Le origini del computus, il calcolo della Pasqua

La Pasqua cristiana commemora la resurrezione di Gesù di Nazareth, l’uomo vissuto al principio della nostra era che fu detto il Cristo ed è oggi creduto, dagli aderenti alla religione da lui fondata, il Figlio di Dio, Dio stesso fattosi uomo. Con la Pasqua i Cristiani intendono quindi celebrare un evento storico ben definito, verificatosi a Gerusalemme la domenica durante la festa ebraica della Pesach di un anno ancora non individuato con assoluta certezza, che la tradizione cristiana pone al 33 d.C. Tuttavia, sin dall’inizio, di questo fatto la Chiesa non fece memoria nel giorno preciso in cui accadde (che, di conseguenza, si è tramandato solo nella tradizione e in modo non univoco), bensí nello stesso ‘momento astronomico’ in cui accadde. Si tratta, come si dice, di una festa mobile, dalla quale poi dipendono altre ricorrenze del calendario liturgico cristiano, tra le quali il periodo di Quaresima (40 giorni prima della settimana santa) e il periodo di Pentecoste (50 giorni dopo Pasqua). Il ‘momento astronomico’ in cui avvennero la morte e resurrezione di Gesù sono gli stessi della Pasqua ebraica, o Pesach (che in ebraico significa ‘passaggio’), la festa che ricorda la liberazione del popolo ebreo dal giogo in Egitto e l’esodo dall’Egitto in Palestina sotto la guida di Mosè. Secondo quanto tramandato dalla tradizione cristiana, Gesù, consapevole di dover morire, si recò a Gerusalemme proprio per celebrare la Pesach e proprio a questa festa egli volle legare gli avvenimenti che lo riguardavano. Come quella festa commemora la liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egiziana, operata da Dio con manifestazione miracolosa di potenza, la Cristianità celebra la Pasqua come liberazione del popolo di Dio dalla schiavitù del peccato e della morte, miracolo che solo Dio può operare. Essa ritiene perciò conveniente celebrare la Pasqua nella domenica successiva alla Pesach, come Gesù stesso fece. La celebrazione della Pesach presso gli Ebrei è regolata, fin da tempi molto antichi, da un calendario lunisolare basato sul ciclo di Metone. In questo calendario tutti i mesi sono lunari e quindi iniziano con il novilunio; per tradizione derivante da un precedente calendario solare, il primo giorno del mese di Nisan era fatto coincidere con l’equinozio di primavera. La Pesach dura (in Israele) una settimana, dal vespro del quattordicesimo giorno (cioè dal plenilunio) al vespro del ventunesimo giorno del mese di Nisan, ma la notte tra il 14 e il 15 Nisan si consuma la cena rituale, il Seder, al quale talvolta si restringe il nome di Pesach. Il Seder, pertanto, si celebra dal punto di vista astronomico nella notte del plenilunio successivo all’equinozio di primavera; tra l’equinozio e il plenilunio vi sono sempre 14 giorni. Nonostante talune importanti divergenze tra gli Evangelisti, si può concludere che la Pesach ricordata nei Vangeli cadde di venerdì, mentre la resurrezione di Gesù avvenne la domenica seguente. Per questo le Chiese cristiane celebrano la Pasqua nella prima domenica successiva al plenilunio che cade nel o che segue l’equinozio di primavera. Questa formulazione assieme al metodo di calcolo del plenilunio e della domenica vanno sotto il nome di regole alessandrine. In realtà, all’applicazione uniforme di questa regola ancor oggi osservata si arrivò solo dopo diverso tempo dall morte di Gesù, grazie al superamento (o meglio: la fusione) di differenti tradizioni. Da principio, infatti, in attesa di una maggiore strutturazione gerarchica, le Chiese locali godevano di larga autonomia liturgica; in tutte si celebravano le medesime festività, ma già a partire dal I secolo si erano affermate modalità e riti diversi in diversi luoghi. Nel II secolo erano già stabilite due modalità principali: mentre la maggior parte delle Chiese orientali celebravano la Pasqua il giorno corrispondente al 14 Nisan, qualunque giorno della settimana esso fosse, nel resto dell’Impero Romano la festa era celebrata la domenica successiva al 14 Nisan. La questione aveva soprattutto un valore ermeneutico e pastorale poiché i primi, detti quartodecimani, celebravano di fatto la passione e ponevano l’accento sulla valenza penitenziale della Pasqua, mentre i secondi celebravano la resurrezione e la sua valenza salvifica. Presto, le chiese occidentali si affrancarono dal calendario ebraico, sostituendo al 14 Nisan il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Vennero perciò in uso le tabelle con i noviluni e i metodi di calcolo del plenilunio pasquale. Nasceva il cosiddetto computus (Paschalis), il ‘calcolo’ per eccellenza, quello della Pasqua. Tra i metodi di calcolo spiccavano quello di Roma, per l’autorità delle sede apostolica, e quello di Alessandria, per il prestigio degli astronomi egizi. Tuttavia questo non migliorò ma peggiorò la situazione, poiché tali metodi approssimati non conducevano sempre allo stesso risultato, cioè alla stessa data della Pasqua, facendo emergere divergenze e gelosie anche tra le Chiese d’occidente. Sorse quindi il desiderio e poi l’esigenza di celebrare la più importante festa della Cristianità nello stesso giorno. Ma sebbene tutti lo auspicassero, nessuno voleva cedere. Significativamente, la questione fu all’ordine del giorno del primo concilio ecumenico (cui parteciparono cioè vescovi d’oriente e di occidente) che poté aver luogo in seguito alla libertà di culto concessa ai Cristiani da Costantino con l’Editto di Milano del 313, quello di Nicea del 325 d.C. A Nicea i padri conciliari di oriente e di occidente concordarono che la Pasqua dovesse essere celebrata la domenica (alla passione si diede il dovuto risalto con la liturgia della Settimana Santa e il Triduo Pasquale) e che la dipendenza dal calendario ebraico dovesse essere rescissa. I quartodecimani scomparvero gradualmente nel corso del IV secolo, soprattutto dopo l’ulteriore condanna da parte del Concilio di Antiochia del 341 d.C. Secondo Dionigi il Piccolo, a Nicea fu anche affermata la preferenza per le regole alessandrine, sebbene, in assenza degli atti del concilio e in base al resoconto di Eusebio di Cesarea nella sua vita di Costantino, si tenda oggi a pensare che non fu fatta alcuna scelta in tal senso. Comunque, la lotta intestina tra il computus in uso a Roma e quello di Alessandria durò fino al VI secolo, quando lo stesso Dionigi mostrò definitivamente ai Romani i vantaggi delle regole alessandrine. Queste da Roma e dall’Italia si propagarono in Spagna, Gallia e fino alla Britannia, finché con il regno di Carlo Magno, pare. il metodo si poté dire uniformemente applicato in tutta la Cristianità. Le regole alessandrine si basano sul ciclo di Metone e su una luna fittizia detta luna ecclesiastica, il cui comportamento predeterminato e fisso, assunto esente dai disturbi che affliggono il moto della Luna celeste, costituisce una approssimazione del reale moto lunare. Assumono inoltre che l’equinozio di primavera cada ogni anno il 21 marzo, cioè che l’equinozio sia fisso e che l’anno giuliano approssimi perfettamente l’anno solare. La luna ecclesiastica introduce un errore non sistematico e non crescente nel tempo, valutabile in due giorni al massimo rispetto alle reali effemeridi lunari. Invece, le imperfezioni del ciclo metonico si accumulano col passare dei secoli, così come l’imprecisione del calendario giuliano, conducendo al progressivo allontanamento della Pasqua dal momento voluto. Quando nel 1583 Papa Gregorio XIII procedette alla revisione del calendario e del calcolo della Pasqua, introducendo il calendario gregoriano e le regole liliane, perseguì non solo l’obiettivo di recuperare gli sfasamenti introdotti nel tempo, rispetto al ciclo solare, dalle imprecisioni insite nel ciclo metonico e nel calendario giuliano, ma anche di limitare tali sfasamenti per il futuro attraverso una migliore esattezza astronomica. Le regole liliane sono infatti un raffinamento di quelle alessandrine, delle quali recepiscono il dettato tradizionale, solo aggiungendo gli opportuni termini correttivi. Ovviamente, le previsione condotte in base alle regole alessandrine e anche alle regole liliane non possono reggere il confronto con le moderne effemeridi astronomiche. Accade quindi, seppure non di frequente, che la Pasqua ‘astronomica’ differisca dalla Pasqua ecclesiastica: nel 1962, ad esempio, quest’ultima cadde il 22 aprile, mentre quella calcolata con le effemeridi astronomiche cadde il 25 marzo. D’altronde, per i Cristiani la semplicità di calcolo e la conseguente uniformità di applicazione, cioè il fatto che la festa sia celebrata ovunque nello stesso giorno perché calcolata in modo del tutto automatico senza la necessità di conoscenze scientifiche, è chiaramente ben più importante dell’esattezza astronomica.

Il calendario ebraico e la data della Pesach

Fin dai tempi più antichi gli Ebrei hanno usato un calendario lunisolare, di origine babilonese, così detto perché composto da cicli di 19 anni lunari, il cui numero totale di giorni corrisponde però a quello di 19 anni solari. Ogni anno lunare è composto da 12 o 13 mesi lunari (lunazioni): il tredicesimo mese è intercalato periodicamente per rimediare allo sfasamento con il ciclo solare e il numero totale di mesi lunari in 19 anni solari deve risultare di 235. Questo altro non è che il cosiddetto ciclo di Metone, dal nome dell’astronomo greco che per primo, a quanto pare, riportò il fatto notevole che 235 lunazioni sono quasi esattamente coincidenti a 19 anni solari (l’errore è oggi valutato in meno di due ore su quasi 6940 giorni solari), e che quindi le fasi lunari (novilunio, plenilunio, primo e ultimo quarto) tendono, a meno delle irregolarità del ciclo lunare dipendenti da fenomeni astronomici di disturbo, a ripetersi negli stessi giorni dell’anno solare ogni 19 anni. Il calendario ebraico è quindi un modo di scandire il ciclo di Metone alternativo a quello del nostro calendario solare. Essendo basato sul ciclo di Metone, anche se il calendario ebraico è normalmente sfasato rispetto al calendario giuliano, tuttavia i due calendari marciano in media (su periodi di secoli) di pari passo e ogni 19 anni ritornano per così dire in fase. Il calendario lunisolare è tuttora in uso per gli scopi religiosi presso gli Ebrei di tutto il mondo e nello stato di Israele anche per gli scopi civili, in aggunta al calendario gregoriano. Tuttavia, le regole che lo reggono non pare siano state sempre le stesse, ma si siano formate in un arco di tempo molto lungo. Da quel che si può giudicare dalle fonti, sembra che fino al I secolo della nostra era (e dunque anche al tempo di Gesù) si seguissero regole empiriche: l’inizio dei mesi era dichiarato in base all’osservazione diretta della luna nuova, sulla testimonianza concorde di almeno due persone, e il mese intercalare era aggiunto in modo da mantenere la Pesach in primavera, di nuovo in base all’osservazione (ad esempio della maturazione dell’orzo). D’altra parte, evidenze significative fanno pensare che già prima dell’Era Volgare fossero in uso regole matematiche, che non siamo in grado di precisare (ma il ciclo usato attualmente era perfettamente nelle possibilità dell’astronomia dell’epoca), usate almeno per confutare le testimonianze oculari volute dalla tradizione. Secondo altri, precise regole matematiche (in particolare il ciclo di intercalazione) si sarebbero formate solo dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C.; esse risultano codificate definitivamente da Mosè Maimonide nel 1178, ma il loro nucleo essenziale secondo alcuni era stato fissato da Hillel Yehuda già nel 358-359 ed è stato comunque descritto dall’astronomo musulmano al-Khuwarizmi nell’823. Queste regole, costituendo comunque un utile riferimento per il nostro problema, di certo non lontane nella sostanza da quelle empiriche seguite in precedenza, andremo a esporre nel seguito. Conformemente all’uso antico, nel calendario ebraico i mesi lunari possono essere di 29 o 30 giorni. Gli anni possono essere comuni, se composti di 12 mesi lunari, per un totale di 353, 354 o 355 giorni (e si dicono rispettivamente anni difettivi, regolari o abbondanti), oppure embolismici, se composti di 13 mesi lunari, per un totale di 383, 384 o 385 giorni. Nel ciclo di 19 anni figurano 12 anni comuni (1°, 2°, 4°, 5°, 7°, 9°, 10°, 12°, 13°, 15°, 16°, 18°) intercalati con 7 anni embolismici (3°, 6°, 8°, 11°, 14°, 17°, 19°). Essendo gli anni composti di lunazioni intere, il capodanno è sempre un novilunio. L’anno comune dura di regola 354 giorni, così come l’anno embolismico dura di regola 384 giorni. Tuttavia, se il novilunio di capodanno cade dopo il mezzogiorno, il capodanno slitta al giorno seguente e l’anno dura in realtà 355 giorni (o 385 nel caso di anno embolismico). I dodici mesi regolari del calendario ebraico secondo la sequenza civile sono: Tishri (30 giorni), Marcheshvan (29 o 30 giorni), Kislev (30 o 29), Tevet (29), Shevat (30), Adar (29), Nisan (30), Iyar (29), Sivan (30), Tammuz (29), Av (30), Elul (29). Il tredicesimo mese degli anni embolismici si ottiene aggiungendo il mese Adar I (di 30 giorni) dopo Shevat, mentre il mese regolare è noto come Adar II o We-Adar. Ogni giorno è composto di 24 ore, ognuna delle quali è suddivisa in 1080 parti. Ad esempio, la durata di una lunazione è calcolata mediamente pari a 29 giorni 12 ore e 793 parti, mentre la durata del ciclo metonico è in media di 6939 giorni 16 ore e 595 parti. Il giorno ebraico inizia al tramonto, per i calcoli moderni convenzionalmente posto alle ore 18, ora di Gerusalemme. Perciò le ore della mattina e del pomeriggio di uno dei nostri giorni corrispondono a un certo giorno del calendario ebraico, mentre le ore serali al giorno ebraico seguente. Per semplicità, talvolta si proietta la nostra consuetudine sull’uso ebraico e si parla ad esempio della sera del 14 Nisan intendendo l’inizio del 15 Nisan. La durata di un anno (comune o embolismico) dipende dalla durata dei due mesi variabili, Marcheshvan e Kislev: l’anno sarà difettivo se entrambi durano 29 giorni (cioè si toglie un giorno a Kislev), regolare se Marcheshvan ha 29 giorni e Kislev 30, abbondante se entrambi durano 30 giorni (cioè si aggiunge un giorno a Marcheshvan). L’aggiunta o l’eliminazione dipende dal fatto che, per motivi legati alla celebrazione delle festività religiose che qui non si approfondiscono, il capodanno può slittare di uno o due giorni: lo slittamento di un giorno accade se il novilunio cade dopo il mezzogiorno (cioè dopo le ore 18, nell’uso ebraico) oppure se cade di domenica, mercoledì o venerdì; se si verificano entrambe le cose, lo slittamento è di due giorni (quindi, il capodanno può cadere solo di lunedì, martedì, giovedì e sabato). Poiché la distanza tra due capidanno deve essere obbligatoriamente di 354 (o 384) ± 1 giorno, lo slittamento del capodanno è compensato con l’aggiustamento di Marcheshvan e Kislev. Fuori dai casi precedenti potrebbe però verificarsi, di fatto raramente, che un anno abbia durata illegale. In tal caso (quando, lo ripetiamo, non ci sono stati già slittamenti per le altre due regole) possono applicarsi due ulteriori regole che mirano a mantenere la durata legale dell’anno (non commentate): se in un anno comune il novilunio cade di martedì dopo le ore 9 e 204 parti (ora ebraica), il capodanno è spostato al giovedì successivo; se in un anno embolismico il novilunio cade di luendì dopo le ore 15 e 589 parti (ora ebraica) il capodanno è spostato a martedì. Comunque si ricorre all’aggiustamento del secondo e terzo mese per mantenere la durata dell’anno, misurata tra due capidanno consecutivi, nei limiti permessi. Si osservi che il ciclo metonico dura poco meno di 6940 giorni, mentre 19 anni ebraici possono durare 6939, 6940, 6941 oppure 6942 giorni. Sin almeno dal III secolo d.C. è in uso presso gli Ebrei l’Era della Creazione o Ebraica, che conta gli anni dal novilunio che accadde 5 ore e 204 parti dopo il tramonto del giorno 1 del mese Tishri, il che corrisponde a poco prima della mezzanotte del 6 ottobre 3761 a.C. del calendario giuliano prolettico. Poiché gli anni del calendario ebraico, pur lunari, sono corretti in modo da rimanere approssimativamente in fase con gli anni solari, è in generale sufficiente aggiungere 3760, se prima del capodanno ebraico (1 Tishri appunto), o 3761, in caso contrario, a un anno giuliano o gregoriano dopo Cristo per ottenere gli anni nell’Era della Creazione, o, come si dice, gli Anni Mundi (ma si ricordi che il capodanno ebraico è mobile nel nostro calendario, quindi non si possono desumere con esattezza gli Anni Mundi relativi ad anni solari precedenti). In realtà, secondo la ricostruzione tradizionalmente più accreditata, la creazione del mondo sarebbe avvenuta il 25 Elul, perciò l’attuale computo aggiunge circa un anno all’età del mondo. Precisiamo che si tratta dell’attuale computo, perché in passato sono stati usati computi più brevi di 1 anno (secondo la testimonianza del matematico musulmano al-Biruni, del X secolo, in certe comunità ebraiche lo slittamento fu anche di due o tre anni). Il Tishri è stato scelto, perciò, come primo mese dell’anno civile ed è anche il primo mese del ciclo lunisolare decennovennale. Invece l’anno religioso inizia con il mese di Nisan (la scelta di due diversi mesi per l’anno civile e religioso è facilitata dal fatto che per ogni mese il primo giorno è un novilunio e quindi il capodanno in particolare è sempre un novilunio, qualunque sia il primo mese). Nel mese di Nisan cadono due importanti feste del calendario religioso ebraico, la Festa degli Azzimi (o dei pani non fermentati), le cui celebrazioni durano sette giorni, e la Pesach, che è celebrata nel primo giorno degli Azzimi. Le due feste, le cui origini sono state verisimilmente individuate in due preesistenti e distinte manifestazioni del culto del popolo ebreo legate all’agricoltura e alla pastorizia, assunsero un nuovo significato, secondo il racconto della Bibbia (in base a ciò che risulta dall’Antico e dal Nuovo Testamento, la rielaborazione costruttiva di precedenti fatti umani ed eventi naturali è costante prassi divina), in occasione di uno degli interventi più clamorosi di Dio nella storia ebraica: la liberazione del popolo ebreo dalla schiavitù in Egitto. La Pesach, termine ebraico che significa passaggio (il significato letterale, passar oltre, è conservato nel nome della Pasqua adottato in inglese, Passover), richiama il giorno nel quale fu inflitta all’Egitto la decima piaga, la morte di tutti i primogeniti della gente egiziana e del bestiame, mentre gli Ebrei furono risparmiati, le loro case riconosciute dal sangue dell’agnello sacrificale con il quale avevano marcato lo stipite della porta. La Festa degli Azzimi ricorda la fuga dall’Egitto, che fu così precipitosa e serrata da non permettere di far lievitare il pane prima di cuocerlo. La Pesach, talvolta chiamata Pasqua ebraica per distinguerla dalla Pasqua cristiana e insieme richiamarne il legame (fin nel nome: Pasqua deriva dal latino Pascha, corruzione della parola Pesach), cadeva il 15 Nisan (cioè la sera del 14 Nisan) sin dall’antico calendario solare. In esso il primo giorno dell’anno, 1 Nisan, coincideva con l’equinozio di primavera ed era sempre mercoledì perché il Sole e la Luna furono creati il quarto giorno (il primo giorno della settimana ebraica è la nostra domenica; il sabato era l’ultimo giorno, il giorno del riposo). Nell’attuale calendario lunisolare, invece, il giorno 1 Nisan è, come si è detto, sempre un novilunio. Il 15 Nisan era perciò anch’esso sempre mercoledì nell’originale calendario solare, mentre corrisponde a un qualsiasi giorno della settimana nel calendario lunisolare, dove però è sempre un plenilunio, poiché cade 14 giorni dopo il novilunio. La Pesach, oggi come al tempo di Gesù Cristo, corrisponde dunque al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera e può cadere in qualsiasi giorno della settimana. Con la Pesach cominciano gli Azzimi, che si prolungano fino al 22 Nisan. Il giorno in cui la Pesach cadde in occasione della crocefissione di Gesù non ci è stato tramandato storicamente. Nemmeno i Vangeli riportano una precisa indicazione cronologica, ma soltanto poche e (almeno in apparenza) contraddittorie informazioni che non hanno (ancora?) permesso di ricostruire la data di quell’evento. Tra le principali difficoltà sulla strada di questi studi c’è il fatto che non sembra possibile ricostruire al di là di ogni ragionevole dubbio l’effettiva applicazione del calendario ebraico nel I secolo.

I giorni della passione, morte e resurrezione nei Vangeli

Come su altre questioni rilevanti, pure su un punto essenziale quale il giorno della morte di Gesù i Vangeli sinottici e il Vangelo di Giovanni presentano discrepanze da poter essere colmate solo con un procedimento interpretativo. Quanto è lecito un procedimento di tal genere e quanta la confidenza che si può riporrre in esso? Riguardo la liceità, dobbiamo subito avvertire che noi consideriamo non scientifica l’opinione che rigetta l’attendibilità dei Vangeli sulla base delle evidenti differenze che essi presentano e senza sentire il bisogno di investigarne le ragioni; poiché si manifesta come una fede che rifiuta lo stesso metodo scientifico, cioè l’indagine per prove e conferme, tale opinione (come l’opposta accettazione acritica del contenuto dei Vangeli) fa parte del fideismo, non della scienza, e in quel contesto può essere tenuta in conto, non certo in questo. All’opposto, riteniamo necessario il tentativo di provare la fondatezza (o, come talvolta è preferibile, la manifesta infondatezza), dei fatti storici raccontati, anche attraverso l’analisi delle differenze contenute nei testi evangelici. Anche perché la noncuranza con la quale gli Evangelisti sparsero nei loro scritti incongruenze in apparenza tanto palesi, non è per noi spiegabile se non con il fatto che di dette incongruenze la chiave interpretativa era per essi e per i loro ascoltatori tanto semplice e ovvia da non dover nemmeno essere spiegata (e chi ha tentato di spostare la redazione dei testi in epoche nelle quali meno avvertito sulle usanze ebraiche era l’uditorio ha visto venir meno il fondamento della propria tesi con le datazioni sempre più antiche che gli studi suggeriscono per i Vangeli). Riguardo la confidenza che si può riporrre nelle interpretazioni del Nuovo Testamento, essa varia in generale entro i limiti più ampi: occorre riconoscere che in molte questioni non è stato finora possibile giungere a una conclusione scientificamente convincente e dobbiamo avvertire che per la questione qui trattata non è possibile indicare nemmeno una soluzione più probabile di altre possibili. Intanto, la concorde tradizione evangelica assicura che Gesù morì il venerdì (e che resuscitò il primo giorno dopo il sabato, cioè la domenica). Tale giorno nei Vangeli sinottici è indicato come Parascéve, dal greco paraskeuè che significa preparazione, uno dei termini con i quali gli Ebrei indicavano usualmente il venerdì, preparazione al sabato, il giorno santo. Giovanni invece precisa che il giorno in questione era la preparazione della Pasqua, che quell’anno cadeva di sabato: era quindi una parascéve (una preparazione) particolare e Giovanni preferisce indicarne il significato collegato alla festa, piuttosto che al sabato settimanale. Ora i Sinottici affermano che l’ultima cena avvenne la sera del giovedì (cioè il principio del venerdì ebraico, nel quale, il giorno solare seguente, Gesù morì) e che la sala era stata preparata per mangiare la Pasqua, con ciò lasciando intendere, in evidente contrasto con Giovanni, che la Pasqua sarebbe caduta quello stesso venerdì; parlano inoltre concordemente di primo giorno della Festa degli Azzimi, cioè quello che doveva coincidere con la celebrazione della Pasqua. Questo contrasto apparentemente insanabile ha resistito finora a tutti i tentativi di spiegazione: di essi non si fa qui una disamina neppure rapida, per la loro relativa inconsistenza, limitandosi a osservare che la maggior parte, facendo riferimento a norme liturgiche di cui non si ha notizia, sono indimostrabili e/o errati, e che tutti introducono in definitiva nuovi e più gravi problemi cronologici. Si osserva tuttavia che i Sinottici sono appena meno ‘granitici’ di Giovanni nella chiarezza delle loro affermazioni e possono quindi lasciare spazio a speculazioni che, seppure allo stato indimostrabili o quasi, offrano un appiglio meno problematico alla soluzione del problema. Rimane il fatto che, disponendo di certa informazione sulla collocazione della Pesach in quella fatidica settimana, sarebbe più facile collocare con ragionevole certezza la morte di Gesù in una precisa data giuliana.

La nascita del computus

Il calendario civile giuliano, già in uso nell’Impero Romano e nel mondo occidentale almeno fino alla fine del XVI secolo, è, a differenza di quello ebraico, un calendario solare. Poiché la data della Pasqua cristiana è legata a quella della Pesach ebraica, nel calendario giuliano la Pasqua è una festa detta mobile, perché non cade ogni anno nello stesso giorno: fatto che, in tempi di possibilità di diffusione delle informazioni ben più limitata dell’attuale, rese difficile l’uniforme celebrazione della festa. La Pasqua cristiana è una festa complessa, tanto che oggi la Pasqua vera e propria è il culmine di un periodo liturgico, la settimana santa, del quale il cuore è il Triduo Pasquale con la liturgia della Missa in coena Domini il Giovedì Santo e quelle del Venerdì Santo e della Messa di Pasqua. Le prime chiese locali, isolate le une dalle altre, in assenza di una struttura gerarchica, in via di formazione, da principio godevano di autonomia e avevano preso a celebrare la festa più importante dei Cristiani in base a tradizioni diverse. Gran parte delle chiese d’oriente ponevano l’accento sulla passione di Gesù, e scelsero di celebrare la Pasqua con gli Ebrei la notte del 14 Nisan, in qualunque giorno della settimana esso cadesse. Nel resto dell’Impero Romano si voleva esaltare maggiormente la resurrezione e la Pasqua era generalmente celebrata sempre il medesimo giorno della settimana, la domenica, e precisamente quella che seguiva il 14 Nisan (ovvero la domenica seguente il plenilunio pasquale, cioè il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera). Questa tradizione aveva i suoi capisaldi a Roma e ad Alessandria in Egitto. Benché anche tra di esse sussistessero differenze nel metodo di calcolo del plenilunio pasquale, Roma e Alessandria erano unite contro i quartodecimani, come erano detti coloro che celebravano il 14 Nisan. Celebrare la medesima festa universale, la più importante della Cristianità, in giorni e addirittura periodi dell’anno diversi era una situazione sentita come scandalosa e, nel corso dei primi secoli del Cristianesimo, numerosi furono in merito gli inviti e poi le imposizioni (fino alla minaccia della scomunica) della sede apostolica romana alle chiese quartodecimane, ma le tradizioni locali già lungamente radicate si opposero sempre all’unificazione, pur riconoscendone l’opportunità. Soltanto dopo l’editto di Milano, che nel 313 concesse libertà di culto ai Cristiani nell’Impero Romano, si poté liberamente mettere mano alla questione, che fu affrontata già nel Concilio di Nicea del 325. In questa occasione, i 318 vescovi partecipanti decisero che la Pasqua doveva essere una festa mobile celebrata la domenica, nel senso che sarebbe caduta ogni anno una diversa domenica. Si decideva chiaramente per le resurrezione, dunque, mentre alla passione di Cristo si sarebbe dato l’opportuno risalto con la liturgia del Triduo Pasquale. Il calcolo della domenica di Pasqua, noto in latino come computus, il calcolo per eccellenza, doveva essere legato a quello della Pesach, poiché Gesù stesso l’aveva fatto, scegliendo quel particolare tempo dell’anno per la Passione, e assumendo la commemorazione della liberazione del popolo ebreo dall’Egitto quale figura della liberazione del mondo dalla soggezione al peccato. Tuttavia, a Nicea fu posto il principio per il quale non si sarebbe più dovuto dipendere dal calendario ebraico e dal calcolo che esso faceva del 14 Nisan: non si doveva perciò celebrare la Pasqua la prima domenica dopo il 14 Nisan, bensì la prima domenica che segue il plenilunio pasquale, definito come il plenilunio che cade nel o che segue l’equinozio di primavera. Al calendario ebraico e al 14 Nisan doveva pertanto essere sostituito un metodo originale cristiano. Qui sorse un altro motivo di divisione, poiché un tale metodo era già in uso sia a Roma che ad Alessandria, ma si trattava di metodi differenti. Sebbene i quartodecimani siano scomparsi in pochi decenni dopo Nicea, quindi, l’uniforme celebrazione della Pasqua dovette attendere l’affermazione del metodo di Alessandria su quello di Roma; la scomparsa di quest’ultimo da tutte le nazioni cristiane (l’ultima fu la Britannia), ritardata dalla dissoluzione dell’Impero Romano in occidente, non avvenne fino all’VIII secolo e fu solo con il regno di Carlo Magno che poté dirsi avvenuta. Riguardo la scelta del metodo, secondo le fonti, quali ad esempio Dionigi il Piccolo (vedi anche infra), già a Nicea fu affermata la preferenza per le cosiddette regole alessandrine quale sostituto del calendario ebraico, sebbene, in assenza degli atti del concilio e in base al resoconto di Eusebio di Cesarea nella sua vita di Costantino, si tenda oggi a pensare che non fu fatta alcuna scelta precisa. Certo è che gli Egiziani godevano di lunga e meritata fama di astronomi e il loro metodo di calcolo, se pure non fu prescelto dai Padri Conciliari, si impose per la sua superiore qualità. Fu infatti riformato da Papa Gregorio XIII solo una dozzina di secoli più tardi.

Le regole alessandrine

Il problema del calcolo della data della Pasqua coincide con il problema del calcolo della data del primo plenilunio di primavera (luna XIV Paschalis), quello cioè che cade nel o che segue l’equinozio di primavera, ovvero del cosiddetto termine pasquale: la Pasqua cadrà poi la domenica seguente. Dal punto di vista atronomico, dunque, il calcolo della data della Pasqua comporta tre passi:
  1. la determinazione del giorno dell’equinozio di primavera;
  2. il calcolo del termine pasquale;
  3. la determinazione della domenica successiva al termine pasquale.
Il metodo sviluppato ad Alessandria permetteva di svolgere il calcolo con ragionevole precisione in base ad opportune approssimazioni; il metodo aveva poi il pregio di poter essere tabulato, facilitando la diffusione della data di Pasqua, per cicli pluriennali, presso tutte le chiese. Infatti, le regole alessandrine erano basate sul già richiamato ciclo di Metone, quindi assumevano che i pleniluni, tra i quali quello pasquale, si ripetessero ogni 19 anni negli stessi giorni dell’anno. Il metodo poteva quindi essere tabulato per cicli di 19 anni, che si ripetevano sempre uguali. Le approssimazioni cui si è fatto cenno sono essenzialmente due:
  1. che l’equinozio di primavera cada sempre il 21 marzo; e
  2. che il comportamento della Luna sia esente dai disturbi che affliggono il reale moto lunare e, quindi, le fasi siano predicibili in modo meccanico.
In linea di principio entrambe le serie di eventi, dell’equinozio e delle fasi lunari, sono soggetti a variazioni non predicibili senza ricorrere alle osservazioni e al calcolo, cose sulle quali sono basate le moderne effemeridi. Tuttavia l’errore che si commette con le approssimazioni sopra evidenziate è modesto, non eccedendo di norma 1 o al massimo 2 giorni (il che porta raramente, alcune volte in un secolo, a celebrare la Pasqua in una data astronomicamente non appropriata), e questo fu ritenuto un prezzo equo per i benefici in termini di semplicità di calcolo che il metodo apportava. In fondo lo scopo della Chiesa nel fissare le celebrazioni liturgiche non è certo l’estrema precisione astronomica. Riguardo la data dell’equinozio, c’è da osservare che pare fu fissata al 21 marzo proprio a Nicea: in precedenza, infatti, l’astronomo Sosígene, colui che progettò il cosiddetto calendario giuliano, l’aveva posta al 25 marzo, ma nei quasi quattro secoli tra il 45 a.C. e il 325 d.C. lo scarto tra anno giuliano e anno solare si era andato accumulando fino a divenire di quasi quattro giorni, che furono corretti arretrando la data dell’equinozio di primavera. Se così fu, questo evento fu presago della posteriore riforma gregoriana. Riguardo le fasi lunari, il comportamento della Luna era predetto in base a un semplice modello, la cosiddetta luna ecclesiastica. Il moto della Luna è soggetto a significativi fenomeni di disturbo che alterano in modo più o meno sensibile la regolarità dell’orbita lunare e quindi delle fasi lunari, le quali possono perciò presentarsi con uno sfasamento di qualche ora rispetto ai valori medi determinati attraverso l’osservazione astronomica. Questo significa che le fasi lunari possono presentarsi con una differenza di uno o anche due giorni rispetto al valor medio. La durata della lunazione è di circa 29 giorni e mezzo. Di conseguenza, non sorprende che per la luna ecclesiastica i mesi lunari siano di durata fissa, pari alternativamente a 30 e 29 giorni (detti rispettivamente mesi pieni e mesi cavi). Come abbiamo accennato, le fasi della luna ecclesiastica cadono sempre nello stesso giorno:
  1. il novilunio cade il primo giorno del mese lunare;
  2. il primo quarto si compie nel settimo giorno del mese lunare, 6 giorni interi dopo il novilunio;
  3. il plenilunio corrisponde al quattordicesimo giorno del mese lunare, 13 giorni interi dopo il novilunio;
  4. e infine l’ultimo quarto inizia il ventiduesimo giorno del mese lunare, 21 giorni interi dopo il novilunio.
Chi voglia verificare in pratica queste posizioni, ricordi che il novilunio ecclesiastico corrisponde al momento in cui compare la prima falce di Luna, cioè quando la Luna torna visibile dopo aver rivolto alla Terra la faccia non illuminata e quindi dopo il novilunio astronomico (che per la Luna astronomica avviene alla congiunzione tra Terra e Sole, cioè quando la Luna si trova tra la Terra e il Sole ed è quindi non illuminata, il che si verifica in media poco meno di due giorni dopo l’istante della congiunzione). In base alla Luna eccelesiastica, gli Alessandrini erano in grado di prevedere la data del plenilunio pasquale per ogni anno del ciclo di Metone. Tuttavia, benché tali pleniluni capitassero ogni 19 anni nello stesso giorno dell’anno, però non cadevano nello stesso giorno della settimana: era quindi necessario calcolare la domenica di Pasqua in base al ciclo delle settimane (il ciclo delle settimane nel calendario giuliano è di 28 anni, quindi il ciclo della Pasqua si ripete nello stesso giorno dell’anno e della settimana ogni 19 * 28 = 532 anni). Ma quando poteva cadere il plenilunio pasquale? L’intervallo dei possibili estremi che il Nisan, primo mese del calendario religioso ebraico, può avere nel calendario giuliano fu, secondo Dionigi il Piccolo, accuratamente studiato nei lavori del Concilio di Nicea, tanto che i Padri Conciliari (vedi infra) stabilirono che il termine pasquale potesse andare dal 21 marzo al 18 aprile, con un intervallo di 29 giorni, poiché ‘il giorno che precede il 21 marzo … non appartiene al primo mese [cioè il Nisan], ma all’ultimo’. Val la pena ricordare che neppure con la riforma gregoriana questo periodo è stato messo in discussione, benché le nuove norme liliane per il calcolo dell’epatta dessero ad esempio la possibilità di un termine pasquale al 19 aprile. Poiché la primavera inizia il 21 marzo, la Pasqua non può cadere prima del 22 marzo (quando il plenilunio cade il 21 marzo e questo giorno è un sabato). La Pasqua più bassa si avrà invece quando il plenilunio cade il 20 marzo (in tal caso il termine pasquale individuerà il successivo plenilunio, che cade il 18 aprile, poiché la lunazione di aprile dura 29 giorni) e il 18 aprile è una domenica (la Pasqua sarà la domenica seguente, 25 aprile). Si noti che se il plenilunio cadesse di domenica, la Pasqua cristiana cadrebbe la domenica seguente (perché deve cadere la prima domenica successiva al plenilunio), quindi non può mai coincidere con la Pesach che cade esattamente nel plenilunio. Di conseguenza, la medesima regola che ricrea le esatte condizioni del momento della morte e risurrezione di Cristo impedisce che le due feste possano coincidere. Sulla base di queste regole, per favorire la corretta celebrazione della festa nell’antichità (ma l’uso è rimasto fino ad oggi) circolavano le cosiddette tavole pasquali che riportavano la data di Pasqua per un certo numero di anni a venire. Un esempio illustre ne è il Liber de Paschate di Dionigi il piccolo, il monaco della Scizia che fu il primo a scegliere l’incarnazione di Cristo come evento per iniziare il computo degli anni civili.

Le regole liliane

Le approssimazioni della luna ecclesiastica sono non degenerative, nel senso che coprono oscillazioni intorno a un valor medio e non peggiorano le prestazioni del metodo nel corso del tempo. Al contrario, col passare dei secoli si evidenziò l’approssimazione ‘nascosta’ nelle regole alessandrine e in particolare nell’assunzione che il ciclo di Metone sia perfettamente valido. In realtà, lo si è detto, tra il ciclo di 19 anni solari e quello di 235 lunazioni si apprezza una piccola differenza, che si somma degenerativamente portando, su tempi sufficientemente lunghi, a differenze di giorni. Luigi Lilio, astronomo calabrese di Cirò, valutò che l’errore assommi a 8 giorni ogni 2500 anni giuliani. Egli propose quindi una modifica delle regole alessandrine che, salvandone la semplicità di applicazione, permettesse una migliore stabilità del metodo. Contemporaneamente egli propose anche una modifica del calendario giuliano per correggere il ben noto errore rispetto all’anno solare tropico che aveva già spostato l’equinozio di primavera di circa 11 giorni dalla sua sede ufficiale del 21 marzo. La riforma fu sottoposta al Papa Gregorio XIII, che la approvò e adottò nel 1583. La nota riforma gregoriana del computus e del calendario si basa quindi sulle regole liliane o gregoriane. Come le precedenti regole alessandrine, delle quali sono un perfezionamento, esse costituiscono ancora un semplice metodo algebrico che permette di prevedere, sia pure nelle perduranti approssimazioni della luna ecclesiastica, ma senza la necessità di alcuna osservazione astronomica, la data della Pasqua.

Appendice I

Questo brano della lettera di Dionigi il Piccolo al vescovo Petronio, premessa al Liber de Paschate, attribuisce alle decisioni del Concilio di Nicea l’adozione delle cosiddette regole alessandrine per il calcolo della Pasqua. Illud quoque non minori cura notandum esse censuimus, ne in primi mensis agnitione fallamur. Hinc enim pene cunctus error discrepantiae paschalis exoritur, dum temporis initium ignoratur. Nam cum Dominus omnipotens hanc sacratissimam solemnitatem celebrandam filiis Israel, qui ex Aegyptia servitute liberabantur, indiceret, ait in libro Exodi ad Moysen et Aaron in terra Aegypti: ‘Mensis iste principium mensium, primus erit in mensibus anni’. Itemque ibidem: ‘Primo’, inquit, ‘mense, decimo quarto die mensis, ad vesperam comedetis azyma, usque ad vigesimum primum eiusdem ad vesperam’. In Deuteronomio quoque idem legislator Moyses ita populum de hac re commonet, dicens: ‘Observa mensem novarum frugum, et verni primum temporis, ut facias pascha Domino Deo tuo, quoniam in isto mense eduxit te Dominus Deus tuus de Aegypto noctu’. Tanta hac auctoritate divina claruit, primo mense, decimo quarto die, ad vesperam, usque ad vegesimum primum, festivitatem paschalem debere celebrari. Sed quia mensis hic unde sumat exordium vel ubi terminetur, evidenter ibi non legitur, praefati venerabiles trecenti et octodecim pontifices [nota auctoris: qui Nicaeam convenerunt ad sanctam synodum celebrandam anno 325 p.Chr.n.] antiqui moris observantiam exinde a sancto Moyse traditam, sicut in septimo libro Ecclesiasticae refertur Historiae, solertius investigantes, ab octavo idus Martii usque in diem nonarum Aprilis natam lunam facere dixerunt primi mensis exordium; et a duodecimo die calendarum Aprilis usque in decimum quartum calendas Maii lunam decimam quartam solertius inquirendam; quae quia cum solis cursu non aequaliter volvitur, tantorum dierum spatiis occursum vernalis aequinoctii consequatur, qui a duodecima calendarum Aprilium die, cunctorum Orientalium sententiis, et maxime Aegyptiorum, qui calculationis prae omnibus gnari sunt, specialiter adnotatur. In quo etiamsi luna decima quarta sabbato contigerit, quod semel in nonaginta quinque annis accidere manifestum est, sequenti die dominico, id est undecimo calendas Aprilis luna decima quinta, celebrandum Pascha eadem sancta synodus sine ambiguitate firmavit, hoc modis omnibus admonens, ut ante duodecimum calendarum Aprilium lunam decimam quartam paschalis festi nullus inquireret; quam non primi mensis, sed ultimi, esse constaret.

Appendice II

Si riportano i versetti che contengono indicazioni cronologiche dal racconto della passione di ciascuno dei quattro Vangeli.
Vangelo di Matteo
L’ultima cena (26,1-5;17-20) [1] Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: [2] ‘Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’. [3] Allora i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, [4] e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire. [5] Ma dicevano: ‘Non durante la festa, perché non avvengano tumulti fra il popolo’. […] [17] Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: ‘Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?’. [18] Ed egli rispose: ‘Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli’. [19] I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. [20] Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Il processo (27,1-2) [1] Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire. [2] Poi, messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato. La morte (27,45-50) [45] Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. [46] Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: ‘Elì, Elì, lemà sabactàni?’, che significa: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’. [47] Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: ‘Costui chiama Elia’. [48] E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. [49] Gli altri dicevano: ‘Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!’. [50] E Gesù, emesso un alto grido, spirò. La sepoltura (27,57-58;62-66) [57] Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. [58] Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. […] [62] Il giorno seguente, quello dopo la Parascéve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo: [63] ‘Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. [64] Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: E’ risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!’. [65] Pilato disse loro: ‘Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete’. [66] Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia. La resurrezione (28,1-2) [1] Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. [2] Ed ecco che vi fu un gran terremoto […]
Vangelo di Marco
L’ultima cena (14,12-18) [12] Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: ‘Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?’. [13] Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: ‘Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo [14] e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? [15] Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, gia pronta; là preparate per noi’. [16] I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua. [17] Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. [18] Ora, mentre erano a mensa e mangiavano […] Il processo (15,1-2;24-25) [1] Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato. [2] Allora Pilato prese a interrogarlo […] […] [24] Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. [25] Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La morte (15,33-37) [33] Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. [34] Alle tre Gesù gridò con voce forte: ‘Eloì, Eloì, lemà sabactàni?’, che significa: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ [35] Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: ‘Ecco, chiama Elia!’. [36] Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: ‘Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce’. [37] Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. La sepoltura (15,42-43) [42] Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascéve, cioè la vigilia del sabato, [43] Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. La resurrezione (16,1-2;9) [1] Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. [2] Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. […] [9] Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni.
Vangelo di Luca
L’ultima cena (22,7-14) [7] Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua. [8] Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: ‘Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare’. [9] Gli chiesero: ‘Dove vuoi che la prepariamo?’. [10] Ed egli rispose: ‘Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà [11] e direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? [12] Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparate’. [13] Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua. [14] Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui Il processo (22,66) [66] Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio […] La morte (22,44-46) [44] Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. [45] Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. [46] Gesù, gridando a gran voce, disse: ‘Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito’. Detto questo spirò. La sepoltura (23,50-56) [50] C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. [51] Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. [52] Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. [53] Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. [54] Era il giorno della Parascéve e gia splendevano le luci del sabato. [55] Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, [56] poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento. La resurrezione (24,1-3) [1] Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. [2] Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; [3] ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.
Vangelo di Giovanni
L’ultima cena (13,1-2) [1] Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. [2] Mentre cenavano […] Il processo (18,28-29;19,13-16) [28] Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. [29] Uscì dunque Pilato verso di loro […] […] [13] Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. [14] Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: ‘Ecco il vostro re!’. [15] Ma quelli gridarono: ‘Via, via, crocifiggilo!’. Disse loro Pilato: ‘Metterò in croce il vostro re?’. Risposero i sommi sacerdoti: ‘Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare’. [16] Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. La morte (19,30-31) [30] E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: ‘Tutto è compiuto!’. E, chinato il capo, spirò. [31] Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. La sepoltura (19,41-42) [41] Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. [42] Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino. La resurrezione (20,1;19) [1] Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. […] [19] La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’.