Quintus Ennius

Quinto Ennio, padre della letteratura latina, nacque nel 239 a.C. a Rudiae in Apulia. L’anno si ricava da una affermazione di Cicerone (Brutus 72): Atqui hic Livius [qui] primus fabulam C. Claudio Caeci filio et M. Tuditano consulibus docuit anno ipso ante quam natus est Ennius, post Romam conditam autem quarto decumo et quingentesimo, ut hic ait, quem nos sequimur. […] – come è noto, colui che per primo rappresentò una fabula a Roma è Livio Andronico nel 240 a.C. ovvero nell’anno 514 di Roma secondo il calcolo di Varrone. Il luogo si ricava da un frammento di Ennio stesso (attribuito al libro XVIII degli Annales):

nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini
Sicut fortis equus, spatio qui saepe supremo
Vicit Olimpia, nunc senio confectus quiescit

La città di Rudiae, fondata dai Greci nell’odierna Puglia, è di incerta collocazione: l’ipotesi tradizionale, che sia da identificarsi con le rovine dell’area archelogica di Rusce presso San Pietro in Lama in provincia di Lecce, è ancora la più diffusa, ma cozza con le notizie reperibili nelle fonti antiche (Strabone, Ovidio, Silio Italico), in base alle quali sono stati proposti altri possibili luoghi non lontani da Brindisi lungo le direttrici per Taranto o per Bari. Si trovava comunque in una terra da sempre punto d’incontro e di scambio della preesistente civiltà italica, rappresentata dagli Osci, il cui territorio si estendeva dalla Campania attraverso la Lucania fino a lambire la Puglia, della civiltà greca, stabilita sulla costa del golfo di Taranto, e della civiltà romana, che tutto aveva conquistato. Perciò Ennio poteva vantarsi di avere tria corda, di essere cioè insieme greco, osco e romano (Gellio, Noctes Atticae XVII, 17, 1: Quintus Ennius tria corda habere sese dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine sciret). Un ecumenismo che, al pari della visione di Nevio o Plauto, più che aprire alla fusione pura e semplice della cultura greca con la tradizione italica e romana, che avrebbe finito con l’essere pura imitazione, mal cela il desiderio di portare l’elemento romano alla dignità di quello greco mantenendone l’identità.

Per questo programma trovò validi alleati nel nascente circolo degli Scipioni e in Marco Fulvio Nobiliore e un valido oppositore in Catone il censore. Eppure proprio Catone aveva scoperto il suo talento portandolo dalla Sardegna, dove Ennio combatteva come ausiliario dell’esercito romano nella seconda guerra punica, a Roma probabilmente nel 204 a.C. (san Girolamo in Chronicon, ad annum 514 a.U.c. = 240 a.Chr.n.: Quintus Ennius poeta Tarenti nascitur qui a Catone quaestore Romam translatus habitavit in monte Aventino parco ammodum sumptu contentus et unius ancillae ministerio.). Ma una volta a Roma, Ennio fu introdotto a Scipione Africano, di cui divenne amico, a Scipione Nasica, a M. Fulvio Nobiliore e divenne uno dei massimi esponenti del circolo scipionico. Scipione lo pose a capo del collegium poetarum histrionumque, l’associazione fondata da Livio Andronico che era stata riconosciuta dal senato fin dal 207 a.C. Marco Fulvio Nobiliore se lo portò, secondo l’uso ellenistico, nella campagna in Etolia nel 186 a.C. ed Ennio ne cantò l’impresa principale, la conquista di Ambracia, nell’omonima Ambracia, forse una praetexta o secondo altri una satura. Una simile ostentazione di aderenza al costume greco non poteva non attirare la furia di Catone, il cui conservatorismo – portato nell’agone politico con quell’eccesso di rigore che dominava gli esponenti della gens Porcia – nascondeva una visione politica limitata e tesa a proteggere gli interessi immediati delle classi che nulla avevano da guadagnare dall’espansionismo romano. Diverso l’atteggiamento degli Scipioni e dei filellenici romani, aperti all’espansione del potere romano alle ricche terre d’oriente e con questo all’ingresso di quelle raffinate culture, convinto che la superiorità militare dei Romani potesse essere utilizzata per realizzare questa apertura. Ennio è il loro cantore, lui che non nasce Romano, ma lo diventa solo nel 184 a.C. quando il figlio di Marco, Quinto Fulvio Nobiliore, fondò la colonia di Pesaro concedendo ad Ennio terre e cittadinanza.

Ennio si sente pienamente Romano, tanto che lo spirito di indipendenza dall’ellenismo di Nevio in Ennio diventa spirito di competizione. Egli vuole essere l’Omero latino – nel prologo degli Annales racconta che Omero in sogno gli aveva comunicato che, tramite metempsicosi, la sua anima era passata in lui – vuol essere colui che canta nuove vicende gloriose, quelle dell’Urbe, vicende non così lontane da essere leggendarie, ma anzi ancora in divenire e tanto vicine da essere fatte dagli stessi che lui conosce. Cicerone, che di Ennio riporta il frammento più significativo per comprenderne la visione poetica (Brutus 71), sembra essere d’accordo con lui nel rigettare l’arte di Livio Andronico primo artefice tradizionale – allora come oggi – della poesia in latino:

[71] […] Quid, nostri veteres versus ubi sunt? ‘Quos olim Fauni vatesque canebant, cum neque Musarum scopulos nec dicti studiosus quisquam erat ante hunc’ ait ipse de se nec mentitur in gloriando: sic enim sese res habet. Nam et Odyssia Latina est sic [in] tamquam opus aliquod Daedali et Livianae fabulae non satis dignae quae iterum legantur.

Secondo Ennio, i suoi predecessori non hanno avuto alcuna vera funzione nella letteratura latina: altri hanno cantato il verso dei fauni e dei vati, antico e solenne ma agreste, tuttavia nessuno ha raggiunto la dimora stessa delle Muse e ne ha schiuso i tesori. Ancora più esplicito in questo senso è il frammento, riferito probabilmente a Nevio, nella massima estensione con la quale ci è noto:

scripsere alii rem
Versibus quos olim Faunei vatesque canebant;
Cum neque Musarum scopulos quisquam superarat
Nec dicti studiosus erat
ante hunc
Nos ausi reserare

Ancor più di Nevio, Ennio fa scarso uso di grecismi, anche a costo di dover inventare, anche a costo di dover ricorrere a perifrasi: esempio eloquente ne è dicti studiosus, evidente calco di philòlogos (ma il verso precedente aveva sostituito le Musae alle Camenae). A differenza di Nevio, la sua preoccupazione non è la tradizione latina ma l’innovazione: lui è Omero stesso redivivo, a lui tocca iniziare una nuova tradizione, perciò abbandona il saturnio, il metro dei veteres versus ma quos olim Faunei vatesque canebant, e passa all’esametro. L’ideale artistico di Ennio è quello della scuola alessandrina, fondere cioè la poesia con l’erudizione: scelta consapevole di chi orgogliosamente si dice dicti studiosus. Come per gli alessandrini, alla varietas culturale corrisponde in Ennio l’estrema multiformità letteraria: dalle tragedie alle commedie alle satire al poema storico, tutto lo interessa, tutto lo coinvolge. Ennio voleva essere il vero padre della letteratura latina, e lo è stato anche nel tentare tutti i generi letterari come dimostra la sua fortuna presso gli antichi: molti che conquistarono fama immortale in uno o più dei generi che lui tentò lo ricordano – anche solo implicitamente con l’usarlo – come loro autorevole predecessore.

Una ragione ancor più importante, tuttavia, favorì la popolarità di Ennio, il fatto cioè di essere stato il primo a cantare l’epopea del popolo romano. Il poema nazionale è un genere letterario che non poteva nascere che a Roma – in senso più ampio, la trattazione storica in versi non ha riscontro in originali greci – e a Roma era nato per opera di Nevio qualche tempo prima. Ma il Bellum Poenicum di Nevio non aveva cantato tutta la storia di Roma, limitandosi a collegare le sole origini mitiche con gli eventi recenti della seconda guerra punica. Gli Annales, ai quali Ennio attese nell’ultima parte della sua vita, fin dal titolo avevano l’intenzione di coprire quasi con la formula cronologica degli annalisti tutta la storia della Città Eterna. Anche per questa visione universale rimasero il poema epico nazionale romano fino a Virgilio. Gli Annales erano costituiti da diciotto libri, divisi in tre esadi, e da almeno 15.000 versi – ma c’è chi si spinge a ipotizzarne 30.000 -, dei quali appena 650 sono giunti fino a noi in frammenti di varia consistenza. Si tratta per lo più citazioni di eruditi e grammatici avidi di poesia arcaica come Macrobio, ma non mancano citazioni di età classica, ad esempio in Cicerone e Orazio, che ne riportano i versi per sottolinearne la forza espressiva e poetica, e suggestioni poetiche in autori come Lucrezio e Virgilio, che ai versi enniani si ispirano per succhiarne la vibrazione umana, la capacità di entrare negli uomini e nelle cose, il tono epico.

L’humanitas così cara al circolo scipionico è il punto di forza anche delle opere teatrali di Ennio. Delle tragedie ci restano venti titoli e circa 400 versi. I temi sono tratti principalmente dal ciclo troiano, legato sempre più indissolubilmente alle origini di Roma, ma anche da Eschilo, Sofocle, e, come per Andronico e Nevio, soprattutto Euripide – un breve confronto tra una terzina euripidea e una enniana è riportato da Gellio, Noctes Atticae XI, 4. Tuttavia, la sensibilità per la natura è in Ennio troppo forte e lo porta lontano dalle atmosfere cupe e ineluttabili del tragico greco. I suoi personaggi sono meno eroici ma più umani e in definitiva più tragici. In comune con Euripide è stata notata una certa profondità di analisi della psiche femminile, come per l’eroina dell’Andromacha, la prigioniera di guerra ricordata da Cicerone (Tusculanae disputationes III, 53) e la Medea malata d’amore furioso, animo aegro amore saevo saucia (dal prologo della Medea exul citato da Cicerone in De fato 35; Pro Caelio 18; analizzato dallo stesso Cicerone in De inventione I, 49, da Quintiliano in Intitutio oratoria V, 10, 83-84 e dall’autore della Rhetorica ad Herennium II, 34; dalla Medea exul sempre Cicerone riporta due citazioni frementi di angoscia e di dolore in Tusculanae disputationes III, 63 e IV, 69). Il prologo della Medea exul, di cui restano una decina di versi, offre un’altra possibilità di raffronto con l’originale euripideo, rispetto al quale si osserva una chiara insistenza sull’elemento patetico e tragico. Oltre che delle cothurnatae, di Ennio ci restano i titoli di due praetextae, la già citata Ambracia, in onore di Marco Fulvio Nobiliore, e le Sabinae, nonchè di due commedie, Caupuncula o Tabernaria e Pancratiastes. L’esiguità dei titoli superstiti è probabilmente legata a una ridotta produzione, a sua volta probabile conseguenza del fatto che quei generi non incontravano il gusto di Ennio. Nella commedia peraltro non doveva eccellere, se il celebre canone di Volcacio Sedigito (fine del II secolo a.C.) riporta Ennio all’ultimo posto nella classifica di questo genere letterario.

Ci è rimasta ancora notizia, ma pochissimi versi, di quattro libri di Saturae. Questa lacuna ci impedisce tra l’altro di indagare il percorso di evoluzione della antica satira drammatica nella satira letteraria – il genere che Quintiliano poteva con orgoglio dire tutto romano senza corrispondente greco. Si può solo osservare che alla varietà degli argomenti trattati in Ennio corrispondeva ancora la varietà dei metri utilizzati: Ennio portò l’esametro nella letteratura latina, ma toccò a Lucilio un paio di generazioni più tardi generalizzarne l’uso nella satira. Lattanzio, scrittore cristiano, ci ha conservato un ampio frammento dell’Euhemerus, traduzione della Hierà anagraf√© (Sacra scriptio nella dizione di Ennio) di Evemero di Messina, lo storico romanzesco del IV-III secolo a.C. che divenne celebre per la sua teoria razionalista sulla genesi degli dei, i quali sarebbero stati nient’altro che uomini divinizzati. Altre opere filosofiche note ma perdute completamente o quasi sono il Protrepticus sive Praecepta, una raccolta di norme morali forse ispirata all’omonima opera di Aristotele, e l’Epicharmus, dal nome del poeta comico del V secolo a.C. che coltivò anche problemi morali, forse dedicato alla cosmogonia empedoclea. Entrambe queste opere erano in tetrametri trocaici. Opere minori di Ennio sono lo Scipio, con ogni probabilità una celebrazione dell’amico Scipione Africano, caratterizzata dall’uso della polimetria; la Hedyphagetica, un pometto sull’arte di mangiar bene, come il nome stesso suggerisce; e il Sota, dedicato al poeta del III secolo a.C. Sotade di Maronea, il maggior rappresentante dei satirici greci.

Sembra che Ennio morisse di gotta in tarda vecchiaia, attorno al 169 a.C. (la notizia è desunta da Suetonio, De grammaticis 2: […] Crates Mallotes […] qui missus ad senatum ab Attalo rege inter secundum ac tertium Punicum bellum sub ipsam Ennii mortem […]; la legazione dei pergameni risale appunto al 169 a.C.). Il suo bellissimo autoepitaffio recita:

Nemo me lacrimis decoret nec funera fletu
faxit. Cur? Volito vivos per ora virum.

Nell’antichità la critica riconosceva senza eccezioni a Ennio la gravitas, la solennità; la caratteristica più impressionante che emerge dalle reliquie è la sensibilità umana. Il verso è talvolta rude a confronto con i suoi successori – il raffinato Ovidio dicendo che il gravis Ennius era ingenio maximus, arte rudis (Tristia II) metteva probabilmente in luce la difficoltà che Ennio dovette incontrare nell’usare per primo un nuovo metro, l’esametro, e nello sforzo di competizione di rendere in forma completamente latina modelli greci – ma la sensibilità di poeta fa di Ennio uno dei letterati latini più elogiati dell’antichità. Orazio, nel quale pure occorre trovare qualche suggestione enniana, non smentisce la sua generale disistima per i poeti arcaici e gratifica Ennio di un apprezzamento impersonale di sapore convenzionale (Epistulae II, 1, 50-52), aggiungendo poi in modo diplomatico che aveva contribuito ad arricchire il patrimonio della lingua latina (Ars poetica 56 ss.). Di certo, anche dai non molti frammenti rimasti emerge il costante sforzo enniano di non piegarsi alla lingua greca – nonostante il giudizio di Suetonio (De grammaticis 1): […] antiquissimi doctorum, qui iidem et poetae et semigraeci erant, (Livium et Ennium dico, quos utraque lingua domi forisque docuisse adnotatum est) […] – ma anzi di creare parole dalle radici genuinamente latine. Un esempio sono i numerosi aggettivi e sostantivi composti, alcuni dei quali hanno avuto molta fortuna anche oltre il latino come omnipotens, velivolus, altisonus, magnanimus. Questi accostamenti, del resto, incontravano il gusto barocco di Ennio così evidente anche nell’uso continuato dell’allitterazione – esasperato, addirittura sfacciato nei famigerati versi O Tite tute Tati tibi tanta turanne tulisti, e at tuba terribili sonitu taratantara dixit, i quali tuttavia ci sono stati tramandati proprio per la loro eccezionalità. Cicerone assegna con poca esitazione a Ennio la palma di sommo poeta epico (De optimo genere oratorum 2: […] Itaque licet dicere et Ennium summum epicum poetam, si cui ita videtur, et Pacuvium tragicum et Caecilium fortasse comicum.). Quintiliano esprime con delicata immagine la sacrale venerazione con cui Ennio era riguardato dai letterati (Institutio oratoria X, 1, 88): Ennium sicut sacros vetustate lucos adoremus, in quibus grandia et antiqua robora iam non tantam habent speciem quantam religionem. Ammirato è anche il celebre encomio di Lucrezio (De rerum natura I, 117-118): Ennius […] noster […] qui primus amoeno detulit ex Helicone perenni fronde coronam. In mancanza dei testi originali, forse il ricordo più imperituro di Ennio è proprio l’influsso che esercitò sullo stesso Lucrezio e su Virgilio, in cui moltissimo c’è di Ennio, colui che con maggior partecipazione raccoglierà la sfida dell’humanitas come passione dominante della poesia.