenna.

Ma l’attività più nota è quella esplicata in campo giuridico: la raccolta di leggi romane necessitava di una organizzazione e razionalizzazione, che egli promosse affidandone la realizzazione ad una commissione presieduta dal grande giurista Triboniano. In oltre un decennio di lavoro ques’ultimo raccolse, catalogò e commentò tutta la complessa scienza giuridica e legislativa romana. Il risultato di questo lavoro è il celeberrimo Corpus iuris civilis, che è ancora oggi alla base del diritto e della giurisprudenza di gran parte dei paesi europei.

Prima di ogni altra cosa, Giustiniano era e si sentiva imperatore romano: tutto il suo regno fu improntato all’idea di restaurare l’unità dell’Impero Romano. Ora che l’orda barbarica sembrava essersi placata e le scosse telluriche provocate dalle migrazioni di popoli immensi sembravano aver trovato un qualche assestamento, a breve distanza dal progressivo smembramento dell’Impero d’occidente, esisteva la possibilità di far valere nuovamente il peso delle armi romane e ripristinare di diritto l’unità della civiltà che aveva dominato il mondo.

Per raggiungere questo scopo occorrevano grandi camppagne militari e quindi enormi somme di denaro e una situazione generale stabile ai confini. Il primo passo di Giustiniano fu perciò quello di assicurarsi la pace con l’eterno nemico, la Partia. Nel 532 d.C. fu raggiunto un accordo di pace “eterna” con il re persiano Cosroe, dietro il pagamento di una cospicua indennità annuale. Un trattato così svantaggioso in assenza di una sconfitta militare poteva essere giustificato solo da imminenti operazioni di guerra. Ed in effetti l’anno seguente, il 533 d.C., vide l’inizio una campagna lampo contro il regno instaurato dai Vandali in Africa che riportò quelle province sotto il nome di Roma già nel 534 d.C.

L’Africa era il primo passo propedeutico all’attacco verso le due grandi penisole di quello che era stato il Mare nostrum, l’Italia e la Spagna. Infatti, un solo anno ancora e nel 535 d.C. partivano due grandi corpi di spedizione contro i regni goti di Italia e Spagna. La riconquista della Spagna ebbe successo, seppure limitata alle province meridionali e centrali. Inizialmente travolgente ma poi estremamente complicata fu la riconquista dell’Italia, la cosiddetta guerra goto-bizantina.

L’attacco prevedeva una manovra a tenaglia: un’armata partiva dai confini nordorientali dell’Impero e attraverso la Dalmazia, dopo aver battuto i Goti a Salona, penetrò in Italia e puntò verso Ravenna; una seconda e più consistente armata, agli ordini del comandante in capo Belisario, iniziò occupando la Sicilia. Dopo aver conpletato la conquista della Sicilia, già nel 536 d.C. Belisario occupava Reggio di Calabria e proseguiva rapido e irresistibile verso Napoli.

I Goti reagirono deponendo il re Teodato e sostituendolo con Vitige. La mossa sortì qualche effetto, perchè Vitige riunì l’esercito, attirò Belisario a Roma, dove aveva lasciato uno scarso presidio, e quando il Bizantino entrò facilmente nell’Urbe, Vitige corse ad assediarlo forte di un esercito di 150.000 Goti. Tuttavia, l’armata bizantina operante nel nord non stava a guardare e riuscì a conquistare Rimini, minacciando ora direttamente gli assedianti di Roma. Per evitare di rimanere chiusi tra i Bizantini in Roma e quelli in arrivo, Vitige dovette smettere l’assedio e riparare nell’unica piazzaforte imprendibile, Ravenna, nel marzo del 538 d.C.

Tuttavia, accadde che Belisario, grande condottiero, venisse calunniato alla corte imperiale. Giustiniano, che era latino ma viveva in una corte prevalentemente greca, non seppe far fronte alle voci e richiamò Belisario. Peraltro, i Parti avevano dato segni di irrequietezza, a soli sei anni dalla stipula della “pace eterna”: l’impegno di Giustiniano in occidente era enorme e aveva lasciato l’oriente in una debolezza troppo appetitosa per lo storico avversario. Forse per questo Giustiniano comunicò al suo generale l’intenzione di concedere una pace onorevole ai Goti. Ma prima di partire Belisario ricorse ad un inganno che concluse positivamente la guerra: finse di accettare la trattativa che gli ingiungeva il suo imperatore e ne approfittò per entrare in Ravenna e catturare i nemici; era il dicembre del 539 d.C. Vitige fu portato in trionfo a Costantinopoli.

I segnali di guerra che provenivano dalla Partia ebbero immediata attuazione nel 540 d.C., quando l’esercito persiano penetrò in in Siria mettendo a ferro e fuoco Antiochia e saccheggiando l’Armenia. Contemporaneamente, popoli barbari di origine slava devastavano le regioni orientali dell’Impero, l’Illirico, la Tracia, la Macedonia. Erano le ultime avvisaglie, ma non meno potenti, dell’orda barbarica. Sufficienti però a rendere difficile l’obiettivo principale, la guerra d’Italia.

Partito Belisario, i generali che presero il comando non rivelarono la stessa competenza e le stesse attitudini. La conquista non era certo consolidata e la guerra che sembrava conclusa riprese fuoco. Il nuovo re goto Totila rivelò grando doti e, nonostante Belisario fosse stato rimesso al comando dell’esercito bizantino, riportò sotto il dominio barbaro tutta l’Italia, con l’eccezione di qualche piazzaforte: la situazione si era capovolta in pochi anni, dal 540 al 547 d.C.

Mentre la riconquista d’Italia sembrava doversi concludere miseramente, dopo essere stata considerata per fatta, Giustiniano rivelò nuovamente di saper scegliere i propri generali: il comando fu affidato a Narsete, un eunuco di origine persiana già ottuagenario, che a dispetto dell’età dimostrò solide doti militari e grande energia. Egli riunì un nuovo grande esercito a Salona e scese nuovamente verso Ravenna. Lo scontro decisivo ebbe luogo nella primavera del 552 d.C. a tagina presso Gubbio, e fu una vittoria schiacciante dei Bizantini, mentre Totila perdeva la vita.

Il nuovo re goto divenne Teia, già delfino di Totila, il quale era stanziato con un esercito nei pressi di Verona, dove secondo i piani di Totila doveva attendere Narsete. Teia si diresse al sud, inseguendo Narsete che completava la conquista della Campania. Nei pressi del Vesuvio avvenne la battaglia che decise le sorti della guerra: dopo due giorni di scontro, Teia morì, e qualche giorno dopo una legazione di Goti chiedeva la pace e il permesso di uscire dall’Italia per raggiunengere i Goti stanziati in Spagna.

Dopo quasi vent’anni la guerra goto-bizantina terminava con la riannessione dell’Italia all’Impero Romano, un’Italia devstata da un secolo di guerre e di razzie. Nonostante le difficoltà e le enormi somme di denaro investite nella guerra, Giustiniano poteva essere salutato come colui che aveva riunito gran parte delle province occidentali all’Impero. Tuttavia, la sua impresa, possiamo dire anacronistica, sarebbe durata meno del tempo necessario a compierla: appena quattro anni dopo la sua morte, nel 569 d.C., i Longobardi entravano in Italia strappandola progressivamente ai Bizantini e rompendone definitvamente l’unità, che sarebbe stata ripristinata solo tredici secoli dopo.

Giustiniano morì nel 565 d.C. Con lui morì anche il primo e l’ultimo tentativo convinto e organizzato da parte dell’Impero Romano d’oriente di opporsi alla storia, affrontare la marea barbara che aveva sommerso l’occidente e restaurare l’unità della civiltà romana. Nonostante che i rapporti tra Costantinopoli e Roma continueranno a svilupparsi ancora per qualche decennio come rapporti tra civiltà omogenee, sarà sempre più chiaro a tutti che il destino delle due parti d’Europa è ormai diverso.

Marcus Valerius Probus

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Grammatico e filologo della seconda metà del primo secolo d.C. Secondo san Girolamo era giudicato a Roma eruditissimus grammaticorum. Nato a Berito in Siria, allora colonia romana, abbracciò da giovane la vita militare, ma, non riuscendo a fare carriera, si congedò e si diede agli studi grammaticali, interessandosi soprattutto di scrittori latini arcaici. Egli costituisce, per quanto ne sappiamo, lo studioso latino che più si avvicina alla specializzazione di un moderno filologo. Si occupò di Virgilio, Lucrezio, Orazio, e anche di Terenzio e Persio, correggendo gli errori che si erano prodotti nella tradizione manoscritta, curando l’interpunzione, apponendo segni diacritici e stilando sue annotazioni che corrispondevano ai segni apposti. Di questi lavori ci è giunto, sotto il suo nome, un commentario alle Bucolica e alle Georgica, preceduto da una Vita Vergilii. L’opera di commentatore e insegnante svolta da Probo ebbe lunga e duratura risonanza nel campo degli studi grammaticali.

Lucius Aelius Stilo Praeconinus

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Lucio Elio Stilone Preconino nacque a Lanuvio nel 154 a.C. circa e morì nel 74 a.C. Vissuto a cavallo tra il II ed il I secolo a.C. fu probabilmente il primo filologo a Roma. Scrisse molte opere di filologia e linguistica, delle quali però non possediamo nulla. Tra queste ci fu anche un Commentarium de proloquiis, nel quale affrontava il problema dell’autenticità delle commedie plautine. Appartenente al ceto degli equites, fu il maestro di Marco Terenzio Varrone, dal quale è spesso menzionato.