Il calendario pre-giuliano

Indice degli argomenti trattati
  1. Il calendario di Romolo
  2. Il calendario delle origini e il sistema di datazione
  3. Il calendario di Numa Pompilio
  4. Il problema dell’intercalazione nel calendario pre-giuliano
  5. L’intercalazione e il ciclo nundinale; il dies intercalaris
  6. Etimologia e mutamenti del nome dei mesi
Indice delle fonti utilizzate
  • Cicerone Ad Atticum 5,9,2 (lettera scritta nel 51 a.C.)
  • Varrone De lingua Latina 6,4 (opera edita attorno al 45 a.C.)
  • Livio Ab Urbe condita libri 1,19,6-7 e 43,11,13 e 45,44,3 (opera edita tra la fine dell’era volgare e l’inizio dell’era cristiana)
  • Plutarco Βίοι Παράλληλοι Numa,18-19 (opera edita al principio del II secolo d.C.)
  • Censorino De die natali 20,1-8 e 22,9-17 (opera edita nel 238 d.C.)
  • Solino De mirabilibus mundi 1,35-43 (opera edita probabilmente attorno al 260 d.C.)
  • Macrobio Saturnalia 1,12-13 e 1,15,5-9 (opera edita attorno al 430 d.C.)
  • Giustiniano Digesta 50,16,98 (codice di leggi promulgato il 16 dicembre 533 d.C.)
  • Agnes Kirsopp Michels The Calendar of the Roman Republic Princeton University Press 1967

Il calendario di Romolo

Censorino op.cit. 20,2-3:
[20,2] […] Annum vertentem Romae Licinius quidem Macer et postea Fenestella statim ab initio duodecim mensum fuisse scripserunt; sed magis Iunio Gracchano et Fulvio et Varroni sed et Suetonio aliisque credendum, qui decem mensum putarunt fuisse, ut tunc Albanis erat, unde orti Romani. [3] Hi decem menses dies CCCIIII hoc modo habebant: Martius XXXI, Aprilis XXX, Maius XXXI, Iunius XXX, Quintilis XXXI, Sextilis et September tricenos, October XXXI, November et December XXX; quorum quattuor maiores pleni, ceteri sex cavi vocabantur.
Solino op.cit. 1,35-36:
[1,35] Romani initio annum decem mensibus computaverunt a Martio auspicantes, adeo ut eius die prima de aris Vestalibus ignes accenderent, mutarent veteribus virides laureas, senatus et populus comitia agerent, matronae servis suis cenas ponerent, sicuti Saturnalibus domini; illae ut honore promptius obsequium provocarent, hi quasi gratiam repensarent perfecti laboris; maximeque hunc mensem principem testatur fuisse, quod qui ab hoc quintus erat Quintilis dictus est, [36] deinde numero decurrente December sollemnem circuitum finiebat intra diem trecentesimum quartum; tunc enim iste numerus explebat annum, ita ut sex menses tricenum dierum essent, quattuor reliqui tricenis et singulis expedirentur.
Macrobio op.cit. 1,12,2-4&38-39:
[1,12,2] Anni certus modus apud solos semper Aegyptios fuit. Aliarum gentium dispari numero pari errore nutabat: et, ut contentus sim referendo paucarum morem regionum, Arcades annum suum tribus mensibus explicabant, Acarnanes sex, Graeci reliqui trecentis quinquaginta quattuor diebus annum proprium conputabant. [3] Non igitur mirum in hac varietate Romanos quoque olim auctore Romulo annum suum decem habuisse mensibus ordinatum, qui annus incipiebat a Martio et conficiebatur diebus trecentis quattuor, ut sex quidem menses, id est Aprilis Iunius Sextilis September November December, tricenum essent dierum, quattuor vero, Martius Maius Quintilis October, tricenis et singulis expedirentur: qui hodieque septimanas habent Nonas, ceteri quintanas. [4] Septimanas autem habentibus ab Idibus revertebantur Kalendae ad diem septimum decimum, verum habentibus quintanas ad octavum decimum remeabat initium Kalendarum. […] [38] Haec fuit a Romulo annua ordinata dimensio, qui, sicut supra iam diximus, annum decem mensium dierum vero quattuor et trecentorum habendum esse constituit, mensesque ita disposuit, ut quattuor ex his tricenos singulos, sex vero tricenos haberent dies. [39] Sed cum is numerus neque solis cursui neque lunae rationibus conveniret, nonnumquam usu veniebat ut frigus anni aestivis mensibus et contra calor hiemalibus proveniret: quod ubi contigisset, tantum dierum sine ullo mensis nomine patiebantur absumi quantum ad id anni tempus adduceret quo caeli habitus instanti mensi aptus inveniretur.
Le fonti a noi pervenute dànno per certo che il primo calendario romano, risalente ai tempi più antichi della nazione romana e come tale ascritto per lo più a Romolo, sia stato composto di dieci mesi e 304 giorni soltanto. Censorino riporta voci dissidenti, citando Licinio Macro e Fenestella, per i quali anche il calendario più antico aveva 12 mesi, ma ritiene più credibile la versione maggioritaria perché anche gli Albani, da cui erano venuti i Romani, avevano un anno di dieci mesi. Solino osserva che da questa circostanza derivava il nome stesso dei mesi, che da quintile in poi era legato alla posizione nell’arco di dieci mesi, dei quali sei duravano 30 giorni ed erano detti mesi cavi, i restanti, detti mesi pieni, 31 giorni:
  1. Martius (31 giorni);
  2. Aprilis (30 giorni);
  3. Maius (31 giorni);
  4. Iunius (30 giorni);
  5. Quintilis (31 giorni);
  6. Sextilis (30 giorni);
  7. September (30 giorni);
  8. October (31 giorni);
  9. November (30 giorni);
  10. December (30 giorni).
Sembra certo che in tempi remoti anche i Romani, come altri popoli antichi, abbiano determinato l’inizio del mese per osservazione diretta e non contando i giorni (a questo periodo sembra risalire il peculiare sistema di espressione delle date usato dai Romani, che si basava su tre giorni fissi legati alle fasi lunari, per il quale vedi infra). In epoca ad oggi imprecisata i Romani sarebbero passati ad un calendario fisso, che tenta cioè di approssimare il ciclo lunare ed eventualmente anche il ciclo solare mediante l’applicazione di uno schema mensile predefinito. Il calendario di Romolo non cerca di approssimare né l’anno lunare né l’anno solare e tuttavia è rappresentato dalle fonti come fisso e per di più caratterizzato da uno schema di alternanza Pieno-Cavo affatto regolare (PC-PC-PCC-PCC), posto che l’alternanza semplice non era possibile. Quali che fossero i dettagli ormai sepolti dai secoli, quello di Romolo non appare riconducibile ad alcuna forma di calendario lunisolare o solare; si può perciò ipotizzare che fosse ispirato ai calendari lunari. Tuttavia, i calendari lunari fissi si basano su un anno lunare di 12 mesi lunari, composti alternativamente di 29 e 30 giorni, in modo da approssimare la lunazione che dura poco più di 29 giorni e mezzo. Di quello romuleo rimane pertanto oscura la durata di soli dieci mesi nonché la ragione di far durare i mesi 30 o 31 giorni. Si può ipotizzare senza alcun fondamento che i 30 e 31 giorni fossero contati inclusivamente, cioè che un mese e il successivo si sovrapponessero nel giorno terminale dell’uno e iniziale dell’altro. In tal modo ci si ritrova almeno con mesi lunari standard e forse si può ricondurre il fatto che i mesi pieni erano solo quattro su dieci alla durata della lunazione che eccede leggermente i 29 giorni e mezzo. Ovviamente il calendario di Romolo aveva bisogno di un metodo per mantenere l’allineamento con il ciclo delle stagioni (anno tropico): diversamente, sarebbe stato completamente inutilizzabile per gli scopi civili, anche puramente religiosi. Ma l’unico possibile accenno presente nelle fonti a un tal metodo è quello a un sine ullo mensis nomine in Macrobio: quando la differenza tra calendario e ciclo stagionale si faceva sensisible, si aspettava un numero di giorni sufficiente a ripristinare l’accordo. La durata del periodo non era prefissata – pare ovvio dal silenzio della tradizione già assordante per le nostre fonti – ma stabilita di volta in volta come sembrava meglio; nemmeno il momento nel quale applicare questa intercalazione era fissato, forse, ma era stabilito all’evenienza e poteva quindi capitare ovunque nell’anno. Tutto ciò, però, è in stridente contrasto con la rappresentazione di un calendario altrimenti fisso. Se esistette, appare probabile che il periodo di durata non specificata, ma che doveva essere mediamente vicino ai 365 – 304 = 61 giorni, abbia successivamente dato origine ai due mesi addizionali la cui introduzione la tradizione faceva risalire a Numa, cioè in tempi comunque assai remoti. Quanto a questo, è appena il caso di notare che i 61 giorni mancanti sono immediatamente scomponibili proprio nelle due durate assegnate da Romolo ai mesi, cioè 30 e 31 giorni, e che per farlo non occorreva conoscere l’esatto periodo dell’anno tropico: qualcosa lo impedì oppure Licinio Macro e Fenestella erano più vicini alla verità ormai perduta? Altro elemento interessante è che i 304 = 8 * 38 giorni sono un multiplo esatto del periodo nundinale, il ciclo di otto giorni analogo alla nostra settimana che fissava i giorni di mercato a Roma e che parte della tradizione fa risalire ai tempi di Romolo. Ma nel totale silenzio delle fonti siamo ormai bene addentro il terreno della pura speculazione. Di fronte alla stranezza e alla difficoltà di utilizzare un anno di soli trecento giorni circa è stato ipotizzato che l’anno romuleo di dieci soli mesi fosse in realtà la reminiscenza di qualche uso molto più antico derivato da regioni molto diverse da quelle mediterranee. Al principio del XX secolo (nel saggio ‘La dimora artica dei Veda’ del 1903) il politico e pensatore indiano Bal Gangadhar Tilak, padre della nazione indiana, fautore della rivolta contro i colonizzatori britannici, e indoeuropeista noto per i suoi studi vedici, propose quale soluzione del ‘problema indoeuropeo’ (cioè l’individuazione del luogo geografico dal quale gli Indoeuropei avrebbero sciamato in Europa e Asia) che le migrazioni degli Indoeuropei avessero avuto origine dall’estremo nord dell’Europa. Tra gli argomenti a sostegno della sua tesi egli pose l’irrazionale calendario dei Romani delle origini, del quale la durata di soli dieci mesi e 300 giorni sarebbe spiegabile come eredità ancestrale di progenitori indoeuropei abitanti presso il Polo Nord: i due mesi in meno sarebbero identificabili con il periodo di notte artica, e quando essi emigrarono a sud avrebbero portato con sé il calendario ‘breve’. I Romani, massimamente tradizionalisti, l’avrebbero conservato fino agli albori dell’epoca storica, quando presero finalmente atto dell’assenza di un periodo di totale mancanza della luce solare e lo adattarono. Questa ipotesi, in sé suggestiva, postulerebbe quindi l’esistenza del periodo indefinito del quale non si contavano i giorni nonché del progressivo adattamento del calendario romano da un calendario slegato dal ciclo delle stagioni tipiche delle latitudini intermedie ad uno basato sull’anno solare. Tuttavia, l’ipotesi del Tilak dell’origine artica degli Indoeuropei è stata successivamente messa in crisi dall’evoluzione degli studi in materia ed è oggi abbandonata dagli indoeuropeisti. A prescindere dalla reale origine della irrazionale schematizzazione cui le fonti, assai più tarde, assegnano il nome di calendario di Romolo, quel che appare evidente è che fin dai tempi più antichi tra i Romani la misura dello scorrere del tempo si curava soltanto approssimativamente del susseguirsi dei cicli solari. Se temperata per il progressivo affinamento delle tecniche, la stessa considerazione tiene anche attraverso le successive evoluzioni del calendario romano, sostanzialmente fino alla riforma di Cesare. Il fatto che l’individuazione dell’inizio del mese lunare avvenisse per osservazione diretta al principio di ogni luna nuova (come suole accadere nei calendari lunari e come riporta Macrobio, si veda infra) fa del mese, non dell’anno, l’elemento centrale delle determinazioni di tempo e rimonta al fatto che tradizionalmente la misura del tempo ai fini civili e religiosi si basava essenzialmente sui mesi. Del resto, lo stesso meccanismo dell’intercalazione, successivamente applicato nel calendario detto di Numa (ma che alcune fonti antiche citate da Macrobio facevano risalire a Romolo), certifica la priorità tradizionale del mese, presso i Romani, nello sforzo stesso di conciliarla con l’emergere dell’importanza dell’anno solare.

Il calendario delle origini e il sistema di datazione

Varrone op.cit. 6,4:
[6,4] […] Primi dies mensium nominati Kalendae, quod his diebus calantur eius mensis Nonae a pontificibus, quintanae an septimanae sint futurae, in Capitolio in Curia Calabra sic: “Die te quinti kalo Iuno Covella” aut “Septimi die te kalo Iuno Covella.” Nonae appellatae aut quod ante diem nonum Idus semper, aut quod, ut novus annus Kalendae Ianuariae ab novo sole appellatae, novus mensis ab nova luna Nonae; eodem die in Urbem qui in agris ad regem conveniebat populus. Harum rerum vestigia apparent in sacris Nonalibus in Arce, quod tunc ferias primas menstruas, quae futurae sint eo mense, rex edicit populo. Idus ab eo quod Tusci Itus, vel potius quod Sabini Idus dicunt. […]
Macrobio op.cit. 1,15,5-9:
[1,15,5] Romulus, cum ingenio acri quidem sed agresti statum proprii ordinaret imperii, initium cuiusque mensis ex illo sumebat die quo novam lunam contigisset videri. [6] Quia non continuo evenit ut eodem die semper appareat, sed modo tardius modo celerius ex certis causis videri solet, contigit ut, cum tardius apparuit, praecedenti mensi plures dies, aut cum celerius, pauciores darentur: et singulis quibusque mensibus perpetuam numeri legem primus casus addixit. Sic factum est ut alii triginta et unum alii undetriginta sortirentur dies. [7] Omnibus tamen mensibus ex die Nonarum Idus nono die repraesentari placuit: et inter Idus ac sequentes Kalendas constitutum est sedecim dies esse numerandos. Ideo mensis uberior duos illos quibus augebatur dies inter Kalendas suas et Nonas habebat. Hinc aliis quintus a Kalendis dies aliis septimus Nonas facit. [8] Caesar tamen, ut supra diximus, stata sacra custodiens, nec in illis mensibus quibus binos adiecit dies ordinem voluit mutare Nonarum, quia peractis totius mensis feriis dies suos rei divinae cautus inseruit. [9] Priscis ergo temporibus, antequam fasti a Cn. Flavio scriba invitis Patribus in omnium notitiam proderentur, pontifici minori haec provincia delegabatur, ut novae lunae primum observaret aspectum visamque regi sacrificulo nuntiaret. [10] Itaque sacrificio a rege et minore pontifice celebrato idem pontifex calata, id est vocata, in Capitolium plebe iuxta curiam Calabram, quae casae Romuli proxima est, quot numero dies a Kalendis ad Nonas superessent pronuntiabat: et quintanas quidem dicto quinquies verbo calo, septimanas repetito septies praedicabat.
Il calendario romano, sin dalla versione romulea e fino all’adozione del calendario solare giuliano, è stato ispirato ai calendari lunari, i quali sono basati sulla lunazione, cioè sul periodo di circa 29,5 giorni nel quale la Luna gira attorno alla Terra compiendo le sue quattro fasi (dalla luna nuova attraverso il primo quarto e la luna piena fino all’ultimo quarto). Il concetto di mese nasce nei calendari lunari per approssimare la lunazione astronomica; in essi il mese dovrebbe perciò iniziare idealmente con la luna nuova o entro pochi giorni dalla luna nuova. Questo spiega perché i Romani esprimevano le date in base a giorni fissi legati alle fasi lunari. I Romani avevano infatti tre giorni fissi nel corso del mese:
  • le Kalendae, giorno del novilunio, corrispondenti perciò al primo giorno del mese; il nome, già secondo gli antichi, deriva dalla radice *cal- di clamare, poiché il primo giorno del mese il pontifex maximus, o meglio lo scriba o pontifex minor da esso deputato alla regolazione del calendario in sua vece, convocava il popolo per annunziare l’inizio di un nuovo mese e fissare la data delle Nonae del mese;
  • le Idus, giorno del plenilunio, corrispondenti al giorno 13 di tutti i mesi tranne marzo, maggio, luglio=quintile e ottobre nei quali corrispondevano al giorno 15 (perché prima del calendario giuliano questi quattro mesi erano i più lunghi); è parola probabilmente di origine etrusca;
  • le Nonae, corrispondenti al nono giorno prima delle idi, quindi al giorno 5 di tutti mesi tranne marzo, maggio, luglio=quintile e ottobre, nei quali corrispondevano al giorno 7, individuavano il giorno nel quale il rex e poi il rex sacrificulus (il sacerdote che nella prima epoca repubblicana fu creato per assumere le funzioni religiose che erano state del re) dichiarava al popolo le festività religiose del mese e le relative modalità liturgiche; a differenza degli altri due giorni fissi, giusta l’etimologia, le Nonae non sono direttamente collegate alle fasi lunari: nelle Kalendae il pontefice massimo fissava un successivo appuntamento, alle Nonae appunto, per favorire la massima partecipazione del popolo al momento dell’annuncio delle festività; la scelta di un intervallo di nove giorni prima delle idi, secondo Macrobio, risale a usanze etrusche (forse collegabili all’analogo periodo tra le nundinae, i giorni di mercato?).
I mesi cavi (quelli di 30 giorni nel calendario romuleo e di 29 in quella numano) avevano le none al quinto giorno e le idi al tredicesimo, i mesi pieni (quelli di 31 giorni: marzo, maggio, luglio=quintile, ottobre) avevano le none al settimo giorno e le idi al quindicesimo. Per scrupolo religioso questi quattro mesi saranno gli unici ad avere le none al settimo giorno anche quando, coll’avvento del calendario giuliano, altri tre mesi verranno ad avere 31 giorni (e per discriminare i quattro tradizionali dai tre successivi è stata inventata parola mnemonica ‘marmaluot’ che molti lettori estrarranno dai ricordi del proprio liceo). Le date corrispondenti ai giorni fissi erano espresse con il classico ablativo di tempo determinato: Kalendis Ianuariis, cioè 1 gennaio; Nonis Martiis, 7 marzo; Idibus Septembribus, 13 settembre. Si noti che i nomi dei mesi nascono come aggettivi qualificativi e come tali sono regolarmente concordati in genere e numero con i giorni fissi; i nomi dei mesi, che sono passati poi nelle lingue moderne, sono una sostantivizzazione dell’aggettivo che sottintende mensis. Per indicare il giorno immediatamente precedente una data fissa, si usava pridie con l’accusativo: ad esempio pridie Nonas Martias, 6 marzo. Le date corrispondenti agli altri giorni del mese erano espresse come distanza dalla data fissa successiva, contando, secondo l’uso antico, sia il giorno di partenza che quello di arrivo. Ad esempio, la data del 24 febbraio si poteva esprimeva come die sexto ante Kalendas Martias, essendo la determinazione di tempo ancora in ablativo. Tuttavia, al posto di questa espressione grammaticalmente regolare, era largamente diffusa un’altra grammaticalmente inspiegabile se non con l’uso, secondo la quale il 24 febbraio era ante diem sextum Kalendas Martias, costruita cioè mettendo dopo ante tutta l’espressione all’accusativo. Anzi, l’espressione così costruita divenne una sorta di sostantivo indeclinabile, per cui poteva essere usata invariata anche dopo una qualunque preposizione, indipendentemente dal caso retto da quest’ultima: ad esempio ex ante diem sextum Kalendas Martias ad pridie Nonas Martias vale ‘dal 24 febbraio al 6 marzo’.

Il calendario di Numa Pompilio

Livio op.cit. 1,19,6-7:
[1,19,6] […] Atque omnium primum ad cursus lunae in duodecim menses [scil. Numa] discribit annum; quem quia tricenos dies singulis mensibus luna non explet desuntque sex dies solido anno qui solstitiali circumagitur orbe, intercalariis mensibus interponendis ita dispensavit, ut vicesimo anno ad metam eandem solis unde orsi essent, plenis omnium annorum spatiis dies congruerent. [7] Idem nefastos dies fastosque fecit quia aliquando nihil cum populo agi utile futurum erat.
Plutarco op.cit. Numa,18,1-4
ἥψατο δὲ καὶ τῆς περὶ τὸν οὐρανὸν πραγματείας οὔτε ἀκριβῶς οὔτε παντάπασιν ἀθεωρήτως. Ῥωμύλου γὰρ βασιλεύοντος ἀλόγως ἐχρῶντο τοῖς μησὶ καὶ ἀτάκτως, τοὺς μὲν οὐδὲ εἴκοσιν ἡμερῶν, τοὺς δὲ πέντε καὶ τριάκοντα, τοὺς δὲ πλειόνων λογιζόμενοι, τῆς δὲ γινομένης ἀνωμαλίας περὶ τὴν σελήνην καὶ τὸν ἥλιον ἔννοιαν οὐκ ἔχοντες, ἀλλ᾽ ἓν φυλάττοντες μόνον, ὅπως ἑξήκοντα καὶ τριακοσίων ἡμερῶν ὁ ἐνιαυτὸς ἔσται. [2] Νομᾶς δὲ τὸ παράλλαγμα τῆς ἀνωμαλίας ἡμερῶν ἕνδεκα γίνεσθαι λογιζόμενος, ὡς τοῦ μὲν σεληνιακοῦ τριακοσίας πεντήκοντα τέσσαρας ἔχοντος ἡμέρας, τοῦ δὲ ἡλιακοῦ τριακοσίας ἑξήκοντα πέντε, τὰς ἕνδεκα ταύτας ἡμέρας διπλασιάζων ἐπήγαγε παρ᾽ ἐνιαυτὸν ἐπὶ τῷ Φεβρουαρίῳ μηνὶ τὸν ἐμβόλιμον, ὑπὸ Ῥωμαίων Μερκηδῖνον καλούμενον, εἴκοσι καὶ δυοῖν ἡμερῶν ὄντα. [3] καὶ τοῦτο μὲν αὐτῷ τὸ ἴαμα τῆς ἀνωμαλίας μειζόνων ἔμελλεν ἰαμάτων δεήσεσθαι.μετεκίνησε δὲ καὶ τὴν τάξιν τῶν μηνῶν τὸν γάρ Μάρτιον πρῶτον ὄντα τρίτον ἔταξε, πρῶτον δὲ τὸν Ἰανουάριον, ὃς ἦν ἑνδέκατος ἐπὶ Ῥωμύλου, δωδέκατος δὲ καὶ τελευταῖος ὁ Φεβρουάριος, ᾧ νῦν δευτέρῳ χρῶνται. πολλοὶ δέ εἰσιν οἳ καὶ προστεθῆναι τούτους ὑπὸ Νομᾶ τοὺς μῆνας λέγουσι, τόν τε Ἰανουάριον καὶ τὸν Φεβρουάριον, [4] ἐξ ἀρχῆς δὲ χρῆσθαι δέκα μόνον εἰς τὸν ἐνιαυτόν, ὡς ἔνιοι τῶν βαρβάρων τρισί, καὶ τῶν Ἑλλήνων Ἀρκάδες μὲν τέσσαρσιν, ἓξ δὲ Ἀκαρνᾶνες, Αἰγυπτίοις δὲ μηνιαῖος ἦν ὁ ἐνιαυτός, εἶτα τετράμηνος, ὥς φασι. διὸ καὶ νεωτάτην χώραν οἰκοῦντες ἀρχαιότατοι δοκοῦσιν εἶναι καὶ πλῆθος ἀμήχανον ἐτῶν ἐπὶ ταῖς γενεαλογίαις καταφέρουσιν, ἅτε δὴ τοὺς μῆνας εἰς ἐτῶν ἀριθμὸν τιθέμενοι.
Censorino op.cit. 20,4-6:
[20,4] Postea sive a Numa, ut ait Fulvius, sive, ut Iunius, a Tarquinio XII facti sunt menses et dies CCCLV, quamvis luna XII suis mensibus CCCLIIII dies videbatur explere. Sed ut dies unus abundaret, aut per inprudentiam accidit, aut, quod magis credo, ea superstitione, qua inpar numerus plenus et magis faustus habebatur. [5] Certe ad annum priorem unus et quinquaginta dies accesserunt; qui quia menses duo non explerent, sex illis cavis mensibus dies sunt singuli detracti et ad eos additi, factique dies LVII, et ex his duo menses: Ianuarius undetriginta dierum, Februarius duodetriginta. Adque ita omnes menses pleni et inpari dierum numero esse coeperunt, excepto Februario, qui solus cavus et ob hoc ceteris infaustior est habitus. [6] Denique cum intercalarium mensem viginti duum vel viginti trium dierum alternis annis addi placuisset, ut civilis annus ad naturalem exaequaretur, in mense potissimum Februario inter Terminalia et Regifugium intercalatum est, idque diu factum, prius quam sentiretur annos civiles aliquanto naturalibus esse maiores. Quod delictum ut corrigeretur, pontificibus datum negotium eorumque arbitrio intercalandi ratio permissa.
Solino op.cit. 1,37-40:
[1,37] Sed quoniam ratio illa ante Numam a lunae cursu discreparet, lunari computatione annum peraequarunt, quinquaginta et uno die auctis. [38] Ut ergo perficerent duodecim menses, de sex mensibus superioribus detraxerunt dies singulos, eosque quinquaginta istis et uno diebus adnexuerunt, factique quinquaginta septem divisi sunt in duos menses, quorum alter viginti novem, alter viginti octo dies detinebant. [39] Sic annus habere quinque atque quinquaginta et trecentos dies coepit. Postmodum eum perspicerent temere annum clausum intra dies quos supra diximus, quandoquidem appareret solis meatum non ante trecentesimum sexagesimum quintum diem, abundante insuper quadrantis particula, zodiacum conficere decursum, quadrantem illum et decem dies addiderunt, ut ad liquidum annus diebus trecentis sexaginta quinque et quadrante constaret, hortante observatione inparis numeri, quem Pythagoras monuit praeponi in omnibus oportere. [40] Unde propter dies inpares diis superis et Ianuarius dicatur et Martius, propter pares Februarius quasi ominosus diis inferis deputatur.
Macrobio op.cit. 1,13, 1-15:
[1,13,1] Sed secutus Numa, quantum sub caelo rudi et seculo adhuc inpolito solo ingenio magistro conprehendere potuit, vel quia Graecorum observatione forsan instructus est, quinquaginta dies addidit, ut in trecentos quinquaginta quattuor dies, quibus duodecim lunae cursus confici credidit, annus extenderetur. [2] Atque his quinquaginta a se additis adiecit alios sex retractos illis sex mensibus qui triginta habebant dies, id est de singulis singulos, factosque quinquaginta et sex dies in duos novos menses pari ratione divisit: [3] ac de duobus priorem Ianuarium nuncupavit primumque anni esse voluit, tamquam bicipitis dei mensem respicientem dicavit Februo deo, qui lustrationum potens creditur: lustrari autem eo mense civitatem necesse erat, quo statuit ut iusta dis Manibus solverentur. [4] Numae ordinationem finitimi mox secuti totidem diebus totidemque mensibus, ut Pompilio placuit, annum suum conputare coeperunt: sed hoc solo discrepabant, quod menses undetricenum tricenumque numero alternaverunt. [5] Paulo post Numa in honorem inparis numeri, secretum hoc et ante Pythagoram parturiente natura, unum adiecit diem quem Ianuario dedit, ut tam in anno quam in mensibus singulis praeter unum Februarium inpar numerus servaretur. Nam quia duodecim menses, si singuli aut pari aut inpari numero putarentur, consummationem parem facerent, unus pari numero institutus universam putationem inparem fecit. [6] Ianuarius igitur Aprilis Iunius Sextilis September November December undetricenis censebantur diebus et quintanas Nonas habebant, ac post Idus in omnibus a. d. septimum decimum Kalendas conputabatur. [7] Martius vero Maius Quintilis et October dies tricenos singulos possidebant. Nonae in his septimanae erant: similiterque post Idus decem et septem dies in singulis usque ad sequentes Kalendas putabantur: sed solus Februarius viginti et octo retinuit dies, quasi inferis et deminutio et par numerus conveniret. [8] Cum ergo Romani ex hac distributione Pompilii ad lunae cursum sicut Graeci annum proprium conputarent, necessario et intercalarem mensem instituerunt more Graecorum. [9] Nam et Graeci, cum animadverterent temere se trecentis quinquaginta quattuor diebus ordinasse annum (quoniam appareret de solis cursu, qui trecentis sexaginta quinque diebus et quadrante zodiacum conficit, deesse anno suo undecim dies et quadrantem), intercalares stata ratione commenti sunt, ita ut octavo quoque anno nonaginta dies, ex quibus tres menses tricenum dierum conposuerunt, intercalarent. [10] Id Graeci fecerunt, quoniam erat operosum atque difficile omnibus annis undecim dies et quadrantem intercalare. Itaque maluerunt hunc numerum octies multiplicare, et nonaginta dies, qui nascuntur si quadrans cum diebus undecim octies conponatur, inserere in tres menses, ut diximus, distribuendos: hos dies ὑπερβαίνοντας, menses vero ἐμβολίμους appellitabant. [11] Hunc ergo ordinem Romanis quoque imitari placuit: sed frustra, quippe fugit eos diem unum, sicut supra ammonuimus, additum a se ad Graecum numerum in honorem inparis numeri. Ea re per octennium convenire numeri . . . que ordo non poterat. [12] Sed nondum hoc errore conperto . . . octo annos nonaginta quasi superfundendos Graecorum exemplo, conputabant dies, alternisque annis binos et vicenos, alternis ternos vicenosque intercalantes expensabant intercalationibus quattuor. Sed octavo quoque anno intercalares octo affluebant dies ex singulis quibus vertentis anni numerum apud Romanos super Graecum abundasse iam diximus. [13] Hoc quoque errore iam cognito haec species emendationis inducta est. Tertio quoque octennio ita intercalandos dispensabant dies, ut non nonaginta sed sexaginta sex intercalarent, conpensatis viginti et quattuor diebus pro illis qui per totidem annos supra Graecorum numerum creverant. [14] Omni autem intercalationi mensis Februarius deputatus est, quoniam is ultimus anni erat: quod etiam ipsum de Graecorum imitatione faciebant. Nam et illi ultimo anni sui mensi superfluos interserebant dies, ut refert Glaucippus qui de sacris Atheniensium scripsit. [15] Verum una re a Graecis differebant. Nam illi confecto ultimo mense, Romani non confecto Februario sed post vicesimum et tertium diem eius intercalabant, Terminalibus scilicet iam peractis: deinde reliquos Februarii mensis dies, qui erant quinque, post intercalationem subiungebant: credo vetere religionis suae more, ut Februarium omni modo Martius consequeretur.
La tradizione romana prevalente asserisce che il calendario di Romolo fu radicalmente riformato già dal secondo re di Roma, Numa Pompilio, col nome del quale di solito il calendario romano pre-giuliano va noto. Tra le voci giunte fino a noi, soltanto Giunio Graccano, citato da Censorino, spostava in avanti la riforma attribuendola a uno dei Tarquini; è più credibile che si riferisse al Prisco che al Superbo, ma comunque conferma che il nuovo calendario fu adottato ancora in epoca regia. Secondo la concorde testimonianza delle fonti letterarie, il calendario numano era lunare e adattato al corso solare. La maggior parte degli autori afferma che era basato sul ciclo di otto anni utilizzato, con poche varianti, dalle città-stato di tutta la Grecia, mentre il solo Livio riporta che si trattava di un vero calendario lunisolare basato sul ciclo diciannovennale di Metone. Poiché però in epoca regia il ciclo metonico era probabilmente ancora patrimonio dei babilonesi e poiché inoltre il passo di Livio è confuso, e in particolare contiene un inopportuno riferimento alla differenza di sei giorni tra l’anno lunare di 354 giorni e la durata non astronomica di 12 * 30 = 360 giorni, si tende a credere che egli sia stato frettoloso e impreciso. Peraltro anche Livio concorda con Censorino, Solino e Macrobio sul fatto che il calendario di Numa era composto di dodici mesi lunari (pari a un anno lunare) più una correzione (detta mese intercalare) per mantenere una certa corrispondenza con l’anno solare e le stagioni. Per i primi dieci mesi del suo anno, Numa riutilizzò i dieci mesi dell’anno romuleo riadattandone la durata: mantenne inalterati i quattro mesi di 31 giorni, mentre i sei mesi cavi di 30 giorni se li videro ridotti a 29. I sei giorni così ricavati furono aggiunti ad altri 51 e a loro volta suddivisi in due nuovi mesi, gennaio e febbraio, rispettivamente di 29 e 28 giorni:
  1. Martius (31 giorni);
  2. Aprilis (29 giorni);
  3. Maius (31 giorni);
  4. Iunius (29 giorni);
  5. Quintilis (31 giorni);
  6. Sextilis (29 giorni);
  7. September (29 giorni);
  8. October (31 giorni);
  9. November (29 giorni);
  10. December (29 giorni);
  11. Ianuarius (29 giorni);
  12. Februarius (28 giorni).
Anche questa era di una suddivisione inedita in materia di calendari lunari, che prevedono generalmente mesi alterni di 30 e 29 giorni al fine di approssimare la lunazione. Tuttavia, i Romani, spiccatamente superstiziosi, avevano fin dai tempi più antichi una vera avversione per i numeri pari, giudicati sfortunati, e per questo Numa avrebbe evitato mesi di durata pari; e comunque, nel trasformare in dispari i mesi pari di Romolo riducendone di un giorno la durata, i nuovi mesi più si avvicinavano alle lunazioni. C’era una sola eccezione, febbraio, giustificata, secondo Macrobio, dal fatto che dodici mesi tutti pari o tutti dispari avrebbero dato un anno costituito a sua volta da un numero pari di giorni: per rendere dispari la durata dell’anno era necessario che a 11 mesi di durata dispari fosse aggiunto un mese di durata pari. Febbraio, del resto, era il mese dedicato alla purificazione rituale (lustratio), ed era ritenuto infausto quasi che, nota Macrobio, solo agli dèi inferi si confacessero e la durata mensile più corta e il numero pari; ma vedremo che al numero pari si rimediò, come sembra, suddividendolo negli anni intercalari in due porzioni dispari di 23 e 5 giorni. L’anno di Numa era pertanto formato da 355 giorni, e questo è l’elemento di principale contrasto con i normali calendari lunari, poiché l’anno lunare (composto di dodici lunazioni) è lungo (circa) 29,5 * 12 = 354 giorni soltanto. Evidentemente si voleva evitare che non solo i singoli mesi ma che anche l’anno nel suo complesso avesse durata pari. Macrobio è l’unico a riportare la tradizione secondo la quale nelle intenzioni iniziali anche gennaio doveva avere 28 giorni, e quindi l’anno complessivamente 354, e solo successivamente (non è chiaro dopo quanto tempo) gli fu aggiunto un giorno nel timore dei numeri pari. Il principio dell’anno continuò ad essere posto il 1° marzo e così fu, pare, fin quando a metà del II secolo a.C. fu spostato al 1° gennaio (tale scelta fu ribadita da Giulio Cesare al momento dell’adozione del calendario giuliano e si è trasmessa fino a noi). I quattro mesi più lunghi mantenevano le none al settimo giorno; gli altri otto mesi, compresi i due nuovi, le avevano al quinto. Nel calendario di Numa in tutti i mesi, tranne febbraio, il giorno successivo alle idi era a.d. septimum decimum Kalendas. Ai dodici mesi dell’anno lunare di Numa, pari complessivamente a 355 giorni, mancano ancora dieci giorni circa per pareggiare l’anno solare. Adattando l’uso greco, Numa introdusse allora un tredicesimo mese straordinario, noto come Intercalaris, mese inframmezzato, o anche (ma attestato soltanto in lingua greca), mercedonio cioè letteralmente ‘mese pagatore’. I Greci, che usavano un regolare anno lunare di 354 giorni, accumulavano la differenza con l’anno tropico, approssimata a 11,25 giorni per anno (esattamente come sarà per l’anno giuliano), per otto anni, ottenendo infine 8 * 11,25 = 90 giorni di differenza, che erano aggiunti, suddivisi in tre mesi di 30 giorni, all’ottavo anno. Analogamente, Numa partì dai 90 giorni dei Greci e li suddivise in mesi intercalari da aggiungere un anno sì e uno no, un intercalare di 22 e uno di 23 giorni, in modo che in 8 anni si accumulassero 0 + 22 + 0 + 23 + 0 + 22 + 0 + 23 = 90 giorni. Quando l’intercalare era composto di 22 giorni l’anno durava 377 giorni, quando di 23 giorni l’anno durava 378 giorni. L’intercalare era aggiunto non alla fine dell’anno, bensì dopo il 23 febbraio, tra i Terminalia e il Regifugium. Febbraio era l’ultimo mese dell’anno, ma l’intercalare non chiudeva l’anno: era, come dice il nome, inframmezzato. Forse, suggerisce Macrobio, la scelta si giustificava per far sì che comunque a febbraio succedesse marzo, come voleva l’uso religioso di una nazione conservatrice come quella romana. Certo è che per praticità d’uso si finì con il considerare i 5 giorni residui di febbraio come parte integrante del mese intercalare: così sono costruiti i Fasti Antiates, il calendario affrescato ritrovato frammentario tra i resti della villa di Nerone ad Anzio in provincia di Roma, unico relitto epigrafico, risalente all’ultima fase repubblicana, del calendario pre-giuliano; così si esprime il molto più tardo giurista Giovenzio Celso (fiorito al principio del II secolo, autore di 39 libri di Digesta) che attribuisce al mese intercalare la durata costante di 28 giorni (dal libro 39 dei suoi Digesta citato in Giustiniano Digesta 50,16,98: Cato putat mensem intercalarem additicium esse: omnesque eius dies pro momento temporis observat extremoque diei mensis februarii adtribuit Quintus Mucius. Mensis autem intercalaris constat ex diebus viginti octo.). Il metodo di Numa era decisamente più razionale del precedente, ma l’anno base non era di 354 giorni, come quello greco, bensì di 355 per effetto del giorno aggiunto al fine di evitare il numero pari. Adottando perciò l’intercalazione nella misura dei Greci, in media ogni anno civile ritardava di un giorno rispetto all’anno solare e nel periodo di otto anni si accumulavano otto giorni di ritardo. I Romani erano certamente poco attenti alle questioni di calendario, ma dovevano certo aver presente che in breve una differenza apparentemente piccola sarebbe diventata visibile e fastidiosa. Macrobio riferisce che a un certo punto si scoprì l’errore prodotto dalla regola d’intercalazione di Numa e che essa fu quindi modificata per compensare il ritardo che introduceva. Secondo Macrobio, fu adottato un ciclo di ventiquattro anni, nel quale i primi sedici anni seguivano il ciclo quadriennale sopra esposto, mentre l’ultimo ottennio intercalava solo 90 – 24 = 66 giorni; in questo modo venivano compensati esattamente i 24 giorni in eccesso nell’ambito del ciclo. Dove esattamente venissero tolti i 24 giorni (o, equivalentemente, come venissero allocati i 66 giorni del terzo ottennio) non è dato sapere. Per fissare le idee, possiamo lecitamente supporre che nel terzo ottennio si avessero tre intercalazioni di 22 giorni e che infine l’ottavo anno (il 24° del ciclo maggiore) non avesse mese intercalare. In questo modo, la durata media dell’anno civile si ritrova essere: [(355 + 377 + 355 + 378) + (355 + 377 + 355 + 378) + (355 + 377 + 355 + 378) + (355 + 377 + 355 + 378) + (355 + 377 + 355 + 377 + 355 + 377 + 355 + 355)] / 24 = 365 giorni e ¼, pari (come dev’essere in base alle scelte fatte) alla durata dell’anno giuliano. Ma evidentemente anche altre possibilità sono egualmente valide.

Il problema dell’intercalazione nel calendario pre-giuliano

Censorino op.cit. 20,6:
[20,6] Denique cum intercalarium mensem viginti duum vel viginti trium dierum alternis annis addi placuisset, ut civilis annus ad naturalem exaequaretur, in mense potissimum Februario inter Terminalia et Regifugium intercalatum est, idque diu factum, prius quam sentiretur annos civiles aliquanto naturalibus esse maiores. Quod delictum ut corrigeretur, pontificibus datum negotium eorumque arbitrio intercalandi ratio permissa.
Solino op.cit. 1,41-43:
[1,41] Cum itaque haec definitio [scil. anni Numani] toto orbe placuisset, custodiendi quadrantis gratia a diversis gentibus varie intercalabatur, nec umquam tamen ad liquidum fiebat temporum peraequatio. [42] Graeci ergo singulis annis undecim dies et quadrantem detrahebant, eosque octies multiplicatos in annum nonum reservabant, ut contractus nonagenarius numerus in tres menses per tricenos dies scinderetur: qui anno nono restituti efficiebant dies quadringentos quadraginta quatuor, quos embolismos vel hyperballontas nominabant. [43] Quod cum initio Romani probassent, contemplatione numeri parilis offensi neglectum brevi perdiderunt, translata in sacerdotes intercalandi potestate: qui plerumque gratificantes rationibus publicanorum pro libidine sua subtrahebant tempora vel augebant. Cum haec sic forent constituta, modusque intercalandi interdum cumulatior, interdum fieret imminutior, vel omnino dissimulatus praeteriretur, nonnumquam accidebat, ut menses qui fuerant transacti hieme, modo aestivum modo autumnale tempus inciderent.
Macrobio op.cit. 1,13,20:
[1,13,20] Quando autem primum intercalatum sit, varie refertur, et Macer quidem Licinius eius rei originem Romulo adsignat. Antias libro secundo Numam Pompilium sacrorum causa id invenisse contendit. Iunius Servium Tullium regem primum intercalasse commemorat, a quo et nundinas institutas Varroni placet. Tuditanus refert libro tertio Magistratuum Decemviros, qui decem tabulis duas addiderunt, de intercalando populum rogasse. Cassius easdem scribit auctores. Fulvius autem id egisse M’. Acilium consulem dicit ab urbe condita anno quingentesimo sexagesimo secundo, inito mox bello Aetolico. Sed hoc arguit Varro scribendo antiquissimam legem fuisse incisam in columna aerea a L. Pinario et Furio consulibus, cui mentio intercalaris ascribitur. Haec de intercalandi principio satis relata sunt.
Cicerone op.cit. 5,9,2:
[5,9,2] Illud tamen, quoniam nunc abes cum id non agitur, aderis autem ad tempus, ut mihi recepisti, memento curare per te et per omnis nostros, in primis per Hortensium, ut annus noster maneat suo statu, ne quid novi decernatur. Hoc tibi ita mando ut dubitem an etiam te rogem ut pugnes ne intercaletur. Sed non audeo tibi omnia onera imponere; annum quidem utique teneto.
Il principio descritto da Macrobio con il suo ciclo di 24 anni è troppo schematico per essere realistico, troppo complesso per essere realmente applicabile senza deviazioni nel corso del tempo e molto sospetto perché riporta la durata dell’anno esattamente a quella giuliana. Il punto fondamentale del suo racconto non è la formula, ma il fatto che la regola originaria fu a un certo punto modificata senza essere abbandonata: si proseguì con le intercalazioni di 22 e 23 giorni, ma con schemi diversi e certamente flessibili. Una conferma viene da Censorino, il quale informa che l’errore del giorno “in più” fu protratto a lungo, finché, per correggere il problema, si decise di affidare la responsabilità dell’intercalazione ai pontefici, ai quali fu permesso di fissare l’occorrenza del mese intercalare con libertà. La sbrigativa brevità di Censorino vuole introdurre rapidamente alla riforma giuliana, che si rese necessaria principalmente per i reiterati abusi che costellarono l’arbitrio con il quale i pontefici gestirono il calendario. Tuttavia chiarisce che la regola fissa di Numa, se pure fu mai applicata, fu a un certo punto abbandonata e sostituita da regole che lasciavano grande libertà d’azione ai responsabili. In effetti, tutto lascia intendere che le modalità di intercalazione, pur rimanendo in media fedeli al principio dell’aggiunta di un mese ogni biennio e delle alternanze di 22 e 23 giorni, imposta in definitiva dalla necessità di simulare la durata dell’anno solare, abbiano subito una evoluzione nella lunga vita del calendario pre-giuliano, della quale forse non riusciremo mai ad afferrare tutte le tappe. Ed è certo che a queste modalità, quali che fossero le modifiche ad esse di volta in volta apportate, sia stato associato costantemente il principio della flessibilità di applicazione. In questo gli autori concordano e gli esempi nelle opere storiche non mancano. Secondo Censorino, lo si è già detto, Giunio Graccano attribuiva la riforma del calendario, e quindi anche l’introduzione dell’intercalazione, a uno dei Tarquini. Secondo Macrobio, le fonti antiche attribuivano l’invenzione dell’intercalazione chi a Romolo, chi a Numa Pompilio, chi a Servio Tullio. Altri ne spostavano l’introduzione già in epoca repubblicana: Sempronio Tuditano l’attribuiva ai Decemviri, i quali avrebbero aggiunto appositamente le ultime due delle XII Tavole, mentre Varrone anticipava all’anno 472 a.C. quando i consoli Lucio Pinario e Furio Medullino Fuso avrebbero inciso la più antica legge che menzionava il termine intercalare in una colonna di bronzo (probabilmente esistente ai suoi tempi nel foro). Più che rappresentarci la competizione per la primazia, questa varietà di nomi e di epoche sembra costituire il riflesso lontano dell’adozione di diverse successive regole di intercalazione di cui però non rimane nulla di preciso. E si deve interpretare a conferma di ciò l’ulteriore notizia che anche il console del 191 a.C. Manio Acilio Glabrione intervenne, apparentemente per ultimo, per regolare l’intercalazione. Ma anche di questa lex Acilia non sappiamo nulla per fonte diretta. La flessibilità era resa necessaria in linea di principio dal legame a doppio filo tra calendario e religione, la stessa ragione per la quale il calendario era stato affidati ai pontefici. Ma altre ragioni si affiancarono a questa. In primo luogo – lo si è detto – la corruzione, ad esempio per allungare la durata delle cariche pubbliche, era parte non scritta delle modalità d’intercalazione. Inoltre la superstizione romana etichettò subito come sfortunati gli anni intercalari, come succederà in seguito con i bisestili, tanto che vennnero evitati nei periodi di crisi, ad esempio durante la seconda guerra punica. Senza contare, infine, la possibilità di errori, di applicazione ma anche solanto di memoria. In fatto di flessibilità (o arbitrio) Cicerone ci offre una testimonianza precisa relativa agli ultimi anni di vita del calendario pregiuliano, quando raccomanda ad Attico di battersi perché l’anno 50 a.C. non sia intercalare. La lettera è del giugno del 51 a.C. – quando Cicerone era proconsole in Cilicia: voleva probabilmente abbreviare il proconsolato e l’assenza da Roma – ed esplicita tanto l’esistenza di una regola quanto il fatto che essa potesse essere oggetto di discussione.

L’intercalazione e il ciclo nundinale; il dies intercalaris

Macrobio op.cit. 1,13,16-19:
[1,13,16] Sed cum saepe eveniret ut nundinae modo in anni principem diem modo in Nonas caderent (utrumque autem perniciosum rei publicae putabatur), remedium quo hoc averteretur excogitatum est: quod aperiemus, si prius ostenderimus cur nundinae vel primis Kalendis vel Nonis omnibus cavebantur. [17] Nam quotiens incipiente anno dies coepit qui addictus est nundinis, omnis ille annus infaustus casibus luctuosus fuit: maximeque Lepidiano tumultu opinio ista firmata est. [18] Nonis autem conventus universae multitudinis vitandus existimabatur, quoniam populus Romanus exactis etiam regibus diem hunc Nonarum maxime celebrabat, quem natalem Servii Tullii existimabat: quia, cum incertum esset quo mense Servius Tullius natus fuisset, Nonis tamen natum esse constaret, omnes Nonas celebri notitia frequentabant: veritos . . . qui diebus praeerant, ne quid nundinis collecta universitas ob desiderium regis novaret, cavisse ut Nonae a nundinis segregarentur. [19] Unde dies ille, quo abundare annum diximus, eorum est permissus arbitrio qui fastis praeerant, uti, cum vellent, intercalaretur, dummodo eum in medio Terminaliorum vel mensis intercalaris ita locarent, ut a suspecto die celebritatem averteret nundinarum. Atque hoc est quod quidam veterum retulerunt non solum mensem apud Romanos verum etiam diem intercalarem fuisse.
Uno esempio preminente di legame a doppio filo tra calendario e religione (che spesso a Roma e nell’antichità si confondeva con la superstizione) è il fatto che le intercalazioni erano regolate, tra l’altro, in modo da evitare la coincidenza, ritenuta sfortunata, dei giorni di mercato o nundinae (così detti da novem dies perché si tenevano ogni otto giorni) con specifici giorni di calendario. Le nundine segnavano un ciclo ripetitivo analogo alla nostra settimana, detto ciclo nundinale, con l’unica differenza di avere un periodo di otto giorni anziché di sette. Macrobio (ulteriori riferimenti in Dione Cassio Historia Romana 40,47,1-2 e 48,33,4) riferisce che le nundine non dovevano cadere nel primo giorno dell’anno (primae Kalendae), perché era convinzione diffusa che quando questo era accaduto l’anno si era rivelato infausto e pieno di casi luttuosi, né in alcuna delle Nonae, perché si temeva che il concorso di popolo venuto a celebrare l’anniversario della nascita di Servio Tullio (si sapeva che era nato nelle none, ma non di quale mese, perciò lo si ricordava nelle none di ogni mese) potesse facilitare tumulti tesi a riportare il re sul trono. Per evitare la coincidenza tra le nundine e i giorni suddetti, secondo Macrobio, si permise al collegio pontificale, che regolava il calendario, di intercalare un solo giorno a proprio arbitrio. Questo speciale giorno intercalare doveva essere posto tra Terminalia e mese intercalare e sarebbe stato proprio il giorno in più che sovrabbondava rispetto alla durata dell’anno lunare di 354 giorni, quel giorno cioè che era stato aggiunto da Numa al mese di gennaio qualche tempo dopo l’introduzione del suo calendario. Purtroppo il senso letterale del racconto di Macrobio è oscuro. Ordinariamente si correggono e integrano le lacune logiche del testo intendendo il dies intercalaris semplicemente come il ventitreesimo giorno nei mesi intercalari di 23 giorni. Infatti i Fasti Antiates contemplano solo mesi intercalari di 22 giorni (seguiti, come si è detto supra, dai giorni finali di febbraio, per un totale costante di 27 giorni). I due esempi noti di intercalazione, constatati da Tito Livio probabilmente sugli atti originali, in uno dei quali (Tito Livio op.cit. 45,44,3: Intercalatum eo anno [sc. 167 a.C.]; postridie Terminalia intercalariae fuerunt) il mese intercalare inizia il giorno dopo i Terminalia e nell’altro (Tito Livio op.cit. 43,11,13: Hoc anno [sc. 170 a.C.] intercalatum est: tertio die post Terminalia kalendae intercalariae fuere) due giorni dopo, sembrano confermare questa interpretazione. Tuttavia, si rimane nel campo dell’inferenza, ancorché ragionevole e probabile, poiché nell’esporre la problematica dell’intercalazione né Macrobio né Censorino fanno cenno a una suddivisione del mese intercalare di 23 giorni. Sembra che l’usanza del giorno intercalare si protrasse anche dopo l’adozione del calendario giuliano. Un caso è noto nelle fonti. Secondo Dione Cassio (Historia Romana 48,33,4: ἔν τε τῷ πρὸ τούτου ἔτει […] ἡμέρα ἐμβόλιμος παρὰ τὰ καθεστηκότα ἐνεβλήθη, ἵνα μὴ ἡ νουμηνία τοῦ ἐχομένου ἔτους τὴν ἀγορὰν τὴν διὰ τῶν ἐννέα ἡμερῶν ἀγομένην λάβῃ, ὅπερ ἀπὸ τοῦ πάνυ ἀρχαίου σφόδρα ἐφυλάσσετο: καὶ δῆλον ὅτι ἀνθυφῃρέθη αὖθις, ὅπως ὁ χρόνος κατὰ τὰ τῷ Καίσαρι τῷ προτέρῳ δόξαντα συμβῇ.) nell’anno 41 a.C. fu inserito un giorno intercalare straordinario, in contrasto con la regola giuliana, al fine di evitare che il primo giorno dell’anno successivo coincidesse con il giorno di mercato. Il giorno aggiunto sarebbe stato sottratto in seguito in omaggio alla regola bisestile, ma non si dice né come né quando.

Etimologia e mutamenti del nome dei mesi

Varrone op.cit. 6,4:
[6,4] […] Quod ad singulorum dierum vocabula pertinet dixi. Mensium nomina fere sunt aperta, si a Martio, ut antiqui constituerunt, numeres: nam primus a Marte. Secundus, ut Fulvius scribit et Iunius, a Venere, quod ea sit Aphrodite; cuius nomen ego antiquis litteris quod nusquam inveni, magis puto dictum, quod ver omnia aperit, Aprilem. Tertius a maioribus Maius, quartus a iunioribus dictus Iunius. Dehinc quintus Quintilis et sic deinceps usque ad Decembrem a numero. Ad hos qui additi, prior a principe deo Ianuarius appellatus; posterior, ut idem dicunt scriptores, ab diis inferis Februarius appellatus, quod tum his parentetur; ego magis arbitror Februarium a die februato, quod tum februatur populus, id est Lupercis nudis lustratur antiquum oppidum Palatinum gregibus humanis cinctum.
Plutarco op.cit. Numa,19,1-6
[19,1] Ῥωμαῖοι δὲ ὅτι μὲν δέκα μῆνας εἰς τὸν ἐνιαυτὸν ἔταττον, οὐ δώδεκα, τεκμήριον ἡ τοῦ τελευταίου προσηγορία: δέκατον γάρ αὐτὸν ἄχρι νῦν καλοῦσιν ὅτι δὲ τὸν Μάρτιον πρῶτον, ἡ τάξις: τὸν γάρ ἀπ᾽ ἐκείνου πέμπτον ἐκάλουν πέμπτον ἕκτον δὲ τὸν ἕκτον καὶ τῶν ἄλλων ἑξῆς ὁμοίως ἕκαστον, ἐπεὶ τὸν Ἰανουάριον καὶ τὸν Φεβρουάριον πρὸ τοῦ Μαρτίου τιθεμένοις συνέβαινεν αὐτοῖς τὸν εἰρημένον μῆνα πέμπτον μὲν ὀνομάζειν, ἕβδομον δὲ ἀριθμεῖν. [2] ἄλλως δὲ καὶ λόγον εἶχε τὸν Μάρτιον Ἄρει καθιερωμένον ὑπὸ τοῦ Ῥωμύλου πρῶτον ὀνομάζεσθαι: δεύτερον δὲ τὸν Ἀπρίλλιον, ἐπώνυμον ὄντα τῆς Ἀφροδίτης, ἐν ᾧ θύουσί τε τῇ θεῷ καὶ ταῖς καλάνδαις αἱ γυναῖκες ἐστεφανωμέναι μυρσίνῃ λούονται, τινὲς δὲ οὐ διὰ τὴν Ἀφροδίτην τὸν Ἀπρίλλιὸν [p. 370] φασιν, ἀλλ᾽ ὥσπερ ἔχει τοὔνομα ψιλόν, Ἀπρίλλιον κεκλῆσθαι τὸν μῆνα τῆς ἐαρινῆς ὥρας ἀκμαζούσης ἀνοίγοντα καὶ ἀνακαλύπτοντα τοὺς βλαστοὺς τῶν φυτῶν τοῦτο γὰρ ἡ γλῶττα σημαίνει. [3] τῶν δ̓ ἐφεξῆς τὸν μὲν Μάϊον καλοῦσιν ἀπὸ Μαίας: Ἑρμῇ γὰρ ἀνιέρωται τὸν δὲ Ἰούνιον ἀπὸ τῆς Ἥρας. εἰσὶ δέ τινες οἱ τούτους ἡλικίας ἐπωνύμους εἶναι λέγοντες πρεσβυτέρας καὶ νεωτέρας: μαϊώρεις γὰρ οἱ πρεσβύτεροι παρ᾽ αὐτοῖς, ἰουνιώρεις δὲ οἱ νεώτεροι καλοῦνται, τῶν δὲ λοιπῶν ἕκαστον ἀπὸ τῆς τάξεως, ὥσπερ ἀριθμοῦντες, ὠνόμαζον πέμπτον, ἕκτον, ἕβδομον, ὄγδοον, ἔνατον, δέκατον [4] εἶτα ὁ πέμπτος ἀπὸ Καίσαρος τοῦ καταγωνισαμένου Πομπήϊον Ἰούλιος: ὁ δὲ ἕκτος Αὔγουστος ἀπὸ τοῦ δευτέρου μὲν ἄρξαντος, Σεβαστοῦ δὲ ἐπικληθέντος, ὠνομάσθη. τοὺς δὲ ἐφεξῆς 1Δομετιανὸς εἰσεποίησε ταῖς αὑτοῦ προσωνυμίαις οὐ πολὺν χρόνον, ἀλλὰ τὰς αὑτῶν ἀναλαβόντες πάλιν ἐκείνου σφαγέντος ὁ μὲν ἕβδομος, ὁ δὲ ὄγδοος καλοῦνται, μόνοι δ̓ οἱ τελευταῖοι δύο τὴν ἀπὸ τῆς τάξεως κλῆσιν, ὥσπερ ἔσχον ἐξ ἀρχῆς, διεφύλαξαν. [5] τῶν δὲ ὑπὸ Νομᾶ προστεθέντων ἢ μετατεθέντων ὁ μὲν Φεβρουάριος οἷον καθάρσιος ἄν τις εἴη: καὶ γάρ ἡ λέξις ἔγγιστα τοῦτο σημαίνει, καὶ τοῖς φθιτοῖς ἐναγίζουσι τότε καὶ τὴν τῶν Λουπερκαλίων ἑορτὴν εἰς τὰ πολλὰ καθαρμῷ προσεοικυῖαν τελοῦσιν ὁ δὲ πρῶτος Ἰανουάριος ἀπὸ τοῦ Ἰανοῦ, δοκεῖ δέ μοι τὸν Μάρτιον ὁ Νομᾶς ἐπώνυμον ὄντα τοῦ Ἄρεως ἐκ τῆς προεδρίας μεταστῆσαι, βουλόμενος ἐν παντὶ τῆς πολεμικῆς δυνάμεως προτιμᾶσθαι τὴν πολιτικήν. [6] ὁ γὰρ Ἰανὸς ἐν τοῖς πάνυ παλαιοῖς εἴτε δαίμων εἴτε βασιλεὺς γενόμενος πολιτικὸς καὶ κοινωνικὸς ἐκ τοῦ θηριώδους καὶ ἀγρίου λέγεται μεταβαλεῖν τὴν δίαιταν. καὶ διὰ τοῦτο πλάττουσιν αὐτὸν ἀμφιπρόσωπον, ὡς ἑτέραν ἐξ ἑτέρας τῷ βίῳ περιποιήσαντα τὴν μορφὴν καὶ διάθεσιν.
Censorino op.cit. 22,9-17:
[22,9] Nomina decem mensibus antiquis Romulum fecisse Fulvius et Iunius auctores sunt: et quidem duos primos a parentibus suis nominasse, Martium a Marte patre, Aprilem ab Aphrodite id est id est Venere, unde maiores eius oriundi dicebantur; proximos duos a populo: Maium a maioribus natu, Iunium a iunioribus; ceteros ab ordine quo singuli erant: [10] Quintilem usque Decembrum perinde a numero. Varro autem Romanos a Latinis nomina mensum accepisse arbitratus auctores eorum antiquiores, quam urbem, fuisse satis argute docet. [11] Itaque Martium mensem a Marte quidem nominatum credit, non quia Romuli fuerit pater, sed quod gens Latina bellicosa; Aprilem autem non ab Aphrodite, sed ab aperiendo, quod tunc ferme cuncta gignantur et nascendi claustra aperiat natura; [12] Maium vero non a maioribus, sed a Maia nomen accepisse, quod eo mense tam Romae, quam antea in Latio res divina Maiae fit et Mercurio; Iunium quoque a Iunone potius, quam iunioribus, quod illo mense maxime Iunoni honores habentur; [13] Quintilem, quod loco iam apud Latinus fuerit quinto, item Sextilem ac deinceps ad Decembrem a numeris appellatos. Ceterum Ianuarium et Februarium postea quidem additos, sed nominibus iam ex Latio sumptis: et Ianuarium ab Iano, cui adtributus est, nomen traxisse, Februarium a februo: [14] est februum quidquid piat purgatque, et februamenta purgamenta, item februare purgare et purum facere. Februum autem non idem usquequaque dicitur: nam aliter in aliis sacris februatur, hoc est purgatur. [15] In hoc autem mense Lupercalibus, cum Roma lustratur, salem calidum ferunt, quod februum appellant, unde dies Lupercalium proprie februatus et ab eo porro mensis Februarius vocitatur. [16] Ex his duodecim mensibus duorum tantum nomina inmutata: nam Quintilis Iulius cognominatus est C. Caesare V et M. Antonio cons. anno Iuliano secundo; qui autem Sextilis fuerat, ex C. Marcio Censorino C. Asinio Gallo cons. in Augusti honorem dictus est Augustus anno Augusti vicensimo, quae nomina etiam nunc ad hanc permanent memoriam. [17] Postea vero multi principes nomina quaedam mensium inmutaverunt suis nuncupando nominibus: quod aut ipsi postmodum mutaverunt, aut post obitum eorum illa nomina pristina suis reddita mensibus.
Macrobio op.cit. 1,12,5-37:
[1,12,5] Haec fuit Romuli ordinatio, qui primum anni mensem genitori suo Marti dicavit: quem mensem anni primum fuisse vel ex hoc maxime probatur, quod ab ipso Quintilis quintus est, et deinceps pro numero nominabantur. [6] Huius etiam prima die ignem novum Vestae aris accendebant, ut incipiente anno cura denuo servandi novati ignis inciperet: eodem quoque ingrediente mense tam in regia curiisque atque flaminum domibus laureae veteres novis laureis mutabantur: eodem quoque mense et publice et privatim ad Annam Perennam sacrificatum itur, ut annare perennareque commode liceat. [7] Hoc mense mercedes exolvebant magistris quas conpletus annus deberi fecit, comitia auspicabantur, vectigalia locabant, et servis coenas adponebant matronae, ut domini Saturnalibus: illae, ut principio anni ad promptum obsequium honore servos invitarent, hi, quia gratiam perfecti operis exolverent. [8] Secundum mensem nominavit Aprilem, ut quidam putant, cum aspiratione quasi Aphrilem, a spuma quam Graeci a)fro\n vocant, unde orta Venus creditur. Et hanc Romuli adserunt fuisse rationem, ut primum quidem mensem a patre suo Marte, secundum ab Aeneae matre Venere nominaret, et hi potissimum anni principia servarent a quibus esset Romani nominis origo, cum hodieque in sacris Martem patrem Venerem genetricem vocemus. [9] Alii putant Romulum vel altiore prudentia vel certi numinis providentia ita primos ordinasse menses, ut, cum praecedens Marti esset dicatus, deo plerumque hominum necatori, ut Homerus naturae conscius ait: *)/ares *)/ares brotoloige\, miaifw=ne, teixesiblh=ta·, secundus Veneri dicaretur, quae vim eius quasi benefica leniret. [10] Nam et in duodecim zodiaci signis, quorum certa certorum numinum domicilia creduntur, cum primum signum Aries Marti adsignatus sit, sequens mox Venerem, id est Taurus, accepit. [11] Et rursus e regione Scorpius ita divisus est, ut deo esset utrique communis. Nec aestimatur ratione caelesti carere ipsa divisio: siquidem aculeo velut potentissimo telo pars armata posterior domicilium Martis est, priorem vero partem, cui *zugo\s apud Graecos nomen est, nos Libram vocamus, Venus accepit, quae velut iugo concordi iungit matrimonia amicitiasque conponit. [12] Sed Cingius in eo libro quem de fastis reliquit ait inperite quosdam opinari Aprilem mensem antiquos a Venere dixisse, cum nullus dies festus nullumque sacrificium insigne Veneri per hunc mensem a maioribus institutum sit, sed ne in carminibus quidem Saliorum Veneris ulla, ut ceterorum caelestium, laus celebretur. [13] Cingio etiam Varro consentit adfirmans nomen Veneris ne sub regibus quidem apud Romanos vel Latinum vel Graecum fuisse, et ideo non potuisse mensem a Venere nominari. [14] Sed cum fere ante aequinoctium vernum triste sit caelum et nubibus obductum, sed et mare navigantibus clausum, terrae etiam ipsae aut aqua aut pruina aut nivibus contegantur, eaque omnia verno id est hoc mense aperiantur, arbores quoque nec minus cetera quae continet terra aperire se in germen incipiant: ab his omnibus mensem Aprilem dici merito credendum est, quasi Aperilem, sicut apud Athenienses a)nqesthrio\n idem mensis vocatur ab eo quod hoc tempore cuncta florescant. [15] Non tamen negat Verrius Flaccus hoc die postea constitutum ut matronae Veneri sacrum facerent: cuius rei causam, qui huic loco non convenit, praetereundum est. [16] Maium Romulus tertium posuit, de cuius nomine inter auctores lata dissensio est. Nam Fulvius Nobilior in fastis quos in aede Herculis Musarum posuit Romulum dicit, postquam populum in maiores iunioresque divisit, ut altera pars consilio altera armis rempublicam tueretur, in honorem utriusque partis hunc Maium sequentem Iunium mensem vocasse. [17] Sunt qui hunc mensem ad nostros fastos a Tusculanis transisse commemorent, apud quos nunc quoque vocatur deus Maius qui est Iuppiter, a magnitudine scilicet ac maiestate dictus. [18] Cingius mensem nominatum putat a Maia, quam Vulcani dicit uxorem, argumentoque utitur, quod flamen Vulcanalis Kalendis Maiis huic deae rem divinam facit: sed Piso uxorem Vulcani Maiestam, non Maiam, dicit vocari. [19] Contendunt alii Maiam Mercurii matrem mensi nomen dedisse, hinc maxime probantes, quod hoc mense mercatores omnes Maiae pariter Mercurioque sacrificant. [20] Adfirmant quidem, quibus Cornelius Labeo consentit, hanc Maiam cui mense Maio res divina celebratur terram esse hoc adeptam nomen a magnitudine, sicut et Mater Magna in sacris vocatur: adsertionemque aestimationis suae etiam hinc colligunt quod sus praegnans ei mactatur, quae hostia propria est terrae: et Mercurium ideo illi in sacris adiungi dicunt, quia vox nascenti homini terrae contactu datur, scimus autem Mercurium vocis et sermonis potentem. [21] Auctor est Cornelius Labeo huic Maiae, id est terrae, aedem Kalendis Maiis dedicatam sub nomine Bonae Deae: et eandem esse Bonam Deam et terram ex ipso ritu occultiore sacrorum doceri posse confirmat: hanc eandem Bonam Faunamque et Opem et Fatuam pontificum libris indigitari: [22] Bonam, quod omnium nobis ad victum bonorum causa est; Faunam, quod omni usui animantium favet; Opem, quod ipsius auxilio vita constat; Fatuam a fando, quod, ut supra diximus, infantes partu editi non prius vocem edunt quam attigerint terram. [23] Sunt qui dicant hanc deam potentiam habere Iunonis, ideoque regale sceptrum in sinistra manu ei additum. Eandem alii Proserpinam credunt, porcaque ei rem divinam fieri, qui segetem quam Ceres mortalibus tribuit porca depasta est: alii *xqoni/an *eka/thn, Boeoti Semelam credunt. [24] Nec non eandem Fauni filiam dicunt, obsititisseque voluntati patris in amorem suum lapsi, ut et virga myrtea ab eo verberaretur, cum desiderio patris nec vino ab eodem pressa cessisset: transfigurasse se tamen in serpentem pater creditur et coisse cum filia. [25] Horum omnium haec proferuntur indicia, quod virgam myrteam in templo haberi nefas sit, quod super caput eius extendatur vitis qua maxime eam pater decipere temptavit, quod vinum in templum eius non suo nomine soleat inferri, sed vas in quo vinum inditum est mellarium nominetur et vinum lac nuncupetur, serpentesque in templo eius nec terrentes nec timentes indifferenter appareant. [26] Quidam Medeam putant, quod in aedem eius omne genus herbarum sit ex quibus antistites dant plerumque medicinas, et quod templum eius virum introire non liceat propter iniuriam quam ab ingrato viro Iasone perpessa est. [27] Haec apud Graecos h( *qeo\s *gunaikei/a dicitur, quam Varro Fauni filiam tradit adeo pudicam, ut extra gunaikwne/tin numquam sit egressa nec nomen eius in publico fuerit auditum nec virum umquam viderit vel a viro visa sit, propter quod nec vir templum eius ingreditur. [28] Unde et mulieres in Italia sacro Herculis non licet interesse, quod Herculi, cum boves Geryonis per agros Italiae duceret, sitienti respondit mulier aquam se non posse praestare, quod feminarum deae celebraretur dies nec ex eo apparatu viris gustare fas esset: propter quod Hercules facturus sacrum detestatus est praesentiam feminarum, et Potitio ac Pinario sacrorum custodibus iussit ne mulierem interesse permitterent. [29] Ecce occasio nominis, quoniam Maiam eandem esse et terram et Bonam Deam diximus, coegit nos de Bona Dea quaecumque conperimus protulisse. [30] Iunius Maium sequitur, aut ex parte populi, ut supra diximus, nominatus, aut, ut Cingius arbitratur, quod Iunonius apud Latinos ante vocitatus diuque apud Aricinos Praenestinosque hac appellatione in fastos relatus sit, adeo ut, sicut Nisus in Commentariis fastorum dicit, apud maiores quoque nostros haec appellatio mensis diu manserit, sed post detritis quibusdam litteris ex Iunonio Iunius dictus sit. Nam et aedes Iunoni Monetae Kalend. Iuniis dedicata est. [31] Nonnulli putaverunt Iunium mensem a Iunio Bruto qui primus Romae consul factus est nominatum, quod hoc mense, id est Kalendis Iuniis, pulso Tarquinio sacrum Carnae deae in Caelio monte voti reus fecerit. [32] Hanc deam vitalibus humanis praeesse credunt. Ab ea denique petitur ut iecinora et corda quaeque sunt intrinsecus viscera salva conservet: et quia cordis beneficio, cuius dissimulatione brutus habebatur, idoneus emendationi publici status extitit, hanc deam quae vitalibus praeest templo sacravit. [33] Cui pulte fabacia et larido sacrificatur, quod his maxime rebus vires corporis roborentur. Nam et Kalendae Iuniae fabariae vulgo vocantur, quia hoc mense adultae fabae divinis rebus adhibentur. [34] Sequitur Iulius qui, cum secundum Romuli ordinationem Martio anni tenente principium Quintilis a numero vocaretur, nihilominus tamen etiam post praepositos a Numa Ianuarium ac Februarium retinuit nomen, cum non videretur iam quintus esse, sed septimus: sed postea in honorem Iulii Caesaris Dictatoris legem ferente M. Antonio M. filio consule Iulius appellatus est, quod hoc mense a.d. quartum Idus Quintiles Iulius procreatus sit. [35] Augustus deinde est qui Sextilis antea vocabatur, donec honori Augusti daretur ex senatusconsulto cuius verba subieci: CUM IMPERATOR CAESAR AUGUSTUS MENSE SEXTILI ET PRIMUM CONSULATUM INIERIT. ET TRIUMPHOS TRES IN URBEM INTULERIT. ET EX IANICULO LEGIONES DEDUCTAE SECUTAEQUE SINT EIUS AUSPICIA AC FIDEM. SED ET AEGYPTUS HOC MENSE IN POTESTATEM POPULI ROMANI REDACTA SIT. FINISQUE HOC MENSE BELLIS CIVILIBUS INPOSITUS SIT. ATQUE OB HAS CAUSAS HIC MENSIS HUIC IMPERIO FELICISSIMUS SIT AC FUERIT. PLACERE SENATUI UT HIC MENSIS AUGUSTUS APPELLETUR. Item plebiscitum factum ob eandem rem Sexto Pacubio tribuno plebem rogante. [36] Mensis September principalem sui retinet appellationem: quem Germanici appellatione, Octobrem vero suo nomine Domitianus invaserat. [37] Sed ubi infaustum vocabulum ex omni aere vel saxo placuit eradi, menses quoque usurpatione tyrannicae appellationis exuti sunt: cautio postea principum ceterorum diri ominis infausta vitantium mensibus a Septembri usque ad Decembrem prisca nomina reservavit.
La tradizione antica registra molte possibili etimologie dei mesi, che qui riassumiamo nell’ordine dei mesi del cosiddetto calendario di Numa:
  1. Martius perché dedicato a Marte;
  2. Aprilis perché dedicato ad Afrodite o forse perché il mese dell’apertura delle gemme, collegato alla radice di aperire;
  3. Maius perché dedicato alla dea Maia, o forse perché dedicato ai maiores, gli anziani nella divisione del popolo di Roma attribuita a Romolo;
  4. Iunius perché dedicato alla dea Giunone, o forse perché dedicato agli iuniores, i giovani nella divisione del popolo di Roma attribuita a Romolo;
  5. Quintilis perché quinto mese dell’anno;
  6. Sextilis perché sesto mese;
  7. September perché settimo mese;
  8. October perché ottavo mese;
  9. November perché nono mese;
  10. December perché decimo mese;
  11. Ianuarius perché dedicato a Giano;
  12. Februarius perchè vi si svolgevano i februa, rituali di purificazione.
L’anno di Romolo e poi di Numa iniziava colle calende di marzo, così detto perché Romolo era figlio del dio Marte. Secondo le etimologie più accreditate, poi, aprile voleva onorare il nome di Venere-Afrodite, maggio e giugno si riferivano ai maiores e agli iuniores della divisione sociale romulea. I successivi, da quintile a dicembre, prendevano certamente il nome dall’ordinale del mese nell’anno. Dei mesi aggiunti, gennaio era sicuramente collegato a Giano, il dio degli inizi, il che fa ritenere che dovette essere considerato un mese iniziale, in qualche senso, sin dai tempi più antichi. La connessione di febbraio con i riti lustrali ha giustificato per gli annalisti romani l’attribuzione della paternità a Numa, il re fondatore della religione nazionale.