Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus

Nato a Tauresium in Macedonia nel 483 d.C., nipote dell’imperatore d’oriente Giustino I, Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, l’imperatore durante il regno del quale avviene il distacco anche formale tra l’Impero d’Occidente, che ormai nella sostanza non esisteva più, e l’Impero d’Oriente, che sarebbe esistito per quasi un altro millennio, crebbe nella corte imperiale a Costantinopoli dove ebbe anche la sua istruzione. Nel 518 d.C. fu avviato alla gestione dell’amministrazione pubblica dallo zio, che lo associò al trono designandolo quale suo legittimo erede. Nel 523 d.C. volle sposare Teodora, donna di umili origini – era figlia di un guardiano di orsi all’Ippodromo di Costantinopoli – dal passato oscuro e forse imbarazzante – era stata attrice in una compagnia di mimi e secondo i suoi avversari avviata alla prostituzione dalla madre stessa con le due sorelle maggiori quando il padre morì; ed in seguito, intorno ai diciotto anni divenne concubina del governatore della Pentapoli Ecebalo di Tiro – sospetta di eresia – dopo essersi separata da Ecebalo aveva abbracciato la causa monofisita, cioè la corrente teologica che sosteneva che Cristo aveva la sola natura divina e non contemporaneamente anche la natura umana, come l’ortodossia ha stabilito – ma di grande intelligenza e spirito, di indiscussa bellezza e fascino, accesa sensualità, grande determinazione e volitività. Si conobbero forse l’anno prima, quando Teodora – ventiduenne poichè era nata nel 500 d.C. – ritornò a Costantinopoli dopo l’incontro con i monofisiti. Non avevano molto in comune: oltre all’estrazione, Giustiniano era di diciassette anni più vecchio, era di cultura latina mentre lei era di origini e cultura greca, era ortodosso e lei monofisita. Eppure, la sua bellezza, secondo i detrattori la sua sensualità, lo conquistarono: stettero insieme fino alla morte di lei, nel 548 d.C., in perfetto accordo, e lui fu influenzato più volte dalla volontà di lei senza però mai scadere nella sudditanza. Alla morte di Giustino, nel 527 d.C., Giustiniano divenne imperatore. Il suo regno, durato quasi quarant’anni, conobbe un’attività quasi prodigiosa. Egli si trovò al centro delle lotte religiose legate al monofisismo, che peraltro non conobbero fine anche dopo il suo intervento diretto. A lui si debbono le basiliche di santa Sofia a Costantinopoli e di san Vitale a Ravenna. Ma l’attività più nota è quella esplicata in campo giuridico: la raccolta di leggi romane necessitava di una organizzazione e razionalizzazione, che egli promosse affidandone la realizzazione ad una commissione presieduta dal grande giurista Triboniano. In oltre un decennio di lavoro ques’ultimo raccolse, catalogò e commentò tutta la complessa scienza giuridica e legislativa romana. Il risultato di questo lavoro è il celeberrimo Corpus iuris civilis, che è ancora oggi alla base del diritto e della giurisprudenza di gran parte dei paesi europei. Prima di ogni altra cosa, Giustiniano era e si sentiva imperatore romano: tutto il suo regno fu improntato all’idea di restaurare l’unità dell’Impero Romano. Ora che l’orda barbarica sembrava essersi placata e le scosse telluriche provocate dalle migrazioni di popoli immensi sembravano aver trovato un qualche assestamento, a breve distanza dal progressivo smembramento dell’Impero d’occidente, esisteva la possibilità di far valere nuovamente il peso delle armi romane e ripristinare di diritto l’unità della civiltà che aveva dominato il mondo. Per raggiungere questo scopo occorrevano grandi camppagne militari e quindi enormi somme di denaro e una situazione generale stabile ai confini. Il primo passo di Giustiniano fu perciò quello di assicurarsi la pace con l’eterno nemico, la Partia. Nel 532 d.C. fu raggiunto un accordo di pace “eterna” con il re persiano Cosroe, dietro il pagamento di una cospicua indennità annuale. Un trattato così svantaggioso in assenza di una sconfitta militare poteva essere giustificato solo da imminenti operazioni di guerra. Ed in effetti l’anno seguente, il 533 d.C., vide l’inizio una campagna lampo contro il regno instaurato dai Vandali in Africa che riportò quelle province sotto il nome di Roma già nel 534 d.C. L’Africa era il primo passo propedeutico all’attacco verso le due grandi penisole di quello che era stato il Mare nostrum, l’Italia e la Spagna. Infatti, un solo anno ancora e nel 535 d.C. partivano due grandi corpi di spedizione contro i regni goti di Italia e Spagna. La riconquista della Spagna ebbe successo, seppure limitata alle province meridionali e centrali. Inizialmente travolgente ma poi estremamente complicata fu la riconquista dell’Italia, la cosiddetta guerra goto-bizantina. L’attacco prevedeva una manovra a tenaglia: un’armata partiva dai confini nordorientali dell’Impero e attraverso la Dalmazia, dopo aver battuto i Goti a Salona, penetrò in Italia e puntò verso Ravenna; una seconda e più consistente armata, agli ordini del comandante in capo Belisario, iniziò occupando la Sicilia. Dopo aver conpletato la conquista della Sicilia, già nel 536 d.C. Belisario occupava Reggio di Calabria e proseguiva rapido e irresistibile verso Napoli. I Goti reagirono deponendo il re Teodato e sostituendolo con Vitige. La mossa sortì qualche effetto, perchè Vitige riunì l’esercito, attirò Belisario a Roma, dove aveva lasciato uno scarso presidio, e quando il Bizantino entrò facilmente nell’Urbe, Vitige corse ad assediarlo forte di un esercito di 150.000 Goti. Tuttavia, l’armata bizantina operante nel nord non stava a guardare e riuscì a conquistare Rimini, minacciando ora direttamente gli assedianti di Roma. Per evitare di rimanere chiusi tra i Bizantini in Roma e quelli in arrivo, Vitige dovette smettere l’assedio e riparare nell’unica piazzaforte imprendibile, Ravenna, nel marzo del 538 d.C. Tuttavia, accadde che Belisario, grande condottiero, venisse calunniato alla corte imperiale. Giustiniano, che era latino ma viveva in una corte prevalentemente greca, non seppe far fronte alle voci e richiamò Belisario. Peraltro, i Parti avevano dato segni di irrequietezza, a soli sei anni dalla stipula della “pace eterna”: l’impegno di Giustiniano in occidente era enorme e aveva lasciato l’oriente in una debolezza troppo appetitosa per lo storico avversario. Forse per questo Giustiniano comunicò al suo generale l’intenzione di concedere una pace onorevole ai Goti. Ma prima di partire Belisario ricorse ad un inganno che concluse positivamente la guerra: finse di accettare la trattativa che gli ingiungeva il suo imperatore e ne approfittò per entrare in Ravenna e catturare i nemici; era il dicembre del 539 d.C. Vitige fu portato in trionfo a Costantinopoli. I segnali di guerra che provenivano dalla Partia ebbero immediata attuazione nel 540 d.C., quando l’esercito persiano penetrò in in Siria mettendo a ferro e fuoco Antiochia e saccheggiando l’Armenia. Contemporaneamente, popoli barbari di origine slava devastavano le regioni orientali dell’Impero, l’Illirico, la Tracia, la Macedonia. Erano le ultime avvisaglie, ma non meno potenti, dell’orda barbarica. Sufficienti però a rendere difficile l’obiettivo principale, la guerra d’Italia. Partito Belisario, i generali che presero il comando non rivelarono la stessa competenza e le stesse attitudini. La conquista non era certo consolidata e la guerra che sembrava conclusa riprese fuoco. Il nuovo re goto Totila rivelò grando doti e, nonostante Belisario fosse stato rimesso al comando dell’esercito bizantino, riportò sotto il dominio barbaro tutta l’Italia, con l’eccezione di qualche piazzaforte: la situazione si era capovolta in pochi anni, dal 540 al 547 d.C. Mentre la riconquista d’Italia sembrava doversi concludere miseramente, dopo essere stata considerata per fatta, Giustiniano rivelò nuovamente di saper scegliere i propri generali: il comando fu affidato a Narsete, un eunuco di origine persiana già ottuagenario, che a dispetto dell’età dimostrò solide doti militari e grande energia. Egli riunì un nuovo grande esercito a Salona e scese nuovamente verso Ravenna. Lo scontro decisivo ebbe luogo nella primavera del 552 d.C. a tagina presso Gubbio, e fu una vittoria schiacciante dei Bizantini, mentre Totila perdeva la vita. Il nuovo re goto divenne Teia, già delfino di Totila, il quale era stanziato con un esercito nei pressi di Verona, dove secondo i piani di Totila doveva attendere Narsete. Teia si diresse al sud, inseguendo Narsete che completava la conquista della Campania. Nei pressi del Vesuvio avvenne la battaglia che decise le sorti della guerra: dopo due giorni di scontro, Teia morì, e qualche giorno dopo una legazione di Goti chiedeva la pace e il permesso di uscire dall’Italia per raggiunengere i Goti stanziati in Spagna. Dopo quasi vent’anni la guerra goto-bizantina terminava con la riannessione dell’Italia all’Impero Romano, un’Italia devstata da un secolo di guerre e di razzie. Nonostante le difficoltà e le enormi somme di denaro investite nella guerra, Giustiniano poteva essere salutato come colui che aveva riunito gran parte delle province occidentali all’Impero. Tuttavia, la sua impresa, possiamo dire anacronistica, sarebbe durata meno del tempo necessario a compierla: appena quattro anni dopo la sua morte, nel 569 d.C., i Longobardi entravano in Italia strappandola progressivamente ai Bizantini e rompendone definitvamente l’unità, che sarebbe stata ripristinata solo tredici secoli dopo. Giustiniano morì nel 565 d.C. Con lui morì anche il primo e l’ultimo tentativo convinto e organizzato da parte dell’Impero Romano d’oriente di opporsi alla storia, affrontare la marea barbara che aveva sommerso l’occidente e restaurare l’unità della civiltà romana. Nonostante che i rapporti tra Costantinopoli e Roma continueranno a svilupparsi ancora per qualche decennio come rapporti tra civiltà omogenee, sarà sempre più chiaro a tutti che il destino delle due parti d’Europa è ormai diverso.