Lucius Apuleius

Lucio Apuleio nacque a Madaura, in Numidia, verso la fine del regno di Traiano, forse intorno al 125 d.C. Di famiglia agiata, compì gli studi a Cartagine e, alla morte del padre, andò ad Atene, dove si perfezionò nelle lettere e scoprì un insaziabile interesse per le scienze naturali. Uomo versatile e curioso, fu grande viaggiatore, soprattutto nelle regioni d’oriente. Per puntellare, come sembra, il proprio patrimonio robustamente intaccato da una vita dispendiosa, si fermò qualche tempo a Roma per esercitarvi la lucrosa professione di avvocato. Tornò quindi in Africa per stabilirsi a Cartagine, dove ottenne uffici importanti. Tra l’altro divenne (forse nel 160 d.C.) sacerdote della provincia, tanto che la stessa Cartagine e altre città africane gli innalzarono statue. Nel frattempo, continua a coltivare la passione per i viaggi con frequenti brevi soggiorni nelle città d’Africa, probabilmente per tenere conferenze che sembra gli procurassero grande fama. In uno di questi viaggi, mentre era diretto ad Alessandria, giunto ad Oea (l’odierna Tripoli) s’ammalò. Costretto a fermarsi, durante il soggiorno colse l’occasione per pronunciare un discorso su Esculapio, e ritrovò un compagno di studi dell’epoca di Atene, un certo Ponziano, che lì viveva con un fratello e la madre Pudentilla. Pudentilla era una vedova di buoni costumi, ricca, non priva di spirito, probabilmente ancora piacente e non troppo avanti con l’età, se il medico le aveva suggerito un nuovo matrimonio per curare certi suoi disturbi. Perciò, Ponziano, che aveva invitato nella propria casa l’amico per il resto del suo soggiorno a Tripoli, non dovette rimanere sorpreso nell’apprendere delle nozze (che forse lui stesso aveva sollecitato) tra la ricca vedova e Apuleio, e certo non gli negò il proprio favore nonostante la differenza d’età (che non ci è nota, ma doveva ragionevolmente suscitare qualche mormorio). In seguito, anche Ponziano prese moglie e questo fatto fu indirettamente l’origine delle scarne notizie che possediamo su Apuleio. Infatti, il suocero di Ponziano, temendo che, alla morte di Pudentilla, il di lei patrimonio finisse nelle mani del marito invece che di Ponziano, brigò riuscendo a insinuare in Ponziano il sospetto, e, d’accordo con lui, montò un processo contro Apuleio accusandolo di aver usato arti magiche per indurre Pudentilla a quello strano e sconveniente matrimonio, un’accusa che, se provata, comportava la pena capitale. Probabilmente prima della celebrazione del processo, Ponziano morì, non senza esser tornato sulla propria posizione e aver riconfermato la propria fiducia nell’onestà di Apuleio. Tuttavia, il suocero, che mirava ancora al patrimonio della ricca Pudentilla, ora probabilmente meditando il matrimonio tra la figlia rimasta vedova e il fratello minore di Ponziano, insistè nell’accusa. Il processo si tenne nel 158 d.C. di fronte al proconsole Claudio Massimo, a Sabrata. I capi d’accusa e gli indizi erano nell’ordine: che la sua cultura ed eloquenza lo rendevano un pericoloso seduttore; che aveva mandato, su richiesta, un dentifricio composto con aromi dell’Arabia ad un tale; che aveva composto versi lascivi; che possedeva uno specchio; che aveva sezionato e manipolato pesci speciali; che aveva incantato diverse persone; che teneva in casa un oggetto misterioso accuratamente avvolto in un fazzoletto di lino; che possedeva una statuetta d’ebano raffigurante uno scheletro; che aveva celebrato sacrifici empi. Molte di queste accuse sembrano piò o meno ridicole alla nostra sensibilità, tuttavia trovano una giustificazione nella mentalità superstiziosa e nelle credenze del tempo, e difficilmente Apuleio avrebbe evitato la pena di morte, se fosse stato riconosciuto colpevole. Possediamo, col titolo di Apologia e il sottotitolo De magia liber, l’orazione che Apuleio pronunciò in propria difesa, o meglio la rielaborazione che egli ne dovette fare dopo il processo, dato che probabilmente non ebbe il tempo di preparare una vera e propria difesa, essendogli giunta l’accusa un paio di giorni prima del processo completamente inopinata. Apuleio fu certamente assolto. Il tono dell’Apologia è tale da assicurare sull’esito del processo, così come il fatto che rimase in vita. Secondo Concetto Marchesi: “L’assoluzione non risulta da veruna particolare notizia, ma si può facilmente argomentare dal tono sicuro e altezzoso di tutto il discorso, elaborato dopo la sentenza, che sarebbe affatto inseplicabile in un imputato convinto dagli accusatori, condannato dai giudici e scampato a stento dalla pena di morte”. Anche se non corrisponde all’orazione effettivamente pronunciata, l’Apologia, sfrondata dalla dotte dissertazioni e digressioni non essenziali, ci indica certamente la linea di difesa seguita dall’accusato. In riferimento alla tesi accusatoria, che cioè egli aveva indotto Pudentilla a sposarlo facendo uso di arti magiche, Apuleio sfoderò il proprio asso nella manica dando ordine che fosse letto il testamento della moglie. Il testamento nominava eredi universali i di lei figli, destinando a lui solo una piccola parte del patrimonio, e questo fu forse il fatto che più concorse alla sua assoluzione. Per noi, tuttavia, l’elemento più importante della Apologia è che è l’unica fonte di notizie sulla vita di Apuleio che noi possediamo, senza la quale non sapremmo forse altro che il suo nome. Oltre all’Apologia, di Apuleio ci restano i Florida, una raccolta di brani scelti di vario argomento, tratti dalle sue conferenze ad opera di ignoto raccoglitore; De deo Socratis, sulla teoria degli spiriti intermediari tra gli dei e gli uomini; De Platone et eius dogmate, esposizione non troppo esatta della dottrina di Platone; De mundo, un breve trattato di teologia cosmica; ed infine il suo capolavoro, Metamorphosi. Metamorphosi, scritto probabilmente intorno al 170 d.C., non è un’opera originale: il “Lucio o l’asino”, libretto in greco sin dall’antichità attribuito a Luciano e oggi ritenuto apocrifo, è nello svolgimento quasi identico all’opera di Apuleio, distaccandosene solo per l’epilogo. Riguardo i contenuti l’elemento originale è costituito essenzialmente dall’aggiunta delle frequenti novelle che Apuleio incastona qua e là nella vicenda. Vicenda, peraltro, che Apuleio potrebbe aver tratto anche dalle omonime “Metamorfosi” di Lucio Patrense, oggi perdute ma citate da Fozio (patriarca di Costantinopoli del IX secolo), secondo il quale i primi due libri erano press’a poco identici al “Lucio o l’asino”, tanto che non avrebbe saputo dire chi avesse copiato da chi. Di molti altri scritti non c’è pervenuto che il titolo, nè conosciamo altre circostanze della sua vita. La data della sua morte può essere forse collocata attorno al 180 d.C.